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Unbroken, sopravvivere alla notte del male

Angelina Jolie subisce critiche spietate per il suo film. Qual è il torto dell'attrice divenuta regista? Aver narrato una storia che è, allo stesso tempo, un esempio di resistenza umana e un percorso di conversione: Louis Zamperini, sopravvissuto al naufragio e a due anni di prigionia nei lager giapponesi.

La locandina

Mentre l’America intera sta andando al cinema a vedere American Sniper di Clint Eastwood, un altro eroe degli Stati Uniti viene ricordato sul grande schermo e rischia di essere quasi del tutto ignorato dalla critica e trascurato dal grande pubblico. Stiamo parlando di Louis Zamperini, una rivelazione delle Olimpiadi di Berlino del 1936 e poi campione di resistenza fisica nella II Guerra Mondiale, in cui sopravvisse a naufragio, tortura e prigionia per due lunghissimi anni nei campi di concentramento giapponesi. Angelina Jolie gli ha dedicato un film, Unbroken, tratto dalla sua storia vera così come è stata raccontata nel libro-biografia di Laura Hillebrand (Sono ancora un uomo, Mondadori).

La critica è stata unanime nel riconoscere la bravura di Jack O’Connell, l’attore irlandese che interpreta l’eroe italiano. Ma è stata spietata nell’attaccare la quasi-esordiente regista Angelina Jolie. C’è chi, soprattutto in Italia, vedendo tutto il film senza dar troppo ascolto ai dialoghi, vi ha trovato solo una sequenza di prove di resistenza fisica, prima alle intemperie della natura e poi alle angherie dei giapponesi, non scorgendovi alcun senso, se non un malcelato sadismo dell’attrice-regista.

Tante voci volutamente critiche sono sintomatiche sempre dello stesso problema. Come Mel Gibson e Clint Eastwood, anche Angelina Jolie ha toccato l'unico vero nervo scoperto di Hollywood: il cristianesimo. La campionessa della Hollywood liberal, la sex symbol che pare disegnata dagli alieni per piacere agli uomini, la moglie del sex symbol maschile Brad Pitt, la madre di una bambina che ha appena imparato a parlare e già vuol cambiare sesso, la donna che si è fatta ricostruire parte del suo corpo per prevenire malattie che non ha, l’ambasciatrice dei rifugiati dell’Unhcr, ha infine partorito un film che appare l’opposto della sua immagine pubblica. Lei sembrerebbe l’emblema della post-modernità, atea, materialista, relativista. Il suo film, al contrario, è denso di dialoghi fra l’uomo e Dio, intriso di un’etica che non si vede e non si sente più da mezzo secolo (con le uniche eccezioni di Mel Gibson e Clint Eastwood, appunto). Angelina Jolie rivela, dunque, un’anima profondamente cristiana prigioniera di un’immagine da liberal. Ed è questo che deve aver spiazzato non pochi osservatori.

Unbroken è un film realistico, duro, nudo e crudo. O meglio: è tre film in uno, ciascuno dei quali ritrae un pezzo del percorso dell’uomo Louis Zamperini. C’è un primo film, un romanzo di formazione, in cui un ragazzino, mezzo delinquente, di origine italiana, prende le botte dal papà e dalla polizia, oltre che dai vicini razzisti. Poi incomincia a credere in se stesso, a mettere la forza delle sue gambe al servizio dello sport invece che della delinquenza. E così il piccolo teppista diventa “l’uomo dal finale fulmineo”, come lo definì Hitler nelle Olimpiadi di Berlino, dove tenne il passo tutto il tempo nei 5000 metri, per poi sbalordire tutti con un incredibile scatto finale che passò alla storia. Fin qui è un film già visto tante volte sul sogno americano, dell’uomo che si fa da sé. Dalle orecchie del giovane Zamperini scivolano via le prediche del prete e dei genitori ferventi cattolici. Resta solo qualche imput: Dio crea le tenebre per attraversarle e sopravvivervi, non per combatterle. I malvagi esistono, ma bisogna resistere alle loro persecuzioni, restare vivi e avere la forza di perdonarli. Si deve avere la forza di vivere un momento di dolore, per godere di una vita di gloria. Tutte lezioni che servono a poco ad un uomo che crede in se stesso, ma non in Dio.

La lezione serve, piuttosto, solo nel secondo film: la lotta di Zamperini, ormai uomo formato, contro la natura. Puntatore di un bombardiere B-24 Liberator, l’ex promessa olimpionica precipita con due compagni di volo in mezzo all’Oceano Pacifico. Tre uomini, un canotto, l’oceano. E Dio. Sono questi gli unici elementi del secondo Unbroken: un dialogo esistenziale fra il protagonista, il compagno più debole e privo di autostima (che non sopravvive) e il pilota Fred Garrett, credente. Dialoghi sull’esistenza di un Creatore, su quella di un suo disegno e sul senso della vita. Zamperini inizia a vedere Dio come l’unico possibile salvatore, giura di dedicargli la vita se dovesse sopravvivere. E’ solo la prima tappa di un percorso di conversione. Dopo 47 giorni alla deriva (un altro record battuto, suo malgrado), i due sopravvissuti, ai limiti della loro vita, vengono salvati dalla nave sbagliata: un’unità militare giapponese.

Ed è a questo punto, nel terzo film che compone Unbroken, che Zamperini inizia, non solo a credere, ma anche a vivere la sua fede. Proprio nel buio della prigionia più dura, dove gli aguzzini hanno l’unico obiettivo di spezzarlo fisicamente e psicologicamente, l’atleta italo-americano trova la forza di sopravvivere, restare umano. E infine di perdonare i suoi persecutori. Solo una fede divenuta ormai incrollabile permette all’ex atleta ateo di diventare un esempio di resistenza umana e spirituale, di non cedere al demone del tradimento prima e della vendetta poi, nonostante le tentazioni siano fortissime, quasi irresistibili.

Il vero Zamperini, che Angelina Jolie ha conosciuto personalmente, è rimasto vivo fino al completamento della lavorazione del film. E’ spirato lo scorso 2 luglio, all’età di 97 anni. Colui che è sopravvissuto a 47 giorni di naufragio e due anni di lager giapponese è campato quasi cent’anni. Ha vissuto, come aveva promesso, una vita dedicata a Dio, che lo salvò dalla violenza della natura, dell’uomo e della sua stessa mente, che rischiò di collassare subito dopo la liberazione. Forse è questo l’aspetto che i critici più tignosi considerano “privo di senso”: tutto questo gran parlare di Dio.