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Cattolici in tanti partiti, un modello già fallito

La vicenda della legge sull'omofobia e la Lettera dei 26 ad Avvenire, dimostrano che la strategia del "marciare divisi per colpire uniti" in Parlamento è fallimentare. La scelta partitica esprime anche una posizione culturale. Dalla diaspora non potrà mai nascere l'unità.

Parlamento

I ventisei parlamentari che hanno scritto ad Avvenire e di cui si è già occupata La Nuova BQ nei giorni scorsi ripropongono lo schema "militare divisi per colpire uniti". Essi hanno rivendicato il merito di aver migliorato il testo della legge sull'omofobia con una trattativa efficace e di averlo fatto come cattolici. In questo modo ripropongono lo schema della collocazione dei cattolici in tutti i partiti per poi convergere uniti in parlamento per contrastare leggi contrarie ai principi non negoziabili. Una riedizione dello storico programma: "marciare divisi per colpire uniti".

Questo schema ha avuto nel recente passato i suoi momenti di gloria. Dopo la fine del partito cattolico di riferimento, mentre si assisteva ad un attacco legislativo alla natura umana mai capitato prima, si consolidò l'idea che i cattolici potessero ormai entrare in ogni partito, basta che poi unissero trasversalmente le loro forze in parlamento. A dire il vero non esisteva una dottrina che legittimasse questa plurima presenza (che un tempo si chiamava diaspora), anzi, la Nota Ratzinger del 2002 diceva chiaramente che il cattolico non può collocarsi indifferentemente in tutti i partiti. Però nella prassi e nel sentire comune questo schema divenne dominante. Tanto è vero, per fare un esempio, che i settimanali cattolici ad ogni appuntamento elettorale intervistano i candidati cattolici presenti in tutti i partiti, da Sel alla Lega.

Se però osserviamo bene, proprio in occasione della legge sull'omofobia, diversamente da quanto sostenuto dai 26 autori della lettera ad Avvenire, l'unità dei diversi, la convergenza in aula di parlamentari cattolici variamente collocati, non si è verificata. Anzi, si è concretizzata una radicale diversità nella valutazione della legge stessa. Secondo una prima interpretazione, la legge Scalfarotto poteva diventare accettabile se il testo fosse stato corretto nel senso di permettere l'espressione per motivi religiosi o morali di valutazioni contrarie all'omosessualità (la cosiddetta clausola di garanzia). In altre parole, il difetto della legge consisterebbe solo nell'impedire la libertà di espressione. Una volta che quest'ultima venisse tutelata da un miglioramento del testo, la legge risulterebbe positiva e accettabile.

Una seconda valutazione, invece,  afferma che la legge comporta il riconoscimento pubblico da parte dello Stato della normalità dell'omosessualità. Con ciò lo Stato si arroga il diritto di cambiare lo statuto della natura umana. In questo modo si distrugge la legge naturale considerando "naturale" l'omosessualità.  Da questo punto di vista, la legge in questione rimane inaccettabile e non votabile in aula da parte di una coscienza cattolica retta. 

Come si vede i deputati cattolici sono arrivati alla legge con posizioni molto diverse e quindi non hanno potuto predisporre un piano di intervento unitario. Anche l'essere giunti in ritardo e alla spicciolata, senza un collegamento con chi, nel Paese, si stava mobilitando, è spiegabile con questa diversità di vedute circa la gravità della legge.  Ciò va detto anche in positivo: i deputati che si sono subito mobilitati - e che non figurano nei 26 - lo hanno fatto in virtù di una comprensione diversa del significato negativo della legge in questione.

Si è marciato divisi ma non si è colpito uniti se perdurano divisioni nella stessa valutazione della legge. 

Questa conclusione ci costringe a riconoscere che lo schema della convergenza in aula non regge e che è di corto respiro continuare ad insistervi.  Uno dei motivi di fondo di questo insuccesso consiste nel fatto che la collocazione partitica comporta anche una scelta culturale che finisce per avere alla fine il sopravvento rispetto alle modulazioni della cultura cattolica e della stessa fede.

Appartenere ad un partito non è solo un fatto tecnico, non è come affittare una stanza, ma alla lunga comporta una ricaduta di ritorno che inquina la purezza dell'ottica della fede cattolica nel punto e nel momento in cui si fa cultura.

Queste vicende ci insegnano che bisogna cambiare percorso. Dalla dispersione non verrà mai nessuna unità. Un quadro culturale e politico unitario non emergerà mai dal confronto tra le diverse anime del cattolicesimo, dato che la dispersione della identità cattolica ha raggiunto livelli molto acuti. Bisognerà invertire la direzione, ricominciare da una proposta unitaria e attorno ad essa coagulare convinte e culturalmente strutturate appartenenze.