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Dal comunismo al politically correct: perché la Sinistra non ha fallito

Chi pensa che la Sinistra (cioè il marxismo) abbia fallito perché non si occupa più del proletariato operaio sbaglia. Ha semplicemente cambiato cavalcatura in perfetta coerenza con la sua filosofia, la c.d. sinistra hegeliana in cui il marxismo si autocollocava. Il suo metodo è la dialettizzazione dei contrasti per far trionfare la rivoluzione. E qual è lo scopo della rivoluzione? La rivoluzione stessa. Semplicemente, la lotta di classe non è più economica, ma è qualcos’altro: neri contro bianchi, donne contro uomini (femminismo), gay contro etero e via così. L’ultima mutazione della Sinistra è la Politically Correctness. Il Saggio di Cammilleri nel nuovo libro edito da Solfanelli. 

Per gentile concessione dell'autore e dell'editore, pubblichiamo il saggio di Rino Cammilleri contenuto nel libro di Autori vari La Sinistra ha fallito? Opinioni a confronto a cura di Italo Inglese. Postfazione di Riccardo Cristiano (Solfanelli, pp. 160, €. 12).

Chi pensa che la Sinistra (cioè il marxismo) abbia fallito perché non si occupa più del proletariato operaio sbaglia. Ha semplicemente cambiato cavalcatura in perfetta coerenza con la sua filosofia, la c.d. sinistra hegeliana in cui il marxismo si autocollocava. Il suo metodo è la dialettizzazione dei contrasti per far trionfare la rivoluzione. E qual è lo scopo della rivoluzione? La rivoluzione stessa. Semplicemente, la lotta di classe non è più economica, ma è qualcos’altro: neri contro bianchi, donne contro uomini (femminismo), gay contro etero e via così. L’ultima mutazione della Sinistra è la Politically Correctness.

Adesso devo prenderla alla larga e ricorrere a qualche aneddoto personale. Ex assistente universitario, negli infelici anni in cui, per sopravvivere, avevo accettato di insegnare nelle scuole secondarie, ebbi modo di constatare a che punto fossero i c.d. «giovani» e quale futuro li (ci) attendeva. Qualche esempio (il resto l’ho riversato nel mio libro L’ombra sinistra della scuola, Piemme, 2002). Una studentessa difettava parecchio nel profitto, stimai che fosse per il troppo tempo passato a coltivare il modo di vita dark-punk. Vi lascio immaginare com’era conciata. Pensai di parlarne con i genitori al primo ricevimento-famiglie. Venne la madre e mi morsi la lingua: era conciata peggio di lei. Non so che fine abbia fatto, la figlia. Un’altra mi presentò la «giustificazione» da lei stessa firmata (aveva diciott’anni): indisposizione. Osservai che l’avevo vista, da lontano, il giorno prima caracollare allegramente sul suo motorino. Mi rispose, stupita, che quelli erano fatti suoi; praticamente non mi dovevo permettere di sindacare quel che lei faceva quando non era a scuola. Neanche di lei so che fine abbia fatto. Terzo e ultimo esempio. Una volta, di fronte all’ennesimo «impreparato» collettivo, sbottai che se il tempo sprecato nelle futilità (chiacchiere, videogiochi, tivù eccetera) l’avessero dedicato allo studio, che la memoria ce l’avevano, e totale, per le formazioni di calcio o di musica pop, insomma, il tipico sfogo dell’insegnante matusa. Una viperetta saltò su: «Ma noi siamo ragazzi!», abbaiò. Già: la gioventù non serve a costruirsi un avvenire, ma a dissiparsi. Non so che fine abbia fatto anche lei, ma posso immaginare la fine che hanno fatto tutte e tre: in corteo per i «diritti», perché il niente che hai trovato quando la scuola ti ha sputato fuori, qualcun altro dovrà riempirlo, e guai se non lo fa: la «società», lo Stato.

La lunga strada che dalla libertà-qui-e-ora («Vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso»: When the music’s over, 1967, The Doors; la fine che ha fatto il leader Jim Morrison è nota) ha portato all’odierno guai-a-chi-sbaglia-a-parlare è stata dettagliatamente analizzata e descritta nel libro di Eugenio Capozzi, Politicamente corretto. Storia di un’ideologia (Marsilio, 2018). Da buona ideologia, il Politically Correct fa ricorso all’inquisizione diffusa per tacitare i dissenzienti, se non basta ricorre alle manifestazioni di piazza, alle intimidazioni, al linciaggio a mezzo stampa o social e, infine, ai tribunali, dove sempre più spesso ottiene vittoria. Per giunta, il braccio politico è sempre più pressato ad emanare leggi ad hoc. Che sono liberticide senza se e senza ma, e sarebbero state impensabili quando la parola d’ordine era «libertà». Il cerchio si chiude, e chi non vuole guai è costretto ad autocensurarsi e a usare le parole della neolingua lanciata dalle università americane (ogni novità viene da lì) e imposta nel resto dell’impero occidentale.

Quel che non è riuscito al marxismo sovietico (modificare il pensiero, perché se modifichi le parole modifichi i concetti) è riuscito al P.C., l’ideologia più totalizzante e pervasiva che il mondo abbia mai conosciuto. Il suo obbiettivo non è tanto il potere, quando ogni essere umano. Di liberazione in liberazione siamo arrivati al libertinismo di massa, già preconizzato da Augusto Del Noce. Ma non è il capolinea. E quando qualcuno, defraudato della felicità promessa, dà di fuori da matto, ecco che il P.C. interviene. Per esempio, convegni vengono tenuti per indurre i giornalisti a non usare termini come «raptus» o «gelosia» in casi in cui lui ammazza lei (non viceversa), ma «femminicidio», possibilmente tenendo la contabilità e invocando leggi draconiane apposite.

Ma gli esempi del paradise now! tramutatosi in un inferno in terra sono tanti, basta guardare la cronaca (e mai nessuno che vada a vedere quanti erano, per esempio, gli stupri nel 1960). Il pesce puzza dalla testa, recitava un antico adagio. Infatti, la fortunata espressione «radical chic» fu coniata nel lontano 1970 dal giornalista americano Tom Wolfe, che descrisse in un suo articolo sul «New York Magazine» il party organizzato dal famoso compositore Leonard Bernstein (Oscar per le musiche del film West Side Story) il 14 gennaio di quell’anno nella sua casa newyorchese al fine di raccogliere fondi a favore delle Black Panthers, l’ala più radicale dei neri d’America. Storia vecchia, cominciata con Filippo Egalité e mai finita.

Il Politicamente Corretto, insomma, è l’ultima (per ora) ideologia totalitaria con cui dobbiamo fare i conti. Nel 2019 ricorreva  il trentennale della caduta del comunismo (1989) ma tale ricorrenza praticamente nessuno se l’è filata. Per un paragone, il cinquantennale del Sessantotto ha ricevuto celebrazioni & rievocazioni cominciate già alla fine dell’anno precedente e continuate, sui media, anche oltre l’anno di scadenza. Perché? Perché comandano sempre loro. Specialmente sui media.

Il Sessantotto, in particolare in Italia, non fu affatto (io c’ero) quell’esplosione di libertà giovanile che i reduci millantano, bensì un’esplosione, sì, ma di intolleranza e di bastonate per chi non era d’accordo. Ed era tutto un ciclostile, fogli, scritte sui muri, giornali fondati inizialmente con pochi soldi, tanto chi ci scriveva lo faceva gratis. Ebbene, il rivoluzionario puro ha sempre fatto il giornalista, fin dai tempi di Marat, passando per Mazzini, Marx, Lenin, perfino Mussolini. Perché è un consacrato. Come il prete, che può arringare i fedeli ogni domenica. Parlare al popolo, insegnargli qual è il suo vero bene, additargli il peccato e i peccatori da cui deve guardarsi, indicargli continuamente il Regno dei Cieli. Sostituite a quest’ultimo il Sol dell’Avvenire e tutto sarà chiaro. Come il Regno dei Cieli, anche il Sol dell’Avvenire è ineffabile. Non si può descrivere, perciò non viene mai descritto.

Come sarà non lo sanno i preti, e neanche i demagoghi. Si sa solo che sarà un paradiso, e dobbiamo fidarci della loro parola. La differenza, naturalmente, è ovvia: i credenti hanno i Santi come prova che è tutto vero; gli imboniti dai demagoghi hanno solo le chiacchiere di questi ultimi. I quali, però, hanno anche altri sistemi per mettere in riga i dubitanti. Il motto è: stai con noi con le buone o vedrai le cattive. Per quanto riguarda la generazione di gazzettieri sessantottardi che si era via via ingrossata fino a diventare preoccupante per il padronato (gli scioperi erano all’ordine del giorno, e le motivazioni salariali finirono con l’essere irrilevanti rispetto a temi come la guerra in Vietnam o il golpe in Cile), il padronato in questione escogitò la furbata di assumerli nei suoi giornali, così da stemperarne l’aggressività. Finì che le redazioni e perfino i vertici dei grandi media nazionali furono invasi da sessantottini. I quali oggi sono settantenni ma per niente disposti a schiodarsi. E, anche se lo facessero, ormai i segnali di pista sono i loro e non si può fare altro che seguirli (o subirli). Voi direte: ma il marxismo è finito, oggi c’è il Politicamente Corretto.

E sbagliereste, perché il Politicamente Corretto è puro marxismo, anche se post-sovietico. Per primo se ne accorse Augusto Del Noce, ma pochi credono ai profeti, per il semplice fatto che bisogna attendere l’avverarsi della profezia; solo allora qualcuno si ricorderà, troppo tardi, che il profeta l’aveva detto. I più eruditi sanno che dietro al Sessantotto c’era la filosofia-sociologia della c.d. Scuola di Francoforte, marxista, i cui elementi più celebrati erano Adorno, Marcuse, Horkheimer. Fin dagli anni Trenta. All’avvento del nazismo emigrarono. Dove? Negli Usa, e qui, ovviamente, insegnarono nelle università. Infatti, si dimentica che il Sessantotto, ben prima del Maggio Francese, era scoppiato nei campus universitari americani. E oggi da dove viene il Politicamente Corretto? Sempre dalle università statunitensi, dove giunge a punte di grottesco, e di censura, che qui nella periferia dell’impero ancora non abbiamo visto (ma ce ne sono già i conati).

La meccanica della rivoluzione è sempre la stessa, mutuata dalla dialettica hegeliana (il marxismo, lo ricordo ancora, è hegelismo di sinistra): «dialettizzare i contrasti», aizzando («far prendere coscienza») la parte «debole». Oggi tocca a femmine contro maschi, e omo contro etero. Poiché qui non c’era il neri-contro-bianchi, i neri li si importa. In attesa che crescano di numero, godiamoci (si fa per dire) i Giugno Gay. Il mese è scelto per commemorare la rivolta (sempre americana) di Stonewall. Ma è anche il mese del Sacro Cuore e del Corpus Domini. Il che ci dà speranza.