• IL SAGGIO

Come salvare i giovani da noia e apatia? Una via c'è

La seconda causa di morte fra i giovani italiani è il suicidio. Di cosa soffrono? Hanno sete di ideali e sono delusi dal cinismo degli adulti. La loro svogliatezza viene da chi non dà loro motivi sufficienti per cui vale la pena vivere e quindi faticare. Ma c'è una via d'uscita: è affettiva, estetica ed educativa e lo psicologo pedagogista Luca Luigi Ceriani ne parla in Figli, rischi & villaggio

Sapete qual è la prima causa di morte in Italia tra i giovani under venti? Gli incidenti stradali. E la seconda? Il suicidio. Ogni anno quasi cinquecento ragazzi si tolgono la vita. Nel contempo, tra i mille e i millecinquecento giovani vengono salvati in extremis.

A parte i dati, è evidente che la generazione dei giovani odierni, anche quando non arriva a gesti estremi, cerca spesso l’evasione dalla realtà o cerca di anestetizzarsi in forme edonistiche che assopiscano la loro domanda e il loro desiderio di senso.

Di cosa soffrono oggi i giovani? Di cosa sentono la mancanza? I ragazzi cercano nella vita dei sogni da realizzare, hanno sete di grandi ideali, sono delusi dal cinismo e dallo scetticismo degli adulti. Sempre più i giovani sembrano avvertire che non ci siano ragioni per cui valga davvero la pena fare fatica e affrontare la realtà ordinaria se non motivazioni strettamente economiche. Nell’ordinario costituito dalla scuola o dal lavoro cercano di sopravvivere, come ha scritto un giorno uno studente, per poi vivere nei weekend di libertà sfrenata, di sballo, di stordimento. La realtà non è più percepita come interessante, gli impegni e le responsabilità vanno evitate, vige la «filosofia dello zaino vuoto» presentata dal protagonista del film Tra le nuvole.

In questa logica di demoralizzazione (per usare un’espressione di Havel) e di deresponsabilizzazione l’io perde la sua natura di «persona» (che risuona ed emerge, fa sentire la sua voce nella trama di rapporti con gli altri), diventa dapprima «individuo» (uomo che si concepisce «viduus», cioè orfano, solo, senza legami, deprivato della compagnia di altri) e, ben presto, pedina della scacchiera del potere o sistema. L’innato spirito di appartenenza che connota l’uomo lo induce, una volta che vengono meno le appartenenze più vere ed autentiche, ad identificarsi con i valori veicolati dalla società.

L’uomo sostituisce il desiderio infinito che alberga nel suo animo con una serie di infiniti bisogni indotti. La trasformazione dell’homo religiosus (con legami e con una domanda di senso e di verità) in homo oeconomicus avviene in modo indolore e gradualmente. Il ragazzo si trova ben presto, senza accorgersene, a cercare quello che cercano tutti, a non sapere ragionare con la propria testa, ad assecondare l’opinione della massa e i bisogni imposti dal sistema. L’io o la coscienza sembrano obnubilati.

Da dove si può ripartire? Come si può stare di fronte alla sfida educativa valorizzando le passioni e il desiderio di libertà dei ragazzi? Lo psicologo e pedagogista Luca Luigi Ceriani, che da anni si dedica all’educazione di insegnanti, educatori e genitori, ha dato vita, grazie alla collaborazione degli amministratori locali, al progetto Genitori alla lavagna nelle scuole di Opera (Milano): oltre al sostegno e alla consulenza psicologica per i genitori sono stati proposti incontri sul tema dell’educazione cui hanno partecipato migliaia di persone. Tra gli invitati note figure del mondo della cultura, dell’educazione e del giornalismo, da Mario Calabresi a Paolo Crepet, da Umberto Galimberti a Franco Nembrini, da Antonio Polito a Massimo Recalcati, da Giorgio Vittadini (appena premiato con l’Ambrogino d’oro) a Mario Mauro, e tanti altri ancora.

Ceriani ha raccolto i loro interventi in forma integrale nel saggio Figli, rischi & villaggio (globale). Dialoghi sull’educazione (edizioni Ares). Due domande centrali attraversano tutti i dialoghi del testo: di cosa soffrono i giovani oggi? Di cosa hanno soprattutto bisogno? I giovani hanno bisogno di autorità, di persone che siano per loro significativi riferimenti cui guardare in un momento di crescita e di reimpostazione del rapporto con i genitori.

Secondo lo psicologo Massimo Recalcati la scuola dovrebbe operare un taglio di questo filo che prolunga il narcisismo dei genitori in quello del figlio […]. La scuola viene […] vissuta come un’istituzione che impone il proprio potere e viene guardata con sospetto. Quando si legge, come capita spesso in estate, che qualche genitore ha deciso di non far fare al proprio figlio i compiti prescritti dall’insegnante, si assiste alla delegittimazione non solo dell’insegnante, ma di tutta l’istituzione scolastica.

I genitori sono diventati i sindacalisti dei figli che si comportano come “bambini re”. Mamma e papà non vogliono che il figlio patisca sconfitte. Ma senza sconfitta non può esistere un processo educativo. «Che un bambino o un ragazzo impari a rispettare l’obbligo non è un’imposizione dittatoriale» (Recalcati). La sfida della scuola, così come di ogni educatore, è conciliare l’obbligo con il desiderio: è possibile amare la Commedia dantesca e I promessi sposi, i filosofi antichi e i teoremi di Pitagora e di Euclide piuttosto che i sistemi inerziali? Recalcati descrive l’insegnante come un acrobata che deve «evocare il desiderio a discapito dell’obbligazione».

Il bravo insegnante non è qualcuno che riempie di contenuti la testa vuota degli allievi, perché l’apprendimento non è un riempimento, ma al contrario è colui che apre nuovi vuoti trasformando la testa dei suoi studenti in una groviera, pieno di dubbi, domande, fuochi che si accendono. Nella lezione l’insegnante potrà sollecitare il desiderio dello studente quando tratterà gli oggetti delle spiegazioni in qualcosa di vivo e di altamente desiderabile (Recalcati usa addirittura il termine erotico). Quando questo accade e i ragazzi divengono amanti appassionati di Manzoni, Hegel, di Van Gogh, allora si verifica «il miracolo della didattica».

I giovani, sostiene il filosofo Umberto Galimberti, hanno bisogno di essere convocati. Vivono di notte perché di giorno nessuno li convoca, nessuno li chiama per nome, nessuno li vede come una risorsa, ma piuttosto come un problema. […] Vogliono anestetizzare il loro sguardo sul futuro, perché questo sguardo mette angoscia (Galimberti).

Tra i quindici e i trent’anni si raggiungono spesso le massime potenzialità intellettuali: il poeta Rimbaud ha pubblicato Una stagione all’Inferno (1873), il libro della vita, a soli diciannove anni, Einstein ha scoperto la relatività ristretta a ventisei anni (1905), Leopardi ha scritto L’infinito a ventun anni (1819). I giovani devono credere ai loro sogni (Mario Calabresi), ma spesso gli adulti mortificano i loro sogni e le loro aspirazioni con cinismo e scetticismo: Non tutto quello che ho sognato di fare si è realizzato naturalmente, ma vale sempre la pena crederci. Il futuro non è una storia già scritta, non è già tutto deciso, è nelle mani di ognuno di noi e spesso dipende dalla passione che si mette in quello che si fa, dalla speranza e dalla fiducia che si hanno nelle proprie possibilità. L’esercizio più importante è chiedersi: «Che cosa mi piace? Che cosa voglio davvero?» e darsi una risposta che sia un progetto di vita (Calabresi).

Che cosa serve ad un giovane per vivere e per diventare grande? Qual è la domanda che esplicitamente o più spesso in maniera non espressa rivolgono ai genitori? «Papà, mamma, sapreste dirmi qualcosa del bene e del male, della gioia e del dolore, della vita e della morte, della menzogna e della verità?» (Franco Nembrini). I figli ci guardano, guardano nei nostri occhi per comprendere se ci sia una ragione per cui valga la pena vivere e non solo sopravvivere o anestetizzarsi. I genitori devono testimoniare la bellezza: Ammazzateli di bellezza, ché il mondo è pieno di bellezza e di un bene infiniti. Invece di dirgli continuamente «attento qui» e «attento là», «qui è meglio che non vai», «questo è vietato». Ma come fa a diventare grande un ragazzo se pensa che come si muove può fare danni a se stesso? (Nembrini).

Scuola e famiglia devono riprendere a collaborare: I genitori devono imparare ad accompagnare i propri figli perché dalla qualità e dalle sinergie tra famiglia e scuola dipende l’esito del processo educativo. […] La scuola […] è una sorta di spazio comune, di agorà dove transitare e discutere. Dove genitori e insegnanti si parlano e organizzano insieme. […] Un posto dove i genitori non sono utenti e gli insegnanti sono più che formatori. […] Laboratorio reale di idee ed esperienze che consenta la circolazione dell’informazione e del dibattito. […] È la scuola che dobbiamo inventare e costruire (Ceriani).

Quali consigli dare allora ai giovani? Mantenete deste le domande vive che avete ora nell’animo, non accontentatevi del cinismo, dell’utilitarismo, della distrazione che troppo spesso vedete nel mondo degli adulti. Coltivate i sogni. Scoprite i vostri talenti, coltivateli in modo tale da inseguire i vostri sogni.

Agli studenti auguro poi di riscoprire la bellezza della scuola, della cultura e del sapere, che possano scoprire che si studia perché è bello studiare, perché si guadagna un pezzo di realtà. Questo accadrà, se incontreranno insegnanti presi dalla passione e dall’amore: allora potranno non capire all’inizio, ma saranno nel tempo trascinati dal fascino della bellezza che l’insegnante ha cercato di comunicare loro. La scuola sarà sentita dai ragazzi come un luogo familiare e amico, non come una prigione, se i ragazzi sperimenteranno quanto ha scritto Vincent Van Gogh al fratello: «Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente».