• EDITORIALE

C'è un problema di classe dirigente

Il processo Ruby ha messo in evidenza il modo in cui negli ultimi venti anni è stata selezionata la classe dirigente italiana: o con le iniziative giudiziarie o con il "minettismo". E' ora di cambiare, e un'idea ci sarebbe....

Classe dirigente italiana

La sentenza di primo grado del processo Ruby ha rinfocolato le polemiche sulla giustizia politicizzata e ha ancora una volta ricompattato il Pdl attorno al suo leader, che si sente assediato da un “plotone di esecuzione”. Il verdetto di Milano appare abnorme e sproporzionato e riguarda un processo che non si sarebbe neppure dovuto svolgere, a rigor di diritto. Ma occorre subito sgomberare il campo dagli equivoci per evitare di ricadere nella trappola del manicheismo (di qualsiasi segno esso sia) e della ridondante contrapposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani. Un conto è l’iter giudiziario, palesemente viziato da accanimento, quando non da intenti persecutori, riconosciuti perfino da esponenti illuminati della sinistra, altro conto sono i risvolti morali della vicenda. 

Le vicende giudiziarie dell’ex premier rischiano di far cadere il governo Letta e di far crollare la seconda Repubblica, poiché figlie di due anomalie, per certi aspetti speculari. Da un lato, una parte, per fortuna minoritaria, della magistratura, che utilizza l’arma giudiziaria per fini di lotta politica e che sembra quasi ossessionata dalla smania di indagare solo in una direzione; dall’altro, un leader politico che pretende di rappresentare anche una parte consistente dell’elettorato cattolico e che è accusato di aver fatto sesso con minorenni o di aver comunque posto in essere condotte lascive nel privato. Il punto di vista di chi sostiene che “in privato ciascuno fa ciò che crede” vale fino a un certo punto. Quando si hanno responsabilità pubbliche, non bisogna solo essere onesti e trasparenti, ma anche dare l’impressione di esserlo. E su questo Berlusconi non ha dato prova di limpidezza. In ogni caso il tema cruciale per il futuro della politica italiana e del Paese attiene ai criteri di selezione di una classe dirigente competente, capace, integra sul piano morale.

Le anomalie di cui sopra si sono tradotte in una gigantesca alterazione delle dinamiche democratiche: la selezione della classe dirigente in questo Paese non è avvenuta, negli ultimi vent’anni, attraverso percorsi formativi istituzionalizzati o con criteri di merito, bensì ad opera del giustizialismo e del “minettismo”. I magistrati ideologizzati azzoppano le carriere di esponenti quasi sempre appartenenti a una certa area politica; quell’area politica, anziché farsi genuinamente interprete del “popolo moderato” che tanto dice di rappresentare, si esercita nella cooptazione più avvilente, con un “minettismo” che consente a gente improbabile di occupare ruoli istituzionali di enorme rilievo e di grande responsabilità.

Il caso Minetti è stato in questo senso solo la punta dell’iceberg di un Pdl che ha selezionato, accanto a valenti e promettenti giovani (donne e uomini), anche, purtroppo, avvocati di famiglia, donne di bella presenza (quasi sempre solo quella), signorsì della peggior specie, raccomandati senza né arte né parte, che avrebbero fatto fatica a trovare un qualsiasi altro posto di lavoro. Menti realmente pensanti, professionisti animati da sincero spirito di servizio e da genuino impulso liberale sono stati lentamente messi ai margini o non ricandidati e quest’andazzo ha prodotto due effetti: lo svilimento dell’intuizione originaria di un partito liberale di massa, con valori fondanti come la meritocrazia e il rispetto delle libertà in ogni campo; la perdita di qualsiasi legame tra il centro-destra e le parti sane della società.

I processi a Berlusconi continuano a trasformare il voto in Italia in un referendum pro o contro l’ex Presidente del Consiglio, ritardando quella pacificazione tanto auspicata come precondizione per consentire al Paese di ripartire sul serio, nella direzione di una crescita economica e socio-culturale. E in questo la procura di Milano ha forti responsabilità.

Se la sinistra, attraverso le primarie, dimostra di coinvolgere, sia pure con forti deficit di democrazia interna, il suo elettorato nella scelta dei candidati, nessuno strumento partecipativo viene offerto al popolo del centro-destra dal suo maggiore partito di riferimento: né primarie, né congressi, né dibattiti. E’ ora di cambiare, ma sul serio, prima che il partito imploda.

Anzitutto un’idea saggia e di facile realizzazione ci sarebbe, se davvero Berlusconi volesse dimostrare di essere un leader liberale, meritocratico e attento alle future generazioni e al bene del Paese. Già tre anni fa, quando era ancora premier, Berlusconi annunciò la creazione, a Lesmo (Villa Gernetto), di un’università del pensiero liberale. Finora di quell’iniziativa non c’è stata traccia. Il progetto appare ambizioso e di non facile realizzazione. E allora perché non trasformare quella struttura in una scuola di formazione politica che formi e selezioni i quadri dirigenti del centro-destra del futuro? Dovrebbe essere aperta a tutti, senza particolari criteri di selezione, se non la condivisione di un programma liberale alternativo a quello della sinistra massimalista e ideologica.

Una sezione potrebbe essere dedicata anche al pensiero sociale della Chiesa, che tante eccellenti individualità ha ispirato nella politica italiana degli ultimi sessant’anni. Il traguardo della selezione meritocratica dei nuovi quadri dirigenti di partito e di governo, anche negli enti locali, appare davvero la frontiera imprescindibile per una rinascita della politica con la P maiuscola, figlia di una vera partecipazione popolare e non delle solite alchimie di palazzo.