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Verso il Sinodo, c'è chi confonde i fedeli

Sinodo dei vescovi

Il grave disorientamento che la discussione pubblica sui temi all'ordine del giorno del Sinodo sulla famiglia ha provocato, rende necessario suggerire criteri certi di autentico discernimento teologico. Il Sinodo, che si è svolto in forma straordinaria dal 5 al 19 ottobre 2014 e si riaprirà in sessione ordinaria il 4 ottobre prossimo, è stato convocato da papa Francesco con l’intenzione di consultare l’episcopato mondiale sul modo migliore di applicare alla situazione attuale delle famiglie le linee pastorali da lui stesso indicate nell’Evangelii gaudium.

In questa sua esortazione apostolica il Papa non distingue mai la pastorale dall’evangelizzazione, e nemmeno separa mai la dottrina dogmatica da quella morale. Eppure, come già detto, la discussione pubblica sui temi all’ordine del giorno nel Sinodo sulla famiglia sta provocando visibilmente un pernicioso disorientamento tra i fedeli cattolici, i quali non possono non avvertire la pressione che da molte parti – anche da parte di alcuni autorevoli padri sinodali - viene esercitata pubblicamente sul Santo Padre perché giunga a decretare, alla fine dei lavori, una nuova prassi pastorale della Chiesa nei confronti di quei battezzati che, dopo aver contratto un regolare matrimonio canonico, si sono separati dal coniuge, hanno fatto ricorso al divorzio civile e poi hanno istituito, con un coniuge diverso da quello legittimo,  una convivenza more uxorio (non importa se riconosciuta come matrimonio dalle leggi dello Stato, perché il matrimonio civile tra battezzati è  canonicamente nullo).

Chi si trova in questa condizione è stato sempre considerato dalla Chiesa come persona in stato di permanente e notorio peccato grave, ragione per cui non può, in base ai decreti del Concilio di Trento e alle vigenti leggi canoniche, essere ammesso alla comunione eucaristica, a meno che non ottenga prima l’assoluzione sacramentale (condizione della quale è il pentimento efficace, ossia l’abbandono dello stato di permanente e notorio peccato grave). La nuova prassi pastorale che molti (a cominciare del cardinale Walter Kasper) propongono in nome della “misericordia” comporterebbe qualche inedita forma di riconoscimento ecclesiastico delle cosiddette “seconde nozze” (ossia, in realtà, del concubinato) e di conseguenza l’ammissione dei cosiddetti “divorziati risposati” (terminologia equivoca e teologicamente inammissibile) all’Eucaristia.

Analoghe proposte riguardano la pubblica “accoglienza”, da parte della Chiesa, delle coppie di omosessuali, “accoglienza” che viene ritenuta necessaria oggi, non solo in nome della “misericordia” ma anche e soprattutto in nome dei “valori autentici” che la Chiesa dovrebbe essere in grado di riconoscere alle “convivenze di fatto”, anche a quelle basate  sui rapporti sessuali contro natura. Più o meno esplicitamente, si argomenta a favore del “rispetto” per le condotte omosessuali facendo riferimento alla necessità che la Chiesa non si estranei dall’evoluzione del costume sociale, visto che oggi, per lo strapotere mediatico e legislativo della “lobby gay”, esse ricevono ogni tipo di tutela giuridica da parte dello Stato, almeno nei Paesi occidentali, ivi compresi quelli di secolare tradizione cattolica.

Se appare auspicabile un intervento di qualificati Pastori e teologi su questa problematica, è perché tutti coloro che hanno a cuore la fede del Popolo di Dio - soprattutto se  a ciò sono tenuti per diretta missione canonica -  hanno il dovere di aiutare i fedeli a valutare criticamente i messaggi che continuamente inondano i media riguardo a quanto è stato ed è oggetto dei lavori del Sinodo. Tra questi messaggi, infatti, non mancano quelli che, pur essendo presentati come meri adattamenti “pastorali” alla mutata situazione sociologica, propongono il realtà un radicale cambiamento della dottrina dogmatica e morale della Chiesa, in particolare per quanto riguarda i sacramenti del Battesimo, della Penitenza, del Matrimonio e dell’Eucaristia.

Un intervento del genere è dunque necessario per far comprendere a tutti che il rifiuto di tali proposte non è dettato da pregiudizi ideologici o da prese di posizione conservatrici, ma solo dalla doverosa difesa di quegli elementi essenziali del dogma e della morale cattolica che l’azione pastorale non può mai obliterare ma deve invece riproporre sempre efficacemente affinché il Popolo di Dio li comprenda, li ami e li viva in ogni tempo e in ogni luogo.  Occorre quindi un intervento ispirato all’autentica “parresia” apostolica, rilevando con tutta la necessaria chiarezza – che non implica alcuna mancanza di rispetto o di carità nei confronti delle persone che stanno proponendo delle riforme assolutamente  inammissibili – che il radicale cambiamento che taluni propongono riguarda direttamente quei principi fondamentali della fede cristiana che il magistero della Chiesa ha in vario modo definito autorevolmente, approvando anche la loro adeguata formalizzazione scientifica al livello della più accreditata teologia dogmatica, morale e pastorale. 

Trattandosi dunque dei principi fondamentali della fede cristiana, ogni cristiano ha il diritto e il dovere di esaminare responsabilmente tali proposte di cambiamento, per verificare  criticamente, ossia con adeguati criteri di ragione e di fede, se si tratta davvero di “applicazioni” o “adattamenti” che possano servire oggi a comprendere e a vivere più coerentemente il Vangelo da parte di ogni componente del Popolo di Dio, o se non si tratta invece di mutamenti sostanziali e quindi, all’atto pratico, di diretta negazione della verità che Dio ha rivelato e la Chiesa custodisce fedelmente e interpreta infallibilmente.

L’atteggiamento critico di fronte alle proposte di cambiamento cui qui ci si riferisce non deve essere stigmatizzato a priori come se derivasse sempre e comunque da posizioni ideologiche inclini al conservatorismo e ostili al progresso, oppure da indebiti attaccamenti a prassi ecclesiastiche o ad abitudini tradizionali dei fedeli cattolici in qualche parte del mondo. Ciò potrebbe accadere, e sarebbe giustamente da biasimare, se si trattasse di resistenza ai cambiamenti che l’autorità ecclesiastica ritiene di dover introdurre nella dottrina e nella prassi della Chiesa, come già in passato è avvenuto e come in particolare è avvenuto ai nostri giorni con il Concilio Ecumenico Vaticano II.

Ma se invece si tratta di vagliare la liceità e l’opportunità di cambiamenti proposti da laici (ad esempio, tra gli italiani, Enzo Bianchi e Alberto Melloni), o da ecclesiastici che si esprimono su queste materie in qualità di teologi e non come rappresentanti del Magistero (ad esempio il cardinale Walter Kasper, che tuttavia ha preteso di rappresentare le intenzioni e il criterio di papa Francesco), allora l’atteggiamento critico non può in alcun modo essere censurato come mancanza di docilità agli insegnamenti e alle decisioni del Romano Pontefice. Papa Francesco, infatti, ha indetto il Sinodo per consultare l’episcopato mondiale e giungere poi, eventualmente, a un pronunciamento dottrinale autorevole, che si può prevedere possa essere promulgato nella forma ormai tradizionale (in quanto adottata da Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) dell’esortazione apostolica post-sinodale.

Solo allora, quando si potrà dire “Roma locuta, quaestio finita”, tutti i fedeli avranno l’obbligo di recepire docilmente e con gratitudine le novità eventualmente introdotte nella dottrina e nella prassi della Chiesa: novità che certamente non toccheranno quelli che prima ho chiamato “i principi fondamentali della fede cristiana”. Insomma, esercitare questa vigilanza critica nei confronti di taluni abusi dottrinali non è mettersi in antitesi con il Papa ma proprio il contrario: è sostenerlo in quelle che sono le sue intenzioni, come i documenti del Sinodo straordinario hanno fatto comprendere e l’esito finale del Sinodo ordinario certamente confermerà.

(primo articolo di una serie)