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Un Nobel a chi si è opposto allo stupro di guerra

Il Premio Nobel per la Pace 2018 è stato assegnato a Denis Mukwege e a Nadia Murad. Entrambi sono stati scelti dal comitato norvegese  “per i loro sforzi per mettere fine all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati”, in Congo il primo e nello Stato Islamico la seconda 

I due Nobel per la Pace

Il Premio Nobel per la Pace 2018 è stato assegnato a Denis Mukwege e a Nadia Murad, già vincitori del Premio Sakharov per la libertà di pensiero, rispettivamente nel 2014 e nel 2016. Entrambi sono stati scelti dal comitato norvegese  “per i loro sforzi per mettere fine all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati”.  

Denis Mukwege è un ginecologo. Nel 1999 nella sua città natale, Bukavu, capoluogo della provincia del Sud Kivu, una delle regioni orientali della Repubblica democratica del Congo da decenni infestate da gruppi armati in conflitto permanente, ha fondato l’ospedale Panzi, un policlinico noto per l’assistenza fornita alle vittime di stupro e alle donne con gravi problemi ginecologici come le fistole ostetriche. Di donne violentate, spesso bambine, il dottor Mukwege ne ha curate oltre 40.000, meritando per il suo impegno, di denuncia oltre che di assistenza e cura, l’ostilità dei miliziani, che praticano sistematicamente lo stupro per terrorizzare e umiliare la popolazione, e del suo governo, che avrebbe preferito tenere nascosto un fenomeno, e le sue enormi dimensioni, di cui non sa e soprattutto non ha voglia di occuparsi, lasciando che dilaghi. Anzi, anche i militari governativi partecipano all’ “olocausto” delle donne, rendendosi complici del “disastro umanitario”, della “follia collettiva” che, in Congo, come nella vicina Repubblica Centrafricana e altrove, contagia gli stessi caschi blu dell’Onu, non di rado accusati a loro volta di infierire sulla popolazione che dovrebbero difendere.

Più volte minacciato di morte, scampato a diversi attentati, il dottor Mukwege vive quasi  da recluso nel suo ospedale. Ne esce di rado, per partecipare a eventi che gli permettano di far conoscere al mondo il dramma di cui ogni giorno è testimone. Gli stupri, spiega quando ne ha occasione, sono una vera e propria strategia, si infliggono durante i combattimenti, le rappresaglie, i rapimenti. Nessuna donna è mai al sicuro. Può succedere dappertutto, nei campi, alle sorgenti d’acqua, ai mercati, perfino nelle chiese e nei conventi dove i civili si rifugiano. Le violenze sessuali sono perpetrate in pubblico, sono riti di violenza collettiva, devastanti per le famiglie e le comunità. Per le donne, al ricordo indelebile dell’esperienza traumatica vissuta si aggiungono i danni, permanenti in molti casi, della violenza subita, tra i più frequenti l’Aids di cui vengono contagiate, l’ostracismo sociale e l’abbandono da parte dei famigliari, il ripudio dei mariti. “Dobbiamo mettere una linea rossa contro l'uso dello stupro come arma di guerra – spiegava a Ferrara nel 2014, ospite di un festival della rivista Internazionale – è un’arma che si esporta senza controllo doganale, basta un lavaggio del cervello. Prende sempre più piede e chi la usa sa che se riesci a distruggere le donne indebolisci anche gli uomini. Lo stupro non è una questione che riguarda solo le donne, ma riguarda la sopravvivenza della nostra umanità”.

L’altro vincitore del Nobel per la pace 2018 è Nadia Murad, una giovane irachena yazida catturata e ridotta in schiavitù insieme a migliaia di altre donne dall’Isis, lo Stato Islamico: “è stata vittima e testimone degli abusi – dice la nota della Commissione per il Nobel – e ha dimostrato un coraggio raro nel raccontare le proprie sofferenze e parlare a nome di altre vittime”. Nadia, che oggi ha 25 anni, è stata sequestrata nell’agosto del 2014 nel villaggio in cui abitava e portata a Mosul, da poco divenuta capitale del Califfato fondato dal leader jihdista Abu Bakr al-Baghdadi. Il popolo yazidi è una minoranza etnico-religiosa ed è fra quelli che più hanno patito per i crimini dell’Isis. Durante l’assedio dei miliziani jiahdisti al monte Sinjar, vicino al villaggio di Nadia, erano morti sua madre e sei suoi fratelli. Nel periodo di prigionia è stata più volte stuprata, picchiata, ustionata con mozziconi di sigarette. Sfruttando una distrazione dei suoi torturatori, è fuggita e, grazie all’aiuto di una famiglia, è riuscita a mettersi in salvo presso un campo profughi nel Kurdistan iracheno. Quasi subito ha iniziato il suo impegno in favore delle compagne ancora prigioniere del Califfato. In considerazione della forza e della determinazione dimostrate nel raccontare al mondo le sofferenze subite, nel 2016 è stata nominata primo Ambasciatore Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani.  

Nadia Murad – ha commentato per l’agenzia di stampa AsiaNews padre Samir Youssef, parroco della diocesi di AMadiya, nel Kurdistan – è un “simbolo e una memoria vivente delle violenze e dei massacri subiti da una intera popolazione. Questo premio, per il quale era stato candidato anche il patriarca Sako, è bello e ci rende felici e orgogliosi. È un segnale di incoraggiamento, un inno alla vita e alla speranza dopo il dramma patito sotto Daesh (Isis) non solo per gli yazidi, ma per tutte le minoranze, anche quella cristiana, che hanno dovuto subire la guerra, il terrorismo, gli stupri” come armi di guerra. Nadia Murad insegna a tutti noi che la vita prosegue più forte delle esperienze negative, che va avanti nonostante il male e che deve essere unita a un perdono che è fonte di riconciliazione. La sua forza e il suo coraggio sono un segnale dell’amore di Dio”. 

Lo stupro di guerra e la schiavitù sessuale sono oggi riconosciuti come crimini contro l’umanità e crimini di guerra.