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Boom di giovani trans? Un problema di contagio sociale

Il boom di giovani trans? Probabile che sia un caso di contagio sociale. A formulare, anzi rilanciare la tesi - politicamente scorrettissima e accademicamente, al momento, quasi eretica - è Dianna T. Kenny, psicologa e docente presso l’Università di Sydney, esperta di disforia di genere, tema a cui ha dedicato anche il suo ultimo libro, Gender dysphoria in children and young people (Scholar’s Press, 2020). Più precisamente, la studiosa ha in queste settimane diffuso un paper di 60 pagine che fin dal titolo ha parecchio di provocatorio: «La follia delle folle: il contagio sociale della disforia di genere negli adolescenti, nei governi e negli organismi professionali».

L’ipotesi della Kenny, in sintesi, è la seguente: se tutti siamo indistintamente esposti a forme di contagio sociale - cosa riscontrata già prima dell’era digitale con gli effetti suicidari della pubblicazione, nel 1774, de I dolori del giovane Werther, romanzo di Johann Wolfgang Goethe -, lo siamo a maggior ragione oggi e lo sono, per ovvie ragioni, i giovani, che oltretutto di media e in particolare social media sono i più assidui utenti; e, guarda caso, i dati sulla diffusione della disforia di genere sono sovrapponibili a tale considerazione.

Infatti, ha notato la psicologa australiana sulla base di dati statunitensi, la proporzione di maschi adolescenti tra i 13 e i 17 anni che si identifica come transgender è 140 volte maggiore il numero dei maschi adulti nella medesima situazione; mentre la quota di giovani adolescenti nella stessa fascia di età che si identificano come trans è addirittura 350 volte maggiore rispetto alle donne adulte. Numeri impressionanti, che la studiosa ha ricavato incrociando i dati dell’ultima edizione del DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, con quelli del Williams Institute on Sexual Orientation and Gender Identity Law and Public Policy.

Per la verità, la Kenny si tiene cauta rispetto a conclusioni certe sull’ipotesi che avanza. «Mancano ancora studi epidemiologici», spiega, «quindi non è possibile trarre conclusioni definitive». Ciò nonostante, segnala che la prevalenza del contagio sociale tra i giovani è già una realtà ampiamente provata; per esempio, nel caso dell’anoressia nervosa. «Non è un caso completamente diverso», spiega la professoressa, «dato che chi ne è colpito crede di essere grasso quando in realtà è emaciato. Le persone con disforia dell’immagine corporea, da parte loro, si sottopongono a interminabili interventi di chirurgia plastica per correggere la loro bruttezza percepita, mentre il loro aspetto rientra nella norma».

Dimostrando un notevole coraggio, la psicologa ha inoltre denunciato quello che, insieme al contagio sociale, a suo dire può spiegare il boom transgenderista tra i giovani, ossia il giro d’affari legato al fenomeno agevolato da una certa complicità istituzionale: «Il transgenderismo ora è un grande business. Le cliniche di genere stanno proliferando in tutto il mondo. E i tribunali si pronunciano quasi sempre a favore del trattamento transgender e consentono alle ragazze di 14 e 15 anni di farsi asportare il seno...». Che dire: parole decisamente forti, anche se non del tutto nuove.

Prima d’essere travolta dalle polemiche, infatti, già Lisa Littman, medico e ricercatrice alla Brown University, aveva nel 2018 pubblicato su PLOS One uno studio in cui, a partire dai dati inglesi, avanzava l’ipotesi del contagio sociale per spiegare il fenomeno del crescente numero di adolescenti sedicenti trans, che quindi non sarebbe fondato su vere e durature inclinazioni individuali. E infatti, come provano testi quali Inventing Transgender Children and Young People (Cambridge Scholars, 2019) - a firma degli studiosi Heather Brunskell-Evans e Michele Moore - sono tantissimi i presunti «bambini trans» di ieri che sono oggi «detransitioners», cioè pentiti e decisi a ritornare com’erano.

L’ipotesi della professoressa Dianna Kenny sul contagio sociale gender, insomma, non è inedita. E va rafforzare una scuola di pensiero che tra gli specialisti dell’argomento, anche se dirlo costa una gogna non solo mediatica, inizia ad avere un certo seguito.