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Con i verbali pubblicati, Conte inchiodato alle sue responsabilità

Scoperchiato il vaso di Pandora dei verbali delle riunioni del Comitato tecnico scientifico, il Governo appare ancora più vulnerabile. Viene attaccato, infatti, non solo dalle opposizioni, ma anche dal comitato delle vittime del Covid-19 e da liberi e insospettabili pensatori.

Giuseppe Conte

Scoperchiato il vaso di Pandora dei verbali delle riunioni del Comitato tecnico scientifico, il Governo appare ancora più vulnerabile. Viene attaccato, infatti, non solo dalle opposizioni, ma anche dal comitato delle vittime del Covid-19 e da liberi e insospettabili pensatori, che denunciano l’opacità e la mancanza di trasparenza dell’esecutivo durante i giorni più drammatici dell’emergenza pandemica.

Una novità clamorosa che emerge dalla desecretazione di quei verbali riguarda la possibilità di istituire la zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro, tra i comuni del bergamasco più falcidiati dal Coronavirus. Per mesi abbiamo assistito ad un braccio di ferro tra Regione Lombardia e Governo Conte per stabilire a chi spettasse quella decisione. Lo scaricabarile dell’esecutivo nazionale era apparso subito evidente, ma le difficoltà della Regione Lombardia nella gestione della pandemia avevano fatto passare tutto in secondo piano. Ora si viene a sapere, leggendo quelle carte, che il Comitato tecnico scientifico aveva chiesto di istituire quella zona rossa, ma che Palazzo Chigi l’aveva ignorata.

Durante la riunione del 3 marzo era stato sentito anche l’assessore lombardo al welfare, Giulio Gallera, che aveva confermato la gravità della situazione e il superamento dell’indice di contagio. I due comuni si trovano a due passi da Bergamo  e hanno una popolazione di 13.639 (Alzano Lombardo) e 11.522 abitanti (Nembro). «In merito – si legge negli atti - il Comitato propone di adottare le opportune misure restrittive già adottate nei Comuni della zona rossa al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue. Questo criterio oggettivo potrà, in futuro, essere applicato in contesti analoghi». Ma l’appello del Comitato cadde nel vuoto e il Governo optò per una soluzione diversa, cioè cinturare l’intera Lombardia, con una zona arancione che poi sarebbe diventata, insieme al resto d’Italia, rossa. In pochi ricordano che il 5 marzo in provincia di Bergamo arrivarono 370 componenti delle forze dell'ordine tra poliziotti, carabinieri e finanzieri per l'eventuale chiusura, che sembrava ormai cosa fatta, di Nembro e Alzano. Ma quella chiusura non scattò mai.

Ma il Presidente del Consiglio è sembrato lavarsene le mani: «Quel verbale io non l’ho mai visto», si era difeso il premier Conte davanti ai magistrati di Bergamo. A ricostruire il colloquio dell’inquilino di Palazzo Chigi con i giudici ci ha pensato il libro Come nasce un’epidemia - la strage di Bergamo, il focolaio più micidiale d’Europa di Marco Imarisio, Simona Ravizza e Fiorenza Sarzanini, giornalisti del Corriere della Sera. Quella frase inguaia non poco l’”avvocato del popolo”. E dalle carte emerge che il Comitato, impegnato ad affiancare l’esecutivo durante la crisi, già il 28 febbraio aveva sollecitato il governo centrale a chiudere le zone italiane che erano state colpite dal Covid-19, in particolare Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte. Peraltro i primi due focolai erano stati individuati a Codogno (in provincia di Lodi) e a Vo’ Euganeo (in provincia di Padova).

Da un lato gli esperti invocarono misure stringenti per circoscrivere al meglio i focolai, dall’altro il governo giallorosso ignorò l'appello e anzi prese tempo, facendo passare dieci giorni prima di provvedere alla serrata totale del Paese. Infatti, solamente l’8 marzo venne firmato il Dpcm che limitava gli spostamenti fra le quattro regioni del Settentrione. Una manciata di ore più tardi, l’11 marzo, arrivò il lockdown che cristallizzò tutto lo Stivale per oltre due mesi. Difficile capire se si sia trattato di negligenza, sottovalutazione dei rischi o di strategia mirata a far precipitare la situazione per poi gestirla in una condizione di assoluta emergenza e di completa privazione delle libertà per tutti i cittadini italiani. E c’è pure chi azzarda che se Conte avesse chiuso solo il nord o solo la Lombardia, sarebbe montata la protesta degli imprenditori e i consensi al suo rivale Matteo Salvini sarebbero saliti alle stelle. Ma questa è solo fantapolitica.

Fatto sta che questo “giallo” dei verbali è destinato a rendere ancora più tempestosa la navigazione dell’esecutivo, che sembrava essersi rafforzato dopo l’accordo in Europa sul Recovery Fund e ora appare profondamente lacerato da tensioni interne, anche dovute all’imbarazzo suscitato dalla desecretazione di questi verbali del Comitato tecnico scientifico sollecitata dalla Fondazione Einaudi. È giustamente sceso in campo anche il Comitato delle vittime: «Noi pretendiamo che vengano desecretati tutti i documenti ed i verbali a decorrere dal 22 gennaio e sino al 3 marzo perché solo attraverso l'analisi degli elementi che emergeranno indefettibilmente dai verbali del Cts di quei giorni, la gente, quella gente apostrofata come "quelli lì che continuano ad uscire", potrà darsi una spiegazione dell'immagine sacrificio di vite umane». Il Comitato ha aggiunto: «Solo attraverso quei verbali potrà emergere quale e a chi attribuire la responsabilità delle omissioni che hanno portato a una strage annunciata e riteniamo, consapevole da chi detiene il potere. Solo con la desecretazione di tutti questi documenti il governo potrà dare prova della volontà di fare chiarezza sui fatti occorsi e dimostrerà di avere rispetto delle persone». Secondo il presidente dell'Ordine dei Medici di Bergamo, Guido Marinoni, «era necessario chiudere Nembro e Alzano, andava bene farlo anche a marzo, si sarebbero salvate molte vite».

Delle colpevoli inadempienze del Governo ha parlato nelle ultime ore anche un professore solitamente misurato ed equilibrato nelle valutazioni politiche, Carlo Cottarelli: «Il Comitato tecnico scientifico non aveva raccomandato il lockdown. E non c'è stato spiegato perché quella decisione è stata presa: mi sento suddito e non cittadino, perché mi viene detto cosa devo fare e non il perché».

Le nubi si addensano all’orizzonte e Palazzo Chigi farebbe bene a chiarire una volta per tutte come sono andate le cose in quelle giornate così convulse. Il premier ha impostato la sua comunicazione istituzionale di marzo, aprile e maggio sui discorsi serali agli italiani e sulle conferenze stampa, anche sui social. Ora farebbe bene a convocare i giornalisti per chiarire, nell’interesse di tutti gli italiani, le effettive responsabilità del Governo nella gestione dell’emergenza, motivando le scelte fatte e quelle non fatte. Le sue risposte date ai giudici bergamaschi non convincono per niente.