a cura di Anna Bono
  • Bangladesh

C’è anche la tratta tra le insidie che minacciano i rifugiati Rohingya

 

La maggior parte delle famiglie Rohingya ospitate nei campi profughi in Bangladesh dipendono interamente o quasi dagli aiuti umanitari per vivere perché le opportunità di lavoro retribuito nei campi sono poche e non hanno il permesso di uscire dagli insediamenti ai quali sono assegnati. Perciò sono facile preda di trafficanti che promettono lavori ben pagati all’esterno dei campi. Tutti corrono il rischio di essere vittime di tratta, uomini, donne e bambini, ma la richiesta è soprattutto di bambine e ragazze da impiegare come domestiche. Un rapporto dell’Oim pubblicato il 16 ottobre documenta caratteristiche ed entità del fenomeno. Le guardie di sicurezza fermano ogni giorno fino a 60 donne e ragazzine che cercano di uscire dai campi adducendo dei pretesti. “Quelle che di solito sentiamo raccontare – spiega Dina Parmer, direttore dei servizi di sicurezza dei campi di Cox’Bazar – sono storie di persone vulnerabili che vengono avvicinate dai trafficanti con false promesse di un lavoro e di una vita migliore. Alcuni non si rendono conto del rischio. Altri pur sapendolo ritengono talmente disperata la loro situazione da ricorrere a estremi rimedi, persino accettando di sacrificare un membro della famiglia per il bene degli altri”. Il personale incaricato di contrastare la tratta e proteggere i rifugiati sta dando assistenza a 99 rifugiati salvati: 35 ragazze, 31 donne, otto bambini e 25 uomini. Cinque donne e quattro ragazze sono state sfruttate sessualmente. “Il contrasto al  traffico umano richiede azioni congiunte che vedano impegnati autorità, agenzie Onu, partner e comunità locali – dice Dina Parmer – tra le attività avviate per combattere la tratta l’Oim ha attivato da un anno degli incontri con i rifugiati per informarli del pericolo che corrono affidandosi ai trafficanti”.