• LIBERTA' DI RELIGIONE

Cina e Vaticano. Il dialogo non serve senza la buona volontà

Nonostante l'ottimismo mediatico per il dialogo fra Cina e Vaticano, dopo 60 anni di dura persecuzione di un regime ateo, il compromesso potrebbe essere al ribasso. Il Partito vedrebbe riconosciuti i vescovi che ha nominato in cambio di una manciata di riconoscimenti sulle nomine vaticane. Il regime di Pechino non mostra buona volontà, continuando a umiliare i cattolici e a reprimerli.

Il Papa e la Cina

Stando ai principali quotidiani e blog cattolici, l’accordo tra Cina e Santa Sede sarebbe “imminente”, la legittimazione dei vescovi scomunicati “imminente”, il passaggio del diritto di nomina dei vescovi da Roma a Pechino ugualmente “imminente”. I dialoghi tra il Vaticano e il partito comunista cinese vanno avanti da quasi due anni, eppure sono circondati da una strana e spasmodica frenesia. Come se un accordo fosse necessario a tutti i costi, come se dopo 60 anni di persecuzione improvvisamente non si potesse attendere un minuto di più, come se, contrariamente a quanto dichiarato più volte da papa Francesco, un compromesso (anche se svantaggioso per la Chiesa) debba essere l’esito necessario del dialogo. Nonostante i contenuti delle trattative siano tuttora ufficialmente sconosciuti, è almeno dal gennaio del 2015 che una martellante campagna stampa parla in modo entusiasta di un presunto riavvicinamento tra Pechino e Santa Sede, bollando come eretico, guastafeste, retrogrado e pessimista chiunque, dentro e fuori la Cina, predichi cautela davanti a un dialogo delicatissimo per le sorti dei cattolici cinesi.

Il contesto infatti è complesso e intricato come un campo minato. La Conferenza episcopale cinese non riconosce l’autorità del Papa, considerato un capo di Stato straniero ostile, e il Vaticano di conseguenza non la riconosce come valida. La vita ordinaria della Chiesa cattolica è gestita da un ente legato al partito comunista, chiamato Associazione patriottica (Ap). Questa organizza messe, catechismo, seminari e ordinazioni di vescovi illeciti, come se fosse la Santa Sede. Per sfuggire al controllo del partito, tanti sacerdoti e vescovi si rifiutano di iscriversi all’Ap, pagando la fedeltà a Roma con l’obbligo di praticare la fede in clandestinità. Nonostante nel 2007 Benedetto XVI abbia abolito con una lettera la distinzione tra comunità cattolica ufficiale e sotterranea, chiedendo un riavvicinamento e definendo l’Ap incompatibile con la Chiesa, il processo non è ancora concluso. Soprattutto perché  Pechino, con la supervisione finale dell’Amministrazinoe statale per gli affari religiosi (Sara) non fa che creare confusione tra i fedeli, alimentando la diffidenza. Uno dei modi con cui il partito comunista rivendica di essere il legittimo proprietario della Chiesa cattolica in Cina è l’ordinazione di vescovi non approvati dalla Santa Sede. Attualmente ci sono in Cina otto vescovi illeciti, tre formalmente scomunicati. 

Secondo i “rumors”, una bozza di accordo prevede che il Papa accetti questi vescovi illeciti come legittimi, ritirando anche la scomunica, e che non approvi più vescovi sotterranei senza il placet di Pechino. Sarebbe il partito comunista, infatti, a presentare al Vaticano i nomi dei candidati a diventare vescovi: il Papa potrà scegliere tra questi o chiedere nuove nomine, ma il coltello dalla parte del manico l’avrà sempre la Cina. In cambio, il partito comunista approverebbe alcuni vescovi sotterranei già nominati. Non è difficile comprendere come questo cambiamento possa far soffrire tutti quei cattolici che hanno accettato la persecuzione e il carcere pur di non piegarsi al partito. Ma, come si diceva, per ora si tratta solo di “rumors”.

Il clima che circonda questi colloqui non è dei più positivi. Di recente, sono stati nominati tre vescovi: a Chengdu, Xichang e Ankang. Se in quest’ultimo caso tutto è filato liscio, nonostante il mandato del Papa sia stato letto solamente “in privato”, negli altri due all’ordinazione dei vescovi legittimi, riconosciuti da Pechino e Vaticano, con l’aiuto della polizia ha partecipato come celebrante anche monsignor Lei Shiyin, vescovo scomunicato di Leshan. Molti fedeli hanno cercato di impedirgli di entrare in chiesa, ma la polizia ha evitato disordini con la forza. Secondo alcuni fedeli, la presenza di monsignor Lei «è stata voluta dal governo per mostrare al Vaticano chi comanda la Chiesa in Cina».

Nonostante la sbornia mediatica di ottimismo, sono tantissimi a non tollerare l’eclatante e continua umiliazione e profanazione della fede cattolica da parte del partito comunista.  Un blogger cinese molto famoso, Bo duo Shen Fu (padre Pietro), citato in traduzione italiana da AsiaNews, ha scritto di recente che «forse perché la gente è abituata alla “profanazione”, ormai non ci fa più caso, né si scandalizza. Ma ciò che ci dispiace molto è che quelli che sono abituati a mangiare “il riso mescolato con la sabbia”, dicono pure che è buono, anzi delizioso. Non conosciamo la loro particolare passione per la “sabbia”, ma forse lo fanno per leccare il loro padrone che ha dato loro “il riso mescolato con la sabbia”, tradendo perfino la propria coscienza. Messo davanti al “riso mescolato con la sabbia”, posso almeno sussurrare che “non riesco a ingoiarlo”? Mi dovete pure condannare per questa frase?».

Le provocazioni di Pechino però non si fermano qui. Nella provincia orientale del Zhejiang dal 2014 il governo comunista ha fatto demolire decine di chiese e abbattere quasi duemila croci, con un atto persecutorio che non si vedeva dai tempi della Rivoluzione Culturale. Inoltre, il segretario del partito, Xi Jinping, nonché presidente del paese (e anche di tutto il resto) ha tenuto personalmente ad aprile il più importante incontro sulle religioni da 15 anni a questa parte. Xi ha sottolineato che le religioni sono strettamente «legate alla sicurezza dello Stato e all’unificazione della nazione». Per questo è necessario che le comunità religiose «mescolino le dottrine con la cultura cinese, obbedendo alle leggi cinesi e votandosi completamente alla riforma della Cina e alla modernizzazione socialista per contribuire alla realizzazione del sogno cinese». In una parola, bisogna «sinizzare le religioni», farle «aderire alla leadership del Partito, perché si rafforzi la posizione attuale del Partito». Anche la Chiesa cattolica, insomma, deve obbedire alla dottrina comunista e diffonderla perché, secondo Xi, non possono esistere attività religiose al di fuori del controllo del partito.

Frasi e azioni di questo tipo, pronunciate mentre sono in corso i dialoghi con la Santa Sede, non fanno ben sperare. E poiché i vescovi ancora incarcerati non sono stati liberati, mentre sacerdoti vengono “suicidati” in modo misterioso, da dove deriva tanto ottimismo riguardo a un mutato atteggiamento del partito comunista verso la Chiesa? Ad oggi a questa domanda non c’è risposta. Si sa però che il partito ha convocato dal 26 al 30 dicembre la nona Assemblea nazionale dei rappresentati dei cattolici cinesi, il raduno più autorevole della Chiesa ufficiale in Cina. Quello che si autodefinisce «l’organismo sovrano» della Chiesa cattolica, che indica quale deve essere il comportamento dei cattolici nella società, che decide nomine episcopali e risolve dispute teologiche, non è guidato da vescovi ma dai capi del ministero per gli Affari religiosi. Molti fedeli, sacerdoti e vescovi in comunione con il Papa sono costretti con la forza a partecipare. In passato anche questa Assemblea è stata bollata come “inconciliabile con la fede cattolica” dalla Santa Sede, però da Roma non era arrivata nessuna reazione, almeno fino a ieri quando invece, il direttore della sala Stampa vaticana esprimeva "dolore" insieme ai cattolici cinesi per la partecipazione di un vescovo illecito alle ordinazioni episcopali di Chengdu e Xichang. Non si obbliga i vescovi a non partecipare all’Assemblea, pur ribadendo che essa è “inconciliabile con la dottrina cattolica”. Il Vaticano si attende “segnali positivi” dal governo.

Anche per questo giganti della Chiesa cinese come il cardinale Joseph Zen Ze-kiun esprimono preoccupazione. L’arcivescovo emerito di Hong Kong è da anni al centro delle critiche di organi di stampa nostrani, accusato di essere un “estremista” e addirittura un nemico del Papa. La sua colpa è quella di mettere in guardia le gerarchie vaticane da trovare accordi al ribasso con un interlocutore inattendibile e chiedere che anche i cattolici cinesi vengano messi al corrente dei colloqui e coinvolti nelle trattative. Secondo Zen, «non bisogna rifiutare il dialogo, perché il dialogo è necessario. Ma bisogna interrogarsi sulla buona volontà del governo cinese» e non affidare la nomina dei vescovi cattolici a uno Stato ateo che non ha mai dimostrato di mantenere le sue promesse.