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Chiesa in Cina, repressione e dubbi sul negoziato

Sia il governo di Pechino che il Vaticano affermano che il dialogo fra la Cina e la Chiesa stia procedendo per il meglio e già in settimana potrebbe produrre risultati, verso una svolta dei rapporti. Ma da parte cinese si vedono ben pochi progressi in termini di libertà di religione. Anzi...

Da Asia News: “Disperazione” di Bernardo Cervellera

Fedeli cinesi

Sia il governo di Pechino che il Vaticano affermano che il dialogo fra la Cina e la Chiesa stia procedendo per il meglio e già in settimana potrebbe produrre risultati, verso una svolta dei rapporti. Ma da parte cinese si vedono ben pochi progressi in termini di libertà di religione. Anzi…

La giornata di ieri è stata caratterizzata dal “dispiacere” espresso dal nuovo vescovo coadiutore di Hong Kong, Michael Yeung, per l’espulsione di due parlamentari locali. Pechino ha legalmente diritto di intervento, ma si è sempre astenuta dall’interferenza nel parlamento di Hong Kong, l’ex colonia britannica che gode ancora di piena autonomia politica anche se è formalmente parte della Cina. I due deputati sono stati espulsi perché non hanno prestato giuramento di fedeltà all’alleanza con la Repubblica Popolare. Sebbene monsignor Michael Yeung sia egli stesso cinese di Shanghai e giudichi “assolutamente impossibile” l’indipendenza di Hong Kong, dubita che l’intervento dell’Assemblea del Popolo di Pechino fosse realmente necessario. I toni diplomatici sono soft, la prudenza è d’obbligo, ma il vescovo esprime un timore ormai diffuso nella Chiesa di quello che è l’ultimo angolo di libertà della Cina. Perché nel resto del paese, non c’è alcun rispetto per la libertà di culto, né dei cattolici, né di tutte le altre religioni.

La presidenza di Xi Jinping sarà probabilmente ricordata come quella più accentratrice, atea e autoritaria dai tempi di Mao. “Non permetteremo a nessuno di dividere la Cina” ha tuonato il presidente, lunedì. E’ un avvertimento lanciato a Hong Kong, a Taiwan (di fatto indipendente, anche se Pechino la riconosce solo come “provincia ribelle”), ai tibetani e agli uiguri del Turkestan Orientale. Ma è un monito rivolto anche a tutte le religioni non nate in Cina, come il cristianesimo, incluse nella nuova Legge sulla Sicurezza Nazionale (in vigore dal gennaio 2015) come minacce potenziali e fonti di influenza estera. Le linee guida approvate dal presidente Xi Jinping prevedono, per i culti ammessi legalmente, quattro condizioni ben precise: sinicizzazione culturale (eliminazione delle culture straniere), indipendenza dall’influenza straniera (anche dalla fedeltà al Papa, nel caso dei cattolici), sottomissione al Partito Comunista Cinese. Al tempo stesso, Xi ha imposto di nuovo l’obbligo dell’ateismo per tutti gli iscritti al Partito. Se, fino all’epoca del predecessore Hu Jintao, i membri del Pcc potevano almeno praticare in privato, nella nuova era Xi devono essere integralmente non credenti.

Secondo l’ultimo rapporto annuale di Aiuto alla Chiesa che Soffre, si registra un netto peggioramento nella persecuzione dei cristiani (e di tutti gli altri culti) in Cina. Con la campagna di “lotta all’inquinamento spirituale”, avviata nel Natale del 2014, Pechino ha vietato ogni festeggiamento natalizio nei luoghi pubblici, inclusi simboli non religiosi, come le cartoline di auguri e gli alberi. L’Accademia per le Scienze Sociali ha pubblicato il Libro Blu che identifica la religione come una delle “quattro gravi sfide” alla sicurezza nazionale. La Nuova Bussola Quotidiana si è già occupata in più occasioni della campagna per la rimozione delle croci nella provincia dello Zhejiang, che si è ulteriormente intensificata in vista dell’ultimo G20 e si è estesa alle altre due province di Henan e Anhui. Queste campagne, lungi dall’essere solo estemporanee iniziative delle autorità locali, rispondono a regole sistematicamente applicate, volte a celare i simboli religiosi all’interno degli edifici di culto e a contenerli a dimensioni prefissate. Questi regolamenti locali vengono applicati in modo retroattivo anche a chiese che, prima di essere edificate, erano state regolarmente autorizzate in base alle regole di allora.

La repressione cinese è particolarmente dura con le religioni praticate dalle minoranze etniche più separatiste, in particolar modo gli uiguri musulmani, nell’Ovest del paese e i tibetani nel Sudovest. Comunque anche la Chiesa cattolica sotterranea, cioè quella che non accetta l’affiliazione all’Associazione Patriottica e resta fedele al Papa, subisce la sua dose di violenze e intimidazioni. Aiuto alla Chiesa che Soffre ricorda i casi di Pedro Wei Heping, il sacerdote morto in circostanze sospette (secondo le autorità si è “suicidato”) il 6 novembre 2015. Nonostante le richieste dei familiari, Pechino non ha ancora compiuto un’indagine sulla sua scomparsa. Padre Liu Honggeng è stato arrestato nel 2015 ed è tuttora in carcere. Era già stato in galera dal 2006 al 2014, senza processo, per essersi rifiutato di aderire all’Associazione Patriottica. Ora il motivo del nuovo arresto è per fermare i pellegrinaggi al Santuario di Nostra Signora di Cina a Baoding, di cui è vicerettore. Monsignor Thaddeus Ma Daqin, vescovo di Shanghai, è agli arresti domiciliari dal 2012, perché, in occasione della sua ordinazione, si è dimesso dall’Associazione Patriottica. Lo scorso giugno, Ma Daqin ha fatto pubblica ammenda e autocritica dalle colonne del suo blog, non si sa ancora quanto volontariamente. E’ invece “scomparso” monsignor Cosma Shi Enxiang. Le autorità avevano diffuso la notizia della sua morte, nel gennaio del 2015, poi hanno ritrattato. Non si sa più nulla sul suo conto da allora.

Queste vittime sono la punta di un iceberg, poi ci sono le sofferenze della quotidianità, come emerge anche dalla recentissima testimonianza di Padre Giuseppe, un sacerdote sotterraneo, tradotta e riportata dall’agenzia missionaria Asia News. “A causa del perenne controllo del governo sulla Chiesa – scrive padre Giuseppe - non abbiamo potuto ottenere il permesso di un luogo registrato per le attività religiose. Le cause sono due: la prima è che l’autorità religiosa del governo [l’Amministrazione statale per gli affari religiosi, Asar - ndr] non riconosce la nostra identità di sacerdoti, quindi non possiamo rappresentare la comunità ecclesiale come legittimo personale religioso e fare la richiesta all’autorità interessata. La seconda è che la Chiesa ufficiale ha già cinque chiese nella mia zona: una ragione in più perché l’Asar non acconsenta a un luogo di attività religiose per la Chiesa clandestina”. “In queste condizioni, succede che anche quando celebriamo una festività o una solennità con grande dignità, e abbiamo trovato un luogo relativamente grande, l’Asar e la polizia (Gong An) del governo ci ordinano di bloccare tutto, oppure di cancellare l’attività ecclesiale con la scusa che noi svolgiamo ‘attività religiose in un luogo non registrato’ o un ‘incontro illegale di massa’, oppure con la scusa della ‘sicurezza’. A volte usano minacce, molestie, intimidazioni, ecc. Altre volte addirittura ci impongono il divieto e sequestrano i beni della Chiesa. Questi casi accadono molto spesso, soprattutto – ed è particolarmente grave - a Natale e a Pasqua. Una volta, per preparare il Natale, i fedeli della nostra parrocchia hanno impiegato ben cinque mesi, trovando un luogo grande e decorandolo con cura. Ma il pomeriggio del 24 dicembre, all’improvviso è arrivato un gruppo di persone: poliziotti (Gong An), membri dell’ufficio affari religiosi… e hanno cominciato a inquisire il responsabile facendo le foto del luogo, ordinandoci di toglier tutto e subito: altare, banchi, ecc. Ci hanno proibito la Messa alla vigilia di Natale. Così, quell’anno ci hanno impedito di celebrare Natale e non abbiamo potuto avere nemmeno una normale liturgia”. Il sacerdote delle nuove catacombe cinesi conclude che: “Nonostante questi disturbi, impedimenti, persecuzioni, i sacerdoti e i fedeli della Chiesa sono sempre fedeli a Dio, a Cristo, alla Chiesa e al Papa”.

Ma esprime anche qualche perplessità sul contenuto dei prossimi accordi fra Cina e Vaticano. Soprattutto: “Se dovessimo seguire lo spirito dell’accordo, dovremmo appartenere alla Chiesa ufficiale e obbedire ai suoi vescovi. Ma se esisterà ancora l’Associazione patriottica, l’Ufficio degli affari religiosi del governo chiederà ai preti che obbediscono ai vescovi ufficiali di aderire all’Associazione patriottica, appoggiando l’indipendenza, l’autogestione e l’autonomia della Chiesa. E noi che facciamo?”

Da Asia News: “Disperazione”: il sentimento della Chiesa sotterranea davanti ai dialoghi Cina-Vaticano di Bernardo Cervellera