• LETTERA

Ci vuole una fede integrale

In Italia c'è la più alta concentrazione europea di persone che fanno volontariato, frutto di una secolare educazione cattolica alla gratuità. Ma ormai in molti hanno reciso il legame con l'origine che tutto ha generato, ma senza richiamare a Cristo c'è assistenza non carità.

Passionisti in preghiera

Caro direttore,

in questi giorni, durante una trasmissione radiofonica sui temi degli immigrati, ho sentito qualcuno chiedersi, ammirato, perché in Italia vi sia tanto volontariato e si domandava questo constatando che il “volontariato” italiano sia il più numeroso in Europa, tanto da riuscire a sobbarcarsi gran parte dei problemi derivanti dalla povertà e dalle difficoltà della vita.

Penso che la risposta a tale domanda sia abbastanza semplice: in Italia esiste tanto volontariato perché siamo (o siamo stati) un paese cattolico. L’educazione che la Chiesa è comunque riuscita a dare e a diffondere tra il popolo ha plasmato un animo, nella gente comune (molto meno nelle elites), capace di muoversi concretamente di fronte ai bisogni delle persone e mettersi a disposizione per le più diverse necessità. Abbiamo visto gli italiani muoversi con commovente tristezza di fronte ai drammi degli allagamenti (esempio, Firenze), dei terremoti ed anche del fenomeno epocale dell’immigrazione, sfatando così la favola che noi saremmo un popolo di razzisti. L’educazione alla carità ha creato, nel tempo, una sincera partecipazione al dolore altrui.

Naturalmente, la cultura laicista non riconoscerà mai la verità di quanto qui affermato, anche perché essa è tutta impegnata a costruire astratte teorie nei suoi felpati salotti e non è capace della lealtà di riconoscere la realtà.
Tutto questo è positivo e dovrebbe chiarire a tutti che il compito principale che abbiamo è quello dell’educazione, visto che l’apertura al volontariato è frutto di una educazione durata secoli.

Detto questo, penso che il mondo cattolico debba stare attento a non commettere, a sua volta, un grave errore: quello di dare per scontata questa generosità, senza più legarla alla sua origine, che sta nell’annuncio che Cristo ha portato tra di noi un criterio di vita diverso da quello del mondo; un criterio che ha creato, attraverso i credenti, una cultura nuova, un modo di trattare il prossimo più umano, un desiderio di comunicare a tutti la bellezza dell’ipotesi cristiana (cultura, carità, missione).

I cattolici per primi dovrebbero sapere che se si abbassa l’impegno educativo (come sta avvenendo) si allenta anche, nel tempo, la propensione alla condivisione del bisogno, fino a trasformare la carità in burocratico ed arido solidarismo. Senza richiamare continuamente all’esperienza di e con Cristo, anche la presenza cattolica finisce con svolgere una funzione di servizio che prima o poi si inaridirà. I cattolici non possono accontentarsi di svolgere le funzioni di una Ong; devono rimanere legati al compito primario di annunciare la salvezza portata da Cristo, da cui fioriscono nuove opere di carità, di cultura e di missione.

Caro direttore, ho l’impressione che il mondo cattolico sia solo preoccupato di assicurare opere di assistenza, ma con un pensiero sempre più debole. Attenzione: andando avanti così ci dimenticheremo di Cristo, lasciando che i nostri fratelli uomini si trasformino in automi. Non dobbiamo avere vergogna di ripartire, con coraggio, da una fede integrale.