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Caso Flynn, cadono altri pezzi di accusa a Trump

Tanto rumore per nulla. Il Russiagate, l’indagine sulla presunta collusione fra Donald Trump e la Russia, si è concluso con un nulla di fatto. Adesso si scopre che uno degli indizi principali, le telefonate del consigliere Michael Flynn e l’ambasciatore russo Kislijak, non conteneva alcuna prova di collusione. Interesserà ancora a qualcuno?

Michael Flynn

Tanto rumore per nulla. Il Russiagate, l’indagine durata due anni sulla presunta collusione fra la campagna elettorale di Donald Trump e la Russia di Putin, si è conclusa con un nulla di fatto. Ma adesso si scopre che uno degli indizi principali, le telefonate del generale Michael Flynn (allora Consigliere per la sicurezza nazionale entrante) e l’ambasciatore russo Kislijak, non conteneva alcuna prova di collusione. Venerdì sono state declassificate, dopo quasi quattro anni, e non vi si trova alcuna traccia di accordo sotto-banco per rimuovere le sanzioni alla Russia. Perché era soprattutto di questo che Flynn era accusato.

Ricordare la sequenza degli eventi è importante per inquadrare una vicenda ormai lontana. Il 31 luglio 2016, nel pieno della campagna elettorale presidenziale, l’Fbi lanciava un’indagine su una sospetta sponsorizzazione segreta da parte della Russia alla campagna di Donald Trump, chiamata Crossfire Hurricane. L’8 novembre 2016, Donald Trump veniva eletto a sorpresa presidente degli Usa, contro tutte le previsioni e i sondaggi che davano vincente Hillary Clinton. Alla fine di dicembre, nell’ambito di Crossfire Hurricane, l’Fbi iniziava a indagare sul generale Michael Flynn, il Consigliere per la sicurezza nazionale scelto da Trump, a causa di alcune telefonate ritenute sospette con l’ambasciatore russo a Washington, Sergej Kislijak. Alla vigilia dell’insediamento dell’amministrazione Trump, il Washington Post, grazie ad alcune notizie trapelate, incominciava a parlare del Russiagate. L’ipotesi più grave era che Flynn avesse promesso alla Russia di rimuovere le sanzioni imposte dall’amministrazione Obama a causa dell’occupazione russa della Crimea e del ruolo russo nella guerra del Donbass. Il 24 gennaio, all’indomani dell’insediamento dell’amministrazione Trump, Flynn venne interrogato da due agenti dell’Fbi sulle sue telefonate all’ambasciatore russo. Poi, sulla base di quel che disse, venne accusato di aver dichiarato il falso e dovette dimettersi.

Già nelle scorse settimane, come abbiamo riferito su queste colonne, Flynn era stato scagionato, perché erano emersi importanti elementi a suo favore: si è provata, in sostanza, una macchinazione dell’Fbi per incastrarlo, inducendolo a dire il falso. È evidente dalla decisione di tenere aperta l’indagine, presa il 4 gennaio (20 giorni prima dell’interrogatorio), il giorno stesso in cui l’agenzia federale aveva stabilito che non vi fossero più elementi per proseguirla. Ed è provato dagli appunti presi da un ufficiali dell’Fbi (ancora anonimo) che scrive chiaramente che lo scopo dell’interrogatorio a Flynn fosse quello di indurlo in errore. Alla base di tutta l’indagine c’era, comunque, la serie di telefonate all’ambasciatore russo. Adesso che sono state declassificate, possiamo sapere cosa si fossero detti, in particolare nella più sospetta di queste chiamate, il 29 dicembre 2016.

Il presidente Obama aveva appena espulso 35 cittadini russi dagli Usa con l’accusa di spionaggio informatico (volto a sabotare le elezioni presidenziali). Il generale chiese all’ambasciatore di evitare rappresaglie troppo forti: “A seconda di quale decisione prenderanno su questo affare informatico, quel che cercheranno di fare sarà di espellere un certo numero di russi dal Paese. Capisco tutto, capisco anche le informazioni di cui dispongono e tutto il resto. Ma quel che sto chiedendo alla Russia è, se possibile (e so che dovrete rispondere in qualche modo), di rispondere con un criterio di reciprocità; non andate oltre il dovuto, perché non vorrei trovarmi in una situazione in cui c’è l’escalation di azioni e reazioni. Mi segue?”. E Kislijak rispose affermativamente, chiedendo a Flynn di comprendere quali fossero i sentimenti prevalenti a Mosca in quei giorni. “Non ne abbiamo bisogno, non adesso – riprende il generale americano – abbiamo semmai bisogno che prevalgano menti lucide e dobbiamo essere veramente stabili in quel che faremo, perché abbiamo a che fare con una minaccia comune nel Medio Oriente, proprio adesso”. Cioè l’Isis, che nel dicembre del 2016 aveva ancora il controllo del territorio del Califfato, fra Siria e Iraq. Proprio a questo proposito, è l’ambasciatore russo (e non Flynn) che lancia la stoccata sulle sanzioni americane: “Siamo d’accordo. Uno dei problemi, fra le varie misure annunciate oggi (dall’amministrazione Obama, ndr) è che ora Fsb e Gru (servizi segreti civili e militari russi, ndr) sono sotto sanzioni e mi chiedo: forse gli Stati Uniti non vogliono affrontare la minaccia terroristica?” E poi prosegue: “Perché sono proprio loro le persone che combattono contro i terroristi”. Flynn si limita a rispondere con un vago “sì, sì”. Che vuol dire? “Sì rimuoveremo le sanzioni”? o piuttosto un semplice “sì, ho capito”? Ecco, su questo si è costruito tutto il Russiagate. Alla prova dei fatti, le sanzioni sono sempre state rinnovate dall’amministrazione Trump.

Già il 4 gennaio, appunto, l’Fbi aveva deciso di chiudere l’indagine su Flynn, per mancanza di elementi. Obiettivamente non c’erano gli estremi per considerare questo dialogo come una violazione del Logan Act, la legge che vieta a cittadini privati di intromettersi nella diplomazia americana quando ha a che fare con potenze rivali. Né ci sono, tantomeno, gli estremi per parlare di tradimento o di collusione con la Russia. Il dialogo non è quello fra due alleati, ma fra due avversari leali che cercano di contenere un’escalation (già incominciata) di azioni e contro-reazioni diplomatiche e di riconoscere almeno un interesse comune.

Ora resta da capire chi abbia deciso di incastrare a tutti i costi l’uomo di Trump. Si è trattato di una scelta dell’Fbi o c’entra anche l’amministrazione Obama? Altri elementi emersi in queste settimane parrebbero far pensare a una decisione presa direttamente dall’amministrazione Obama. Ma siamo solo all’inizio di questo filone d’indagine che già viene chiamato Obamagate. Ma a qualcuno interessa ancora? Finora, il cuore e la mente degli americani sono stati occupati dal terrore del coronavirus e adesso da quello per le rivolte che dilagano in tutte le maggiori città statunitensi. E poi, come sempre, lo scandalo fa notizia, ma la sua smentita no, specie se arriva con quattro anni di ritardo.