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Cardinal Siri, un vescovo da riscoprire

Pubblichiamo un'ampia parte dell'introduzione al libro "Dogma e Liturgia", che raccoglie scritti e discorsi del card. Giuseppe Siri, che fu arcivescovo di Genova dal 1946 al 1987 e uno dei protagonisti del Concilio Ecumenico Vaticano II.

Dogma e liturgia

Pubblichiamo un'ampia parte dell'introduzione al libro "Dogma e Liturgia" (editrice Leonardo da Vinci 2004), che raccoglie scritti e discorsi del cardinale Giuseppe Siri, che fu arcivescovo di Genova dal 1946 al 1987 e uno dei protagonisti del Concilio Ecumenico Vaticano II. I testi, che coprono il periodo dal 1955 al 1972, sono stati raccolti da monsignor Antonio Livi, che è anche l'autore dell'Introduzione. Il volume presenta in appendice anche una riflessione di don Nicola Bux su dogma e liturgia nel dibattito teologico attuale.

 

I principi teologici riguardanti il rapporto intrinseco tra dogma e liturgia hanno guidato i Pontefici che nell’ultimo secolo, ossia dai primi decenni del Novecento a oggi, sono intervenuti con l’aggiornamento dottrinale e le necessarie riforme in materia liturgica: basti ricordare il venerabile Pio XII, che pubblicò un’enciclica sul rinnovamento liturgico (la Mediator Dei et hominum, del 20 novembre 1947) e inoltre provvide a un’importante ristrutturazione dei riti della Settimana Santa;  poi san Giovanni XXIII, al quale si deve l’inserimento della “memoria” di san Giuseppe, sposo della Beata Vergine Maria, nel Canone romano; poi ancora Paolo VI, il quale emanò le disposizioni  necessarie per l’attuazione delle nuove direttive liturgiche emanate dal concilio ecumenico Vaticano II, a cominciare dal Novus Ordo Missae, pubblicato  con la costituzione apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969; infine, Benedetto XVI, che con il motu proprio Summorum Pontificum (7 luglio 2007) volle sapientemente precisare l’ambito di discrezionalità nell’uso del Vetus Ordo accanto al nuovo.

Anche tra i vescovi residenziali numerosi sono stati quelli che hanno impostato la loro azione pastorale assicurando nella propria diocesi l’osservanza delle norme liturgiche, sia tradizionali che nuove, facendo sì che l’adeguata conoscenza e a personale interiorizzazione dei misteri rivelati servissero a incrementare lo spirito di adorazione di tutti i fedeli e la loro la fruttuoso partecipazione all’azione liturgica comunitaria nelle parrocchie e negli istituti religiosi. Tra questi vescovi un posto di assoluto rilievo va riconosciuto al cardinale Giuseppe Siri (1906 – 1989), arcivescovo metropolita di Genova dal 1946 al 1987, pubblicamente elogiato,  proprio per questo, da san Giovanni Paolo II quando si recò in visita pastorale a Genova nel giugno del 1985. 

Per rendere accessibili oggi a un pubblico vasto i documenti di questa illuminata azione pastorale ho qui raccolto alcuni tra i più significativi interventi dottrinali e disciplinari del cardinale Siri. Si tratta di lettere al clero e ai fedeli, comunicati, decreti che vanno dal 1955 al 1972 e riguardano la santità del popolo di Dio nella sua amatissima Diocesi di Genova a partire dalla vita liturgica e sacramentale. Ho ordinato i testi, non secondo la loro successione cronologica ma secondo un criterio tematico, quello che mi sembra il più idoneo a mostrare la ricchezza e l’efficacia pastorale del suo contenuto dottrinale. Ho dato a questa raccolta il titolo di Dogma e liturgia, aggiungendo nel sottotitolo un accenno diretto al culto eucaristico e anche un riferimento esplicito alla riforma liturgica voluta dal Concilio ecumenico Vaticano II, che ha avuto tra i suoi protagonisti e tra le personalità ecclesiastiche più attive nella sua applicazione in loco proprio l’arcivescovo di Genova.

Alcuni teologi, liturgisti e storici della Chiesa, tra i troppi interventi polemici che agitarono l’opinione pubblica cattolica negli anni del “post-Concilio”, vollero presentare il cardinale Siri come capofila di una presunta “sorda opposizione” degli “ambienti tradizionalisti” all’aggiornamento dottrinale e alle riforme dei riti promossi dal Vaticano II con il suo primo documento solenne, la costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium, del 4 dicembre 1963,  con le norme canoniche di attuazione disposte da Paolo VI nel 1966.

Si tratta in realtà di una falsa interpretazione dei fatti, ispirata più da passione ideologica che da vero amore per le direttive emanate dal Vaticano II in un contesto di verità di fede che la costituzione liturgica ha riproposto suggerendo nuove applicazioni pastorali, senza logicamente obliterare o tanto meno negare alcun dogma. Oggi tutti i documenti originali in nostro possesso dimostrano che il cardinal Siri fu non solo un attivo protagonista dei lavori conciliari e un entusiasta esegeta dei documenti approvati dalla «quasi unanimità dei Padri conciliari», come egli sottolineava volentieri, ma anche un appassionato promotore della loro fedele esecuzione tra i fedeli della sua diocesi e di tutto il mondo.

Con la costituzione liturgica – scriveva Siri - «i fedeli sono solennemente invitati non solo a partecipare al culto divino ma a prepararsi con una cultura adeguata, un esercizio metodico, una personale preghiera che scaldi l’anima per la fruttuosa partecipazione ai sacri riti». Sono, anche nelle espressioni verbali, gli stessi pensieri che papa Benedetto XVI, l’autorevole interprete del Concilio nella linea della «riforma nella continuità», ha manifestato ai sacerdoti romani nel suo ultimo discorso pubblico prima di lasciare il ministero petrino.

Infatti, a proposito della costituzione liturgica del Vaticano II, papa Ratzinger volle ricordare il significato teologico del fatto che essa fosse il primo documento solenne approvato dal Concilio: «È stato molto buono cominciare con la liturgia, così appare il primato di Dio, il primato dell’adorazione. “Operi Dei nihil praeponatur”: questa parola della Regola di san Benedetto [cfr 43, 3] appare così come la suprema regola del Concilio. Qualcuno aveva criticato che il Concilio ha parlato su tante cose, ma non su Dio. Ha parlato su Dio! Ed è stato il primo atto e quello sostanziale parlare su Dio e aprire tutta la gente, tutto il popolo santo, all’adorazione di Dio, nella comune celebrazione della liturgia del Corpo e Sangue di Cristo. In questo senso, al di là dei fattori pratici che sconsigliavano di cominciare subito con temi controversi, è stato, diciamo, realmente un atto di Provvidenza che agli inizi del Concilio stia la liturgia, stia Dio, stia l’adorazione».

La catechesi, le esortazioni, le direttive pastorali, le norme giuridiche e disciplinari che ho raccolto in questo volume riflettono la fede personale del Cardinale, la sua pietà sincera, la lunga esperienza di vita pastorale alla guida della sua Diocesi. Queste pagine ci riportano l’eco della predicazione dell’arcivescovo di Genova quando esortava i suoi sacerdoti e i fedeli laici a dare a Dio il culto dovuto, stesse a cuore soprattutto l’Eucaristia, che deve essere creduta, compresa e vissuta come il vero centro della vita cristiana.

Chi leggerà questi scritti pastorali comproverà come ogni considerazione del cardinal Siri sul culto divino (non importa se di carattere teologico o giuridico o devozionale) è ispirata da una profonda convinzione di fede: la presenza reale di Gesù Cristo, nostro Salvatore, nel sacramento dell’Altare. Si tratta di una profonda convinzione di fede che – riteneva Siri – genera in ogni anima cristiana un amore che non può non esprimersi nell’attitudine all’adorazione ininterrotta, nell’ansia apostolica di coinvolgere tutti, sapendo di trovarsi in un contesto ecclesiale di rapidi cambiamenti e di drammatici sconvolgimenti.

Come in tutte le sue opere spirituali e pastorali, anche in questa che qui presento Giuseppe Siri parla, prima ancora che da Pastore, da semplice credente, parla ex abundantia cordis: se desiderava che tutti – sacerdoti, religiosi, laici, persino bambini – avessero come centro della loro vita l’Eucaristia, partecipando con la massima consapevolezza possibile al Santo Sacrificio della Messa e recandosi a visitare Gesù Sacramentato nel Tabernacolo per ringraziarlo e per adorarlo, è perché l’Eucaristia era innanzitutto il vero centro della sua propria vita spirituale. È da qui che nasceva il suo impegno per far sì che l’Eucaristia fosse anche al centro della vita cristiana della comunità e di ogni singola persona (tra i sacerdoti, i religiosi e i laici) verso la quale egli avesse una responsabilità pastorale. Se dunque ho scelto di mettere in evidenza, nel sottotitolo di questa raccolta, l’argomento del culto eucaristico è per un moti¬vo oggettivo, in quanto ciò riflette quella che indubbiamente era l’intentio profundior dell’autore di questi scritti. 

Ripeto: la dottrina teologica (dogmatica, morale e spirituale) e lo zelo pastorale che animano gli scritti qui pubblicati esprimono l’anima di un credente che parte sempre dalla sua personale esperienza di fede, anche quando parla in nome di esigenze apparentemente impersonali perché connesse alla fede della Chiesa, che è di tutti, e alla “disciplina del clero e del polo cristiano” (era questo il nome di una importante commissione conciliare durante i lavori del Vaticano II), che logicamente riguarda fattispecie comuni a tutti.