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Varela e Martí, due cattolici eroi. Ma non del castrismo

Il castrismo che da sempre cerca di arruolare al socialismo i personaggi eminenti dell’Isola. É il caso di don Félix Francisco José María de la Concepción Varela, sacerdote, scienziato e beatificato da Benedetto XVI. O come l’eroe nazionale di Cuba José Martí, trasformato in improbabile precursore del comunismo. 

Padre Félix Varela

Tra le gigantografie di “Che” Guevara e i memorabilia della revolución, a L’Avana c’è anche la cattedrale cattolica intitolata alla Virgen María de la Concepción Inmaculada, un meraviglioso esempio di barocco coloniale che il regime ha appena restaurato per fare bella figura con papa Francesco. Ieri pomeriggio il Pontefice vi ha celebrato i vesperi. La maestosa chiesa fa tutt’uno con El Real Seminario Conciliar de San Carlos y San Ambrosio, altro gioiello barocco e massima istituzione di studi religiosi a Cuba. Fino a poco tempo fa. 

Oggi non si chiama ovviamente più così e non accoglie più nemmeno il seminario, spostato nel 2010 in un nuovo edificio grande e moderno. In quei suoi locali di un altro tempo oggi c’è infatti il Centro Cultural Padre Félix Varela, dipendente dall’arcivescovado di l’Avana, che offre vari programmi di studio tra cui il master in Amministrazione d’impresa. Ieri, dopo i vespri, il Papa vi ha fatto visita. È infatti uno dei fiori all’occhiello della Chiesa cubana, pronto però per essere strumentalizzato dal castrismo che da sempre cerca di arruolare alla causa del socialismo i personaggi eminenti dell’Isola. 

Il caso di don Félix Francisco José María de la Concepción Varela y Morales (1788-1853), cui il Centro è intitolato, è uno di questi, tanto che dal 1981 il suo nome è diventato quello della massima onorificenza del regime cubano. Ordinato sacerdote a 23 anni, a 24 Varela divenne docente di Filosofia, Fisica ed Etica al Real Seminario; era infatti un vero luminare in campo scientifico (il che contribuisce una volta in più a sfatare il falso mito dell’inconciliabilità tra fede cattolica e progresso tecnico-scientifico). Nel 1821 fu inviato come rappresentante di Cuba a Madrid. Era infatti un ardente patriota che sognava l’indipendenza dell’isola caraibica. Come però l’hanno sempre sognata (ovviamente e spesso giustamente) moltissimi, se non addirittura tutti gli abitanti di colonie, non solo quelle spagnole e non perché automaticamente proni alla leyenda negra anticattolica. 

Don Fèlix era infatti un ottimo cattolico; come lo erano tutti gli spagnoli che lo erano. Quel che ha sempre portato ai ferri corti le colonie e le madrepatrie è sempre infatti stata la progressiva miopia politica con cui le seconde hanno ristretto e infine conculcato i diritti politici delle prime. Ovvero un problema, grave, di assolutismo, ma non di rivoluzione. È questa la storia della Cuba di don Varela, ma anche dell’intero Continente americano, meridionale e settentrionale. Inviato a Madrid, il sacerdote chiese fermamente tre cose alla Corona: un governo per le provincie di Oltremare, l’indipendenza e l’abolizione della schiavitù. Quando se le vide respingere, nel 1823 si autoesiliò a New York prodigandosi nella missione verso i diseredati, nell’evangelizzazione dei migranti, nell’istruzione degli analfabeti. Sempre e solo per Cristo, non per il castrismo del futuro. Ammalatosi di asma, si ritirò alla fine in Florida, a St. Augustine, che un tempo si chiamava San Agustín, la prima città degli Stati Uniti, spagnola, cattolica, e vi morì. Fu Papa Benedetto XVI che nel marzo 1012 portò ai cattolici cubani il dono del decreto che lo ha dichiarato Servo di Dio.

La patria cubana si fonda cioè su un sacerdote cattolico di questo calibro, un uomo definito «santo e patriota intero» da un altro grandissimo simbolo dell’identità cubana, regolarmente anche lui scempiato dalle caricature castriste che ne hanno fatto un ennesimo improbabile precursore del comunismo, José Martí (1853-1895). Sì, perché José Julián Martí Pérez fu uomo politico, scrittore, poeta, giornalista, filosofo, ma mai un socialcomunista. Il castrismo ne ha dirottato la memoria storica, ma Martí era l’opposto della lotta di classe: «Il diritto dell’operario», scrisse, «non può mai essere l’odio verso il capitale: è invece l’armonia, la conciliazione, la comunanza dell’uno e dell’altro». Il regime cubano ha cercato di giustificare il potere del partico unico comunista dicendo risibilmente che in vita Martí fondò un solo partito, il Partito Rivoluzionario Cubano, ma il “padre della patria” ricordava che «una rivoluzione è tuttavia necessaria: quella che non fa presidente il suo comandante, la rivoluzione contro le rivoluzioni». 

Temeva lo strapotere degli Stati Uniti su Cuba, Martí, ma lo facevano anche un numero grande di conservatori statunitensi. E a chi aveva dubbi, Martí diceva: «Assassini infidi, ingrati a Dio e nemici degli uomini sono tutti coloro che, con il pretesto d’insegnare dottrine moderne, insinuano nelle orecchie dei giovani un mucchio d’idee infiltrate dal vangelo barbaro dell’odio al posto della sublime dottrina dell’amore». Torna in mente il “Proyecto Varela”, con cui, in nome del Servo di Dio don Félix, nel 1998 Oswaldo Payá (1952-2012), il fondatore del Movimiento Cristiano de Liberación morto in un incidente assai sospetto, chiese libertà di associazione, libertà di parola e di stampa, amnistia per detenuti politici, diritto a costituire imprese private e indizione di elezioni libere entro un anno dall’approvazione di codeste riforme per ricevere dal regime solo repressione e arresti. Il castrismo è un colosso di bugie dai piedi di argilla.