• EDITORIALE

Allo Ior ci pensa papa Bergoglio

La nomina di un prelato di sua fiducia prelude a un intervento radicale di papa Bergoglio sull'Istituto per le Opere di Religione. Chiusura o profonda riforma sono le due strade; che passano però dalla verità su quanto è accaduto in questi anni, inclusa la vicenda Gotti Tedeschi.

lo Ior

L’assalto di papa Bergoglio al fortino dello Ior, la cosiddetta “banca vaticana”, è dunque iniziato. La nomina il 15 giugno di monsignor Battista Ricca a prelato dello Ior – carica prevista nello statuto ma vacante da tre anni – suona infatti come una sorta di commissariamento. Monsignor Ricca presta servizio diplomatico presso la Segreteria di Stato ed è direttore di Santa Marta, la residenza dove alloggia il Papa, che quindi ha avuto modo di conoscerlo bene in questo periodo. E che sia un uomo di fiducia del Papa lo sottolinea il comunicato di nomina in cui si afferma che la decisione è avvenuta “con l’approvazione del Papa” (approvazione non necessaria dal punto di vista formale). La nomina inoltre è ad interim, lasciando supporre che questa sia la mossa preliminare prima di passare alle decisioni vere sull’istituto.

In qualità di prelato dello Ior, monsignor Ricca avrà accesso a tutti i documenti, potrà partecipare alle riunioni della Commissione cardinalizia e a quelle del Board, ovvero il consiglio d’amministrazione, composto da laici. Ricca dunque potrà riferire al Papa tutto quel che accade, così che il Pontefice possa chiarirsi le idee prima di prendere una decisione definitiva.

Papa Bergoglio ha fatto capire più volte che non ritiene necessario lo Ior per la missione della Chiesa e, anzi, potrebbe essere addirittura d’impaccio; l’ultima volta appena sei giorni fa, quando nella tradizionale omelia a Santa Marta ha detto che “San Pietro non aveva un conto in banca”, soffermandosi poi sul valore della povertà per la Chiesa.

E’ un messaggio che pare non sia stato colto affatto dagli attuali vertici dello Ior – il presidente Ernst von Freyber e il direttore Paolo Cipriani - che in questi giorni hanno dato diverse interviste rassicuranti sulla condotta attuale e sul futuro dell’Istituto. Soprattutto Cipriani ha fatto delle affermazioni che sono clamorose per quanto risultano opposte al pensiero di papa Bergoglio. In un’intervista a Il Giornale, infatti, Cipriani ha detto che lo Ior è essenziale per salvaguardare la libertà della Chiesa.

In effetti è impossibile sapere se nelle intenzioni di Bergoglio ci sia la chiusura dello Ior o una sua radicale riforma, e probabilmente saranno decisivi i report che gli farà monsignor Ricca.

Nei mesi scorsi avevamo detto provocatoriamente che, dati gli scandali e tante manovre poco chiare, era meglio chiudere lo Ior e affidarsi ad altri istituti per gli stessi servizi. D’altra parte, dopo tante encicliche e messaggi in cui si danno lezioni di etica al mondo economico e finanziario, sarebbe davvero clamoroso arrendersi all’incapacità di gestire in modo corretto e morale un proprio istituto bancario che, anzi, ci si aspetterebbe da prendere a modello.

La realtà è però lontana dall’ideale e, anzi, gli ultimi sviluppi – comprese le mosse del Papa – stanno facendo venire i nodi al pettine: tra questi l’emergere dei giochi poco puliti di chi un anno fa liquidò l’allora presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi facendolo passare per un malfattore quando appare ora evidente che a condannarlo fu la sua ostinazione nel voler procedere a portare trasparenza e correttezza nello Ior, secondo il desiderio di Benedetto XVI.
Un processo di riforma radicale o di chiusura dello Ior non può non passare allora dall’appurare la verità su tutto quanto è successo in questi anni, ivi inclusa la vicenda Gotti Tedeschi, il quale può oggi a buon diritto aspettarsi una “riabilitazione”.