• LIBANO NEL CAOS

Beirut chiede aiuto, ma resta il mistero su quel magazzino

8 tonnellate di aiuti dall'Italia, 5 milioni di sterline da Londra. E poi Olanda e Grecia mentre Macron è il primo capo di Stato a visitare la capitale libanese distrutta dall'esplosione di martedì. Sullo sfondo però resta il mistero del magazzino da cui è partito il rogo iniziale: Israele ipotizza che venisse utilizzato da Hezbollah. Fonti di intelligence invece parlano di un commando sciita con la complicità di lavoratori del porto.  

Mentre si allunga la lista delle vittime nella devastante esplosione che ha sconvolto Beirut nel pomeriggio del 4 agosto, saliti a 157 morti e 5000 feriti, in Libano si scatenano le polemiche politiche.

Fonti di intelligence raccolte da Tgcom24 riferiscono che una fazione sciita libanese avrebbe organizzato l’attacco grazie all’aiuto di complici che lavorano al porto di Beirut per poi rifugiarsi nel Sud del paese, feudo di Hezbollah e del Partito Amal, ma finora nessuno sembra prendere sul serio l’ipotesi di un attentato o di un atto deliberato. 

Lo escludono il segretario alla Difesa statunitense, Mark Esper (benchè Donald Trump avesse parlato a caldo di “attacco” a Beirut) e pure gli israeliani anche se ieri fonti di Gerusalemme avevano suggerito che quel magazzino venisse utilizzato da Hezbollah. Anche le stesse forze politiche libanesi preferiscono litigare sull’inaffidabilità del governo per aver tenuto stoccate così a lungo 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio altamente esplosivo in un luogo pericoloso e in aree densamente abitate.

Del resto se è vero che il nitrato di ammonio è stato a lungo utilizzato da gruppi insurrezionali per produrre ordigni, è altrettanto evidente che le responsabilità per il suo maldestro stoccaggio al porto di Beirut vanno suddivise tra tutti i governi che si sono succeduti in Libano dal 2014.

Analizzando i video della gigantesca deflagrazione, definita dallo studio di un’università britannica pari a un decimo dell’esplosione nucleare di Hiroshima del 6 agosto 1945, diversi esperti di esplosivi hanno poi messo in dubbio che sia esploso un deposito di nitrato d’ammonio ma invece un magazzino contenente almeno dieci tonnellate di armi ed esplosivi militari.

L’esplosione sta infatti determinando riflessioni sulla sicurezza dei depositi di nitrato d’ammonio e altre sostanze esplosive in diversi paesi della regione. In Israele si valuta lo smantellamento di alcune sostanze massicciamente stoccate nel porto di Haifa mentre l'Iraq ha annunciato ieri che verrà realizzato in pochi giorni un inventario di tutti i materiali pericolosi immagazzinati in porti e aeroporti.  Un comitato d'emergenza presieduto dal capo dell'agenzia delle dogane irachena è stato incaricato di completare il lavoro e si è dato 72 ore per farlo. 

In Libano dubbi, sospetti e soprattutto la totale mancanza di fiducia nei confronti istituzioni da sempre corrotte e viziate da lentezze burocratiche hanno intensificato le proteste popolari e le richieste di apertura di un’inchiesta internazionale. Tutti gli ex premier libanesi, all’opposizione rispetto al presente governo sostenuto anche dal Partito di Dio (Hezbollah), hanno proposto un’inchiesta “internazionale o araba”, considerato che le esplosioni hanno “minato la fiducia dei libanesi verso il governo”. Nel gruppo sono compresi Fouad Siniora, Saad Hariri e Tammam Salam ma tale richiesta è stata avanzata anche dal partito di Walid Joumblatt e da Marwan Hamadé.

L'ex premier Saad Hariri ritiene che ci sia un nesso tra l'esplosione di martedì scorso e l'atteso verdetto della corte penale internazionale (atteso in questi giorni) sull'assassinio di suo padre Rafiq Hariri (ucciso il 14 febbraio del 2005 con altre 21 persone), di cui sono accusati 4 esponenti, irreperibili finora, appartenenti alla milizia sciita. 

Si oppone invece a quanto sembra proprio Hezbollah che oggi i ufficializzerà la sua posizione con un discorso del leader Hassan Nasarallah anche se già ieri fonti del movimento hanno sottolineato che "Hezbollah non accetterà un'indagine internazionale". 

“Un’indagine rapida e trasparente" sulle cause dell'esplosione al porto di Beirut è stara chiesta ieri anche dal presidente francese Emmanuel Macron, in visita ieri a Beirut dove ha incontrato il presidente Michel Aoun, il premier Hassan Diab e il presidente del parlamento Nabih Berri.

Primo capo di Stato o di governo a recarsi in Libano dopo la tragedia, Macron ha chiesto "forti iniziative politiche per risolvere la crisi economica" in atto in Libano. "Ho parlato con franchezza ai tre presidenti della necessità di combattere la corruzione, attuare le riforme, condurre un'indagine trasparente su quanto sta accadendo nel sistema bancario e portare avanti il dialogo con il Fondo monetario internazionale - ha dichiarato Macron, citato dall'emittente libanese MTV - il Libano soffre da anni per una crisi economica e finanziaria per la cui soluzione sono necessarie serie iniziative politiche". 

Il presidente francese ha chiesto ai leader rivali dei partiti politici libanesi "un nuovo patto politico" per evitare il tracollo dello Stato e il suo smembramento.

Macron ha assicurato a una folla di persone che lo ha accerchiato che gli aiuti inviati da tutto il mondo (la Francia ha inviato subito 55 uomini della Protezione civile e 15 tonnellate di attrezzature oltre a un presidio sanitario mobile, comprendente 6 tonnellate di aiuti per la presa in carico di 500 feriti e una nave da sbarco carichi di aiuti) non finiranno "in mani corrotte". 

Dalla folla, secondo le immagini diffuse su Twitter da Quentin Sommerville della Bbc, tra gli slogan antigovernativi, anche un grido: "Aiutateci, per piacere aiutateci".

A Beirut gli sfollati per i danni subiti dalle abitazioni a causa dell’esplosione sono oltre 300 mila cui si aggiungono molti altri che lasciano la città per evitare di respirare le polveri tossiche conseguenti alla deflagrazione. 

Al di là della crisi finanziaria già grave e accentuata dalle conseguenze dell’epidemia di Covid 19, i soli danni materiali dell’esplosione al porto sono stimati intorno ai 5 miliardi di dollari cui aggiungere un altro miliardo di danni al settore del turismo in Libano.

Pierre Ashkar, presidente del sindacato dei proprietari alberghieri ha detto che le perdite dirette e indirette potrebbero superare il miliardo di dollari. Il settore del turismo sta già soffrendo a causa dell'instabilità provocata dalle proteste di piazza e dall'emergenza causata dal coronavirus. 

Aiuti umanitari e sanitari sono in arrivo da tutto il mondo: Roma ha inviato due velivoli C-130 dell’Aeronautica che hanno portato in Libano 8 tonnellate di materiale sanitario e squadre dei vigili del fuoco e della Difesa. 

Londra invierà la nave Enterprise, attualmente di stanza a Cipro, per valutare i danni al porto e aiutare le autorità libanesi a ricostruirlo con un pacchetto di aiuti da 5,5 milioni di sterline.

Squadre di soccorritori sono giunte a Beirut dalla Grecia e dall’Olanda, la Giordania ha inviato un ospedale da campo mentre aiuti umanitari e soccorsi sono stati donati anche da Turchia e dall’Iraq che sta inoltre rifornendo il Libano di carburante con convogli di autocisterne cariche di carburante sono partite da Baghdad dirette a Beirut via Siria.