• BUONA TELEVISIONE

Brat Camp, la TV che fa crescere

Un nuovo reality, Brat Camp, vede otto ragazzi difficili e ribelli impegnati per tre settimane in un campus in montagna con educatori ed esperti. Ma la competizione è solo con se stessi, per crescere, e gli altri non sono avversari, ma compagni.

gruppo Brat Camp

Un tema assai ricorrente quando si parla di media è quello che riguarda il compito educativo della televisione. E sempre e solo si fa riferimento ai benefici o malefici che lo schermo può produrre sullo spettatore. Però ultimamente c’è una trasmissione che, raro a dirsi, fa bene non solo a chi guarda la Tv ma, ancor più raro a dirsi, anche a chi la fa. Si tratta di Brat Camp un “docu-reality – spiega il sito di Mediaset - in cui otto ragazzi difficili, ribelli e problematici, in perenne conflitto con i genitori e con il mondo che li circonda, trascorreranno tre settimane in un accampamento in montagna a contatto con la natura” coordinati da un’equipe di professionisti multidisciplinare che va dall’esperto di sopravvivenza – Roberto Lorenzani il coach del campo – al capo scout, dalla psicologa all’educatrice. Molti tratti di questo reality – tutto made in Italy in onda il lunedì sera su Italia 2 e che termina questa sera, 8 luglio - assomigliano ad altri programmi simili, ma l’impronta che gli autori hanno dato a Brat Camp lo distinguono da questi ultimi in modo netto. 

Come il Grande Fratello e l’Isola dei Famosi i partecipanti sono isolati dal resto del mondo: non hanno cellulari, né TV, né computer. Ma questo non per esasperare gli animi e quindi innescare conflitti che sono il sale dell’audience, bensì per spogliarsi delle proprie sicurezze, della propria coperta di Linus e misurarsi con se stessi, con i propri limiti, con chi si è veramente: nudi con se stessi senza infingimenti. E’ per questo che all’entrata nel campo i partecipanti si dono dovuti spogliare anche di catenine, bracciali e piercing, perché maschere dietro cui nascondersi. Non si parla di sesso nel programma, né si dovrebbe farlo, e se i ragazzi ne hanno parlato e fatto nulla di tutto ciò non viene trasmesso, al contrario di quanto avviene in reality affini.

Anche a Brat Camp ci sono le punizioni e i premi. Le prime tra l’altro non sono lievi: ad esempio niente cena dopo una giornata dura di lavoro nei campi. Sia i castighi che i premi però non sono funzionali alla competizione. Infatti qui – a differenza di altri reality – si è in competizione solo con se stessi e gli altri compagni non sono avversari bensì membri della stessa squadra. Ed è per questo che se solo uno sbaglia tutti devono pagare. Questo aumenta lo spirito di corpo: obiettivo che dovrebbe annientare il cupo egoismo in cui i giovani partecipanti si sono rifugiati da tempo. “Da gruppo ora dovete diventare una squadra” continua a ripetere il coach Lorenzani. Inoltre la punizione collettiva nata dall’errore di uno solo rende più attento chi ha sgarrato a non farlo più perché ora si sente responsabile verso gli altri. In tal modo l’unico abitante del loro pianeta – rappresentato da ciascuno di loro stessi – per forza di cose dovrà non solo accorgersi che esistono altri abitanti a lui simili ma addirittura sarà obbligato a prendersi cura di loro. Infine la punizione a carattere generale provocherà un altro effetto positivo: d’ora in poi tutti gli occupanti del campo vigileranno tra di loro perché nessuno più esca dal seminato. In quest’ottica punizioni e premi servono per comprendere che esistono delle regole nella vita di tutti i giorni che se rispettate possono portare a migliorarti e se infrante possono danneggiarti. 

Anche qui come in altri reality c’è un momento in cui i ragazzi si aprono di fronte alla telecamera, ma, in genere, non vomitano insulti verso l’universo mondo, bensì fanno autocritica. Questi giovani sono collerici, egoisti, individualisti, pigri e saccenti, ma in questi momenti di confessione laica trapela un’umanità a volte profonda. Come quando Anthony, al ritorno da una scarpinata in alta montagna assai impegnativa, ricordando l’istante in cui è stata piantata sulla cima della vetta la bandiera del campo, ha detto: “E’ stato un momento stupendo”. Stupendo perché – forse cosa rara nella loro vita – risultato conquistato con il sudore della propria fronte e non ottenuto con pugni e minacce urlate. E sta qui il motivo della ribellione di questi e di altri giovani: pensano di non valere e chi crede di contare poco ecco che spesso cerca di imporsi con la forza e la prepotenza. La loro frustrazione è data dal fatto che sono soggetti passivi rispetto alla vita, che non investono in essa, non costruiscono ma solo distruggono. Solo spettatori dell’esistenza non attori. Ma qualora, come in questo campo, stringi nella mani un risultato utile sebbene umile – pulire una stalla, montare una tenda, spalare letame, portare le capre al pascolo – ecco che ti senti anche tu utile, inizi a sentirti te stesso e quindi sereno e non più in lotta con il mondo. Una lotta che in realtà – come molti hanno ammesso – stanno combattendo da anni contro se stessi.

Brat Camp poi fa tornare in scena un attore che non calcava più le scene televisive da tempo: l’autorità. Più in particolare si mimano le due facce dell’autorità che dovrebbero essere presenti in ogni famiglia, quella famiglia che forse latita nella vita degli otto ragazzi o che è monca di una delle due figure genitoriali. E così abbiamo l’autorità di tipo “paterno”, a volte dura, che detta regole e traccia confini invalicabili. Un’autorità che si rivolge alla ragione e che appare fredda ed esigente. Questo tipo di autorità è incarnata nel coach del campo, il quale è severo e quello che dice fa, comprese le punizioni promesse. Non è amico dei partecipanti, anche se vuole bene a loro. E’ sicuramente temuto, da alcuni odiato, ma da tutti rispettato. Nella puntata finale il coach Lorenzani chiede ai ragazzi cosa hanno pensato di lui quando hanno fatto ingresso nel campo: le risposte non sono state delle più lusinghiere. Ha poi chiesto cosa pensano ora al termine di questa avventura: da tutti è stato elogiato. Infine ha domandato il perché di questo mutamento di giudizio nei suoi confronti: tutti sono stati concordi nel dire che non è stato lui a cambiare atteggiamento, ma sono stati loro a cambiare come persone. Ed infatti Nicolò nell’intervista finale ammette con soddisfazione: “Mi porto via un nuovo me”.

Ma c’è un’altra figura di autorità nel campo, di tipo “materno”, rappresentata da Chiara Agosti (l’educatrice) e da Susanna Fusari Imperatori (la psicologa), che hanno saputo ascoltare i ragazzi con dolcezza e pazienza, invitarli a superarsi con intelligenza, spronarli nei momenti opportuni, sostenerli e farli ragionare con pacatezza, mai arrivando al muro contro muro. Brat camp poi inserisce anche la figura dell’amico sincero, impersonato da Fabio Artese, capo scout. Sincero perché, da un punto di vista oggettivo, ti indica il tuo bene, un bene spesso indigeribile e odiato. Ed anche in questo caso viene da pensare a quanti amici sinceri, onesti e leali fino in fondo, abbiano questi ragazzi nella cosiddetta vita reale; a quante amicizie nate da un legame di violenza e non per un legame d’affetto.

Le sette puntate si chiudono con la consegna a loro di un diploma – “beh almeno un diploma me lo son piato in vita mia” dice in romanesco Marco – e di un portachiavi in corda che vuole far ricordare ai ragazzi che Brat Camp è stata la loro casa, non più luogo di conflitti quotidiani inconcludenti, ma luogo di lotte proficue con se stessi. L’educatrice Agosti fa notare poi che a questo portachiavi non c’è attaccata nessuna chiave, perché la chiave per aprire la porta della propria maturazione e del proprio successo personale dovrà essere cercata faticosamente giorno per giorno al di fuori di questo campo. In tale prospettiva gli autori hanno efficacemente chiuso l’ultima puntata raccontando quali piccole – ma per loro immense – conquiste stiano ottenendo gli otto ragazzi una volta ritornati a casa: tenere in ordine la propria camera, seguire un’alimentazione corretta, fare sport, riprendere gli studi interrotti, smettere di fumare, troncare con brutte compagnie, trovare un lavoro, tornare a vivere con la famiglia. Anche in questo caso Brat Camp si distingue dal solito reality trash. Nessuno dei ragazzi infatti ha mostrato velleità di protagonismo televisivo, dichiarando ad esempio di voler fare l’attore o perlomeno di essere presente in qualche altra trasmissione tv. Che tutta la loro vicenda al campo fosse sotto l’occhio delle telecamere a loro non è importato quasi nulla.

Questo docu-reality fa bene anche allo spettatore che guarda le avventure di questi ragazzi non con il solito voyeurismo di chi spia la vita degli altri attraverso il buco della serratura del proprio televisore, bensì trovandosi a fare il tifo per loro e accorgendosi che tra lui e questi giovani poi questa grande differenza alla fin fine forse non esiste nemmeno. Certo, la perfezione non abita gli schermi televisivi – così come nessuna altra realtà terrena – però Brat Camp è sicuramente un’ottima prova che fare buona televisione è ancora possibile.