• ISLAM E SINISTRA

Yemen: la stampa liberal con l'Iran contro Trump

Il Washington Post ospita come editorialista il leader degli Houthi, le milizie sciite che combattono nello Yemen contro il governo, spalleggiate dall'Iran. Il quotidiano liberal, che ospitò Khashoggi, fa dunque una scelta di campo chiara, a favore dell'Iran, per colpire Trump e i suoi alleati sauditi. 

Striscione Houthi nello Yemen

"Democracy dies in darkness". Il Washington Post sembra essere piombato nell’oscurità invocata dallo stesso giornale al momento dell’elezione di Trump alla Casa Bianca. Se il “jihad” lanciato contro il Presidente degli Stati Uniti in nome della libertà di stampa è frutto dell’ipocrisia tipica della sinistra internazionale, la deriva islamista del Washington Post non ha nulla di democratico. Jamal Khashoggi, il giornalista saudita tragicamente scomparso a Istanbul, è stato fatto passare come “martire” della libertà d'espressione, ma con i suoi tanto celebrati "editoriali" pubblicati dal Washington Post definiva i Fratelli Musulmani come unica speranza di democrazia e libertà in Medio Oriente, e il Qatar con Al Jazeera comeunico campione della libera informazione nel mondo arabo. Come se non bastasse, il Washington Post si è fatto clamorosamente portavoce delle milizie Houthi, quelle che hanno fatto sprofondare lo Yemen - un paese con già gravi problemi di politici, di sicurezza e sviluppo - in una catastrofe umanitaria che a detta delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni è peggiore di quella siriana.

Con un editoriale volto a propinare a milioni di lettori una narrativa artata e ingannevole delle dinamiche del conflitto yemenita, il Washington Post ha ospitato sulle sue colonne Mohammed Ali Al Houthi, capo del “Comitato Supremo Rivoluzionario”, l’organo che sovrintende all’occupazione della fascia settentrionale del paese da parte dei miliziani sciiti, incluse le principali località costiere e la capitale Sana’a. La dicitura “Comitato Supremo Rivoluzionario” è in linea con il gergo tipico del regime khomeinista iraniano, che degli Houthi è banchiere e armatore affinché anche lo Yemen, insieme a Siria, Iraq e Libano, venga inglobato nell’orbita islamista degli ayatollah di Teheran.

Naturalmente, secondo la propaganda “rivoluzionaria” veicolata da Al Houthi a livello mondiale dalla prestigiosa tribuna del Washington Post, i bombardamenti della Coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono la “causa” scatenante del conflitto e della catastrofe umanitaria, e niente affatto la “conseguenza” dell’aggressione dei miliziani filo-iraniani che il governo e l’esercito dello Yemen, con il supporto proprio della Coalizione, stanno contrastando nel tentativo di riconquistare i territori occupati.

Le vittime tra la popolazione non sono in alcun modo dovute al fatto che gli Houthi utilizzino mine antiuomo e i civili come scudi umani, insediandosi in abitazioni, edifici e luoghi pubblici. Ed è l’embargo aereo e marittimo, operato dalla Coalizione per bloccare i rifornimenti di armi che agli Houthi giungono da Teheran, a strozzare le vie di rifornimento e i corridoi umanitari, non le milizie sciite che si rifiutano di lasciar passare gli aiuti alimentari delle Nazioni Unite, dell’Emirates Red Crescent e del King Salman Humanitarian Aid and Relief nelle zone da loro occupate militarmente. Mentre il saccheggio della banca centrale a Sana’a, servito esclusivamente ad alimentare lo sforzo bellico, non ha nulla a che vedere con il tracollo dell’economia e con la privazione dei mezzi di sostentamento per la popolazione, a dir poco ridotta allo stremo nelle aree che aspettano di essere liberate.

La censura nei confronti dei media che vogliono riportare la verità sulla crisi yemenita è quella applicata dall’Arabia Saudita, afferma Mohammed Ali Al Houthi, sventolando anch’egli senza pudore la bandiera di Khashoggi “martire”. Evidentemente, le minacce, le detenzioni arbitrarie e le uccisioni (tutte documentate) di giornalisti yemeniti da parte delle milizie di cui Al Houthi è il leader sono state perpetrate in nome della libertà di stampa tanto cara sia al Washington Post che al regime khomeinista iraniano, al quale le milizie sciite ispirano i propri metodi di governo. Il Washington Post sarà stato anche molto felice di visionare i filmati degli inni in ode agli Houthi e al regime khomeinista che i bambini sono costretti a cantare nelle scuole per diventare amanti della pace come lo stesso Mohammed Ali Al Houthi, sempre accompagnato dall’immancabile mitragliatrice in ogni sua apparizione televisiva.

La Coalizione deve interrompere subito i “bombardamenti”, richiede espressamente Al Houthi sulle colonne del Washington Post, riferendosi agli scontri attualmente in corso nella città portuale di Hodeida. Perché “noi vogliamo la pace” e riprendere i negoziati nell’ambito delle Nazioni Unite. Sì, gli stessi negoziati che gli Houthi hanno boicottato nel mese di settembre, disertando il tavolo delle trattative di Ginevra. Nella sua richiesta, Al Houthi è sostenuto da “columnists” del Washington Post del calibro di David Ignatius e Jackson Diehl, amici americani di Khashoggi e tra i più famosi giornalisti di affari esteri al mondo, i quali non possono non essere consapevoli del fatto che l’improvvisa disponibilità degli Houthi al dialogo sia soltanto strumentale: le milizie sciite continuano infatti a perdere terreno e hanno bisogno di riprendere fiato e riorganizzarsi, nonché di guadagnare consensi a livello internazionale anche grazie ad alleati come il Washington Post.

Cosa può aver spinto l’importante quotidiano americano a una tale deriva? Utilizzare lo Yemen per attaccare l’Arabia Saudita e così colpire Trump, come già accaduto con Khashoggi, è una spiegazione plausibile, ma non sufficiente a giustificare la sponda giornalistica offerta al leader degli Houthi e il sostegno alla loro linea “diplomatica”. L’editoriale del 9 novembre è una macchia indelebile che il Washington Post non può aver inferto a se stesso senza un vincolo esterno che lo abbia indotto ad agire in tal senso. Il principio “pecunia non olet” sembra allora valere anche per i giornalisti del Washington Post, che hanno tutta l’aria di essersi messi al servizio delle trame del nuovo polo dell’islamismo mondiale, ideologicamente caratterizzato dalla Fratellanza Musulmana e alimentato dai forzieri del regime di Doha, a sua sempre più legato al regime khomeinista iraniano e a quello di Erdogan in Turchia.