• LO SCRITTORE

Vi racconto l’Eco che ho conosciuto (e stimato)

La mia vita si è singolarmente incrociata più volte con quella di Umberto Eco, fin dall’esordio e posso confermare che lui era d’altra pasta, uno dei pochissimi. Era così: aveva scelto una parte ideologica precisa ma, a differenza degli altri correligionari, era sempre attento a quel che avveniva nel campo avverso.

Umberto Eco

La mia vita professionale si è singolarmente incrociata più volte con quella di Umberto Eco, fin dall’esordio. Ero giovane e squattrinato quando decisi di voler fare i soldi scrivendo un bestseller. Ma, non avendo mai scritto un libro in vita mia, volli vedere come era fatto un bestseller. In quell’anno furoreggiava Il nome della rosa; lo comprai, lo lessi e (compatitemi, ero giovane) mi dissi: ma una cosa del genere so farla anch’io! 

Fu così che nacque L’Inquisitore, la mia opera prima. Non fu un bestseller ma, nel suo piccolo, mi diede non poche soddisfazioni (quattro edizioni italiane e sei traduzioni estere), oltre ad aprirmi le porte della grande editoria. Intanto, però, mi ero incuriosito per la figura di Mastro Eco, di cui cominciai a leggere l’opera omnia. Capii che il grande intellettuale conosceva il Medioevo molto meglio di me e che, in quel romanzo, l’aveva stravolto a bella posta perché sapeva benissimo qual è il taglio che procura recensioni, elogi e battage – nonché vendite - nel milieu che conta e del quale aveva scelto di far parte, lui, ex dirigente dell’Azione Cattolica, dopo una ben «meditata apostasia» (parole da lui stesso usate con un Vittorio Messori che lo intervistava). 

Qualche anno dopo mi produssi in uno scherzetto letterario ai suoi danni, usando l’aritmopsefia e la numerologia (materie che Eco padroneggiava e che adoperò nel suo thriller successivo, Il pendolo di Foucault, che io stimo la sua cosa migliore in assoluto). Applicandole al suo nome e cognome, ne veniva fuori il Numero dell’Anticristo. Il mio articolo, pubblicato su Studi cattolici, suscitò un vespaio sulla stampa. Ma Eco, gran signore, mi difese perché era chiaro che si trattava di uno scherzo (mentre la stampa “laica” aveva puntato il dito contro il “fanatismo” dei bacchettoni cattolici). Ci incontrammo un giorno de visu sul treno. Fu un incontro simpatico e cordiale, spostatosi nella carrozza fumatori perché già allora la sigaretta cominciava a non essere più “di sinistra”, e Eco ne era visibilmente imbarazzato. 

Ancora ci rivedemmo, con grande scambio di complimenti (io avevo appena pubblicato Il quadrato magico) in una soirée del comune editore Rizzoli-Bompiani, e ci facemmo anche una foto insieme. Era passato qualche anno ma ancora fumava. Pochi anni fa, a una festa natalizia per autori, mi confessò che stava cercando di smettere (tramite un bocchino vuoto che teneva tra i denti). Poi uscì il film su Ipazia e, tra gli speciali del dvd, mi imbattei nel video di una conferenza del gotha del laicume nostrano. C’era anche lui. Mi citò e dovette spiegare agli “intellettuali” correlatori che non ero quello di Montalbano, ma «il difensore dell’ortodossia». Mi criticò bonariamente per un mio svarione, ma era il solo che sapesse chi ero. 

L’episodio mi rivelò che, al di là degli incontri occasionali, non mi aveva snobbato. E avrebbe ben potuto permetterselo. No, si era letto tutto quel che avevo scritto e non aveva più smesso di seguirmi. Lui era così: aveva scelto una parte ideologica precisa ma, a differenza degli altri correligionari, era sempre attento a quel che avveniva nel campo avverso. Gli altri si leggevano e si parlavano addosso (copyright Woody Allen), e ancora lo fanno, premiandosi e laudandosi vicendevolmente. Lui, invece, era forse il solo a possedere una vera e profonda cultura, perché chi coltiva solo il proprio orticello e si rifiuta di guardare al di là della siepe conosce al massimo mezza realtà. 

E, alla fine, non fa altro che essersi costruita un’ignoranza colpevole. Umberto Eco era d’altra pasta, uno dei pochissimi (gli altri, in Italia, saranno al massimo tre). Davvero “meditata”, dunque, la sua “apostasia”. Adesso avrà verificato se Adso da Melk è realmente caduto nel «grande nulla» (cito dal finale de Il nome della rosa) o se ha scommesso sul cavallo sbagliato. Noi, che abbiamo scommesso sull’altro cavallo, ne accompagniamo la dipartita con un requiem. Io, che davvero l’ho stimato, aggiungo l’onore delle armi e una mia preghiera speciale. In questo Giubileo di Misericordia.