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15-07-2014 Che aspetta l'Ordine a censurare il "falsario" Barbapapà? di Luigi Santambrogio
Eugenio Scalfari

Diciamo la verità, dopo la falsa intervista di Scalfari a Papa Francesco, abbiamo tutti la tentazione di fare nostre le incaute parole di don Benedetto Rustico, l’ormai celebre, suo malgrado, parroco di Oppido Mamertina. Il prete dell’inchino, forse stufo di essere sbeffeggiato da stampa e tv, l’altro giorno ha tuonato dal pulpito e ha invitato i suoi allibiti parrocchiani: «a prendere a schiaffi il giornalista che è in fondo alla chiesa». Il giornalista era tal Lucio Musolino, inviato a Oppido dal Fatto Quotidiano, dopo la scandalosa vicenda dell’inchino della statua della Madonna davanti alla casa del boss. L’Ordine dei giornalisti della Calabria ha subito reagito, ha condannato «la grave intimidazione» e ha chiesto, come da procedura, nei confronti del prete «provvedimenti adeguati e immediati».

Ecco, qualcuno adesso dovrebbe prendere a schiaffi (metaforicamente, il va sans dire) il maestro Eugenio Scalfari, giornalista non certo abituato, a differenza del povero Musolino, ad accomodarsi nelle ultime panche della chiesa. Come l’evangelico fariseo, il fondatore di Repubblica, è sempre nelle prime fila del tempio, a menare il turibolo sul suo smisurato Io: per lui, infatti, le interviste, che si tratti di Papi, cardinali o imperatori, sono solo accidenti, pretesti per realizzare desideri insoddisfatti e manifestare al mondo il suo Verbo. È una sorta di transfer freudiano: sul lettino scalfariano le distanze si annullano, le domande si fondono con le risposte e, soprattutto, il pensiero dell’Io si consacra in quello di Dio.

C’è da capirlo: alla sua età, Eugenio Scalfari ha dovuto sopportare lo sforzo di scrivere un paio di libri, una decina di pamphlet teosofici oltre a centinaia di estenuanti omelie domenicali per dimostrare la sua consustanziale identità col Padreterno, lo Spirito della Storia e il Figlio dell’Uomo. Le 5 W del giornalismo anglossassone, la verità dei fatti e il racconto della realtà sono volgari occupazioni da cui il Maestro si è da tempo auto-esentato. Così, il giorno dopo il sequel dell’intervista che non c’è (la prima porta la data dell’ottobre 2013) alla redazione tocca mettere una pezza e rendere almeno un po’ verosimili le panzane che il fondatore, in totale confusione di identità, ha messo in capo a Francesco. 

La proverbiale lucidità di Barbapapà non è più quella di una volta, quando ancora non lo avevano ancora rinchiuso nel magazzino delle scope a scrivere interminabili omelie domenicali. E Repubblica, ormai improbabile e rozzamente partigiana per quanta fuffa le venga inzeppata dentro, non ha più nulla da insegnare. Resta solo lui, il nonno novantenne e piuttosto spanato nella forma e nei contenuti, ad essere convinto del contrario. Ma un conto è essere smentiti e sbugiardati da qualche capataz della parte avversa, un altro quando lo strapazzato e le accuse di aver taroccato le carte arrivano direttamente dal vicario di Cristo in terra. La figuraccia è mondiale.

«Ma Scalfari ci è o ci fa?», pare domandarsi con crudele malizia padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana, costretto al bis nel riaggiustare il Papa-pensiero.  È la seconda volta che il vizietto di Eugenio viene sgamato in modo così impietoso e indegno di una vittoriosa carriera lunga 70 anni. «Come già in precedenza in una circostanza analoga, bisogna far notare - ha comunicato Lombardi - che ciò che Scalfari attribuisce al Papa, riferendo “fra virgolette” le sue parole, è frutto della sua memoria di esperto giornalista, ma non di trascrizione precisa di una registrazione e tantomeno di revisione da parte dell’interessato, a cui le affermazioni vengono attribuite». L’irritazione del portavoce papale è evidente: da quando Francesco ha preso l’abitudine di chiamare il Dottore a Santa Marta per scambiare due chiacchiere, la sala stampa è diventata come l’esercito delle Guardie svizzere: very pittoresca, ma del tutto inutile.

Ma a questo punto, la questione va affrontata Oltretevere , fuori dalle mura leonine. Inutile pure alambiccarsi su domande che non avranno risposta: Scalfari è andato oltre scrivendo ciò che Papa Francesco gli ha rivelato a taccuino chiuso? Papa Francesco ha superato i limiti di ciò che il Sommo Pontefice può rivelare? Padre Lombardi ha preso l’iniziativa andando a correggere un’ingenuità del vescovo di Roma? Scalfari si è sottratto a una revisione concordata? Il problema adesso è un altro, perché su questa seconda intervista farlocca, se n’è andato anche quel briciolo d'onore e credibilità che pure restava ancora ai giornalisti e alla stampa italiana. 

Dopo aver sconfessato il prete di Oppido, l’Ordine dei giornalisti, ora dovrebbe prendere a schiaffi il Gran Sacerdote di piazza Indipendenza. Glielo impone la stessa legge che lo governa. L’articolo 2, infatti, recita: «È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori». (Diritti e doveri della legge professionale 69/1963).  

Rispetto per la verità sostanziale dei fatti: do you remember mister Repubblica?  Non solo: l'articolo 48 (Procedimento disciplinare) della stessa afferma: «Gli iscritti nell’Albo, negli elenchi o nel registro che si rendano colpevoli di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionale, o di fatti che compromettano la propria reputazione o la dignità dell’Ordine, sono sottoposti a procedimento disciplinare». Il ventaglio delle sanzioni per i giornalisti pinocchio a disposizione dell’Ordine è ben fornito: vanno dall’avvertimento alla censura, alla sospensione (non inferiore a 2 mesi e non superiore a 1 anno) fino alla radiazione, nei casi in cui la dignità professionale viene compromessa. Quali di questi castighi merita la falsa intervista a Francesco? Lo decida pure l’Ordine, così zelante e puntuale in altre occasioni nel censurare, sospendere e radiare. 

Scalfari non ha ancora confessato il secondo falso, ma una convocazione davanti alla Commissione disciplinare dell’Ordine, potrebbe contribuire alla verità dei fatti. Del resto, il fondatore di Repubblica è recidivo: alla stampa estera, ammise che il primo colloquio con Papa Francesco, durato ore, era stato trascritto “a memoria”, senza l’ausilio di registratore né di appunti. Vecchi strumenti, inadatti al giornalismo creativo del maestro: «Cerco di capire la persona intervistata e poi scrivo le risposte con parole mie. Sono dispostissimo a pensare che alcune delle cose scritte da me e a lui attribuite il Papa non le condivida, ma credo anche che ritenga che, dette da un non-credente, siano importanti per lui e per l’azione che svolge».  Cioè, il Papa, confessa Scalfari, non ha detto nulla di quanto ho scritto, ma avrebbe fatto bene a dirle. Da inserire nei manuali di giornalismo.

L’intervento dell’Ordine si rende necessario anche per un altro motivo. In Parlamento stanno discutendo una legge che punisce con il carcere «chiunque abusivamente eserciti» la professione di giornalista «per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato»: il reo verrebbe «punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da 10 mila a 50 mila euro». Una legge liberticida e assurda che va contro ogni libera manifestazione di opinione e pensiero e che dice quanto invasivo e devastante potrebbe diventare il controllo di chi guida la corporazione degli scribi. Ecco, in galera ci andrebbe chi scrive senza avere il patentino rilasciato dall’Ordine, mentre chi si inventa dichiarazioni e prende per i fondelli perfino il Papa viene solennemente incensato e riverito. Che hanno da dire i Guardiani della stampa italiana?