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Wisconsin, il lento logoramento di Donald Trump

Nelle elezioni primarie del Wisconsin, Ted Cruz ha battuto Donald Trump con un ampio margine di vantaggio. Non è affatto detto che questo colpo rallenti la corsa del miliardario verso la nomination alla Casa Bianca, ma è la dimostrazione che il suo lento logoramento continua.

Donald Trump

Dopo la lunga pausa che per 15 giorni ha tenuto l’elettorato Repubblicano lontano dalle urne, le primarie riaprono i battenti con un rovescio di fronte importante. Ted Cruz ha battuto sonoramente Donald Trump: fa testo il 48,5% dei voti popolari ottenuto da Cruz contro il 35,1% di Trump (John Kasich ha ottenuto il 14,1%), ma soprattutto spiccano i 36 delegati conquistati da Cruz contro i 6 di Tump (Kasich nessuno) effetto della legge elettorale che sostanzialmente assegna un premio di maggioranza a chi totalizza il maggior numero di voti (“winner-take-most”). La seconda parte delle primarie si annuncia dunque ancora più disputata della prima e con tutta probabilità lo sarà praticamente fino all’ultimo Stato chiamato al voto, con un risultato finale che forse sarà davvero questione di una manciata di delegati di scarto tra l’uno e l’altro.

Innegabilmente, infatti, il voto del Wisconsin è galvanizzante per Cruz tanto quanto è mortificante per Trump, e questo al di là del fatto che il secondo sia ancora in testa con il grande vantaggio di 226 delegati sul primo. Cruz era infatti alla ricerca di un nuovo risultato rotondo che gli desse la spinta propagandistica necessaria a rilanciare la propria candidatura e il Wisconsin gli ha dato retta. In verità, da giorni i pronostici gli erano favorevoli, ma forse nessuno si attendeva un successo tanto netto. Il che spiega la frustrazione di Trump.

Trump ha finora vinto molto. La sua innegabile mediaticità, e il codazzo di polemiche che ogni suo intervento pubblico immancabilmente genera, lo hanno costantemente messo in cima ai palinsesti dei mezzi di comunicazione. Contando sulle luci della ribalta sempre accese su di sé, Trump è riuscito a gonfiare negli occhi del pubblico l’effetto delle proprie vittorie oltre la loro reale portata, dando l’idea che quel suo successo oggettivamente clamoroso fosse persino di più, la profezia si una vittoria inesorabile. Ma non è così. E dunque le vittorie minori ma altrettanto importanti di Cruz, strategicamente deprezzate da Trump per minimizzare il suo avversario e cercare di esorcizzarne la sfida, hanno finito per diventare la sua nemesi che ai primi di aprile si è presa la sua vendetta.

Certo, potrebbe essere solo un fuoco di paglia destinato a spegnersi alla prossima tornata elettorale (il 19 aprile nello Stato di New York), ma qualcosa non è più come prima. La seconda (e ultima) fase delle primarie è infatti differente. Mancano solo 16 Stati. Di questi la maggioranza, 9, assegnano i delegati con una o un’altra legge comunque di tipo maggioritario (“winner-take-all”) ovvero allocandoli tutti in blocco a chi ottiene più voti popolari. Fra questi ci sono pezzi da novanta come la Pennsylvania, l’Indiana, la California e il New Jersey che assegnano rispettivamente 71, 57, ben 172 e 51 delegati. A eccezione del Rhode Island che ne assegna 19, gli Stati dove si vota invece con criterio proporzionale assegnano tutti tra i 24 e i 44 delegati e in più c’è lo Stato di New York che da solo ne assegna (proporzionalmente) 95. Il che significa che un numero anche limitato ma ben piazzato di vittorie può fare la differenza decisiva, e soprattutto che anche un solo voto popolare in più guadagnato negli Stati dove vige la legge maggioritaria può sgretolare in un attimo vantaggi anche enormi. I suoi 226 delegati di vantaggio non garantiscono insomma ancora sonni tranquilli a Trump. E in uno scenario dove i contendenti si dovranno muovere come se fossero in un monolocale arredato a cristali di Boemia ogni piccolo errore può costare davvero caro. Non è più il momento, insomma, per Trump di dire: «Potrei sparare a qualcuno in mezzo alla 5a Strada e non perderei elettori». Il tempo, poi, sembra lavorare a favore di Cruz.

Alle prossime urne mancano 13 giorni. I 15 trascorsi dall’ultimo voto hanno permesso a Cruz di guadagnare terreno. Certamente lo Stato di New York è, sulla carta, più favorevole a Trump che a Cruz, ma le lunghe pause logorano il multimilionario. Trump ha abituato il pubblico a una sparata nuova ogni giorno, ma così un suo solo pomeriggio di silenzio appare come un vuoto eterno. Il ritmo non è semplice da tenere nemmeno per uno come lui, e tra l’altro il suo repertorio di uscite surreali e di lanci ad altezza uomo comincia a esaurirsi. Nell’ultima fase delle primarie il peggior nemico di Trump potrebbe cioè essere Trump.

Comunque vada, la nube più grossa sul cielo Repubblicano non è però questa. È che o Trump vincerà la nomination presidenziale di misura, oppure alla Convenzione nazionale del partito, in luglio, sarà il putiferio. Infatti, mentre ancora nessuno si spiega perché Kasich continui a sprecare delegati e soldi restando in una corsa in cui non ha la minima speranza di andare in alcun luogo, né un Trump candidato alla Casa Bianca né una partito dilacerato in luglio proietta su novembre l’ombra della vittoria contro Hillary Clinton. La quale perde costantemente molto a favore di Bernie Sanders (in Wisconsin lei ha conquistato il 43,1% dei voti e 36 delegati, mentre lui il 56,6% dei voti e 47 delegati), ma si mantiene sempre al di sopra della soglia di salvezza.