• ORIZZONTI RISTRETTI

Dalla chiesa orizzontale? Si salvi, così, chi può

I pastori ci hanno stretto dentro un recinto asfittico troppo materiale, in cui si trovano solo migranti, disoccupati e poveri. Ci dicono che il cristiano autentico è quello che non usa spesso il condizionatore d’estate, che paga le tasse e si vaccina. Hanno sostituito la carità con la solidarietà, la giustizia con il pietismo. Il fine della nostra vita ha così il sapore di un’amara fine. Ma possiamo salvarci costruendo arche di Noè dove imbarcare chi vuole vivere per l'Eternità.

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La Chiesa non ci parla più delle cose ultime. Salvezza, eternità di Dio, destino ultimo della nostra anima, senso della vita sono ormai diventati il Gronchi rosa del cattolicesimo.

I pastori, più preoccupati dell’immunità di gregge che della salvezza del gregge, ci hanno ormai stretto dentro un recinto asfittico tanto, troppo materiale, in cui si trovano solo migranti, disoccupati e poveri. E riguardo a questi ultimi è una vita senza trascendenza che ci fa davvero poveri dentro. Noi siamo già fatti di polvere e ci vogliono pure piegare ad una vita polverosa, volgare, lontana dalla nobiltà dell’eroico quotidiano. Il loro orizzonte è quello della Madre Terra da salvare, non quello infinito delle anime da salvare.

Ci dicono che il cristiano autentico è quello che non usa troppo spesso il condizionatore d’estate e quello che si vaccina. Hanno sostituito la carità con la solidarietà, che faranno sì rima tra loro, ma che esprimono universi che si sfiorano solo di tangente. Hanno scambiato la misericordia con il buonismo, la giustizia con il pietismo, l’amore con l’inclusività. Ne è uscita una dottrina di plastica, anzi di polistirolo che galleggia benissimo sulla superficie delle nostre esistenze, incapace però di andare nel fondo di esse. Il fine della nostra vita cucinato da pastoralisti e teologi levantini ha il sapore di un’amara fine, perché assai borghese, dove ci presenteremo all’Onnipotente con tutte le tasse sempre pagate e mai una cartaccia buttata in mare.

A Leopardi bastò una siepe per cogliere la vertigine dell’Infinito che si agitava inquieto nella sua anima. E noi all’opposto, che abbiamo addirittura il Crocefisso ad indicarci la strada dell’eternità, siamo ormai addestrati ad infervorarci per minutaglia come lo scioglimento dei ghiacciai e i giusti pronomi da usare per le persone trans. Ci guardiamo la punta dei piedi, mentre l’arco sfavillante della volta celeste brilla su di noi: mentre la grazia dei sacramenti, le porte di migliaia di tabernacoli, l’esempio trasparente come cristallo dei santi, le cattedrali del pensiero dei grandi aspettano volentieri il nostro saccheggio. Ci hanno ormai insegnato che quello che fa la differenza non sono queste cose, ma è piallare le differenze quando dà fastidio ad alcuni diversi. E pensare che abbiamo sempre detto che il mondo è bello perché vario. Ma ora è sempre meno vario e sempre più avariato.

Ci hanno intrappolato in un al di qua a misura di animale umano, quando ogni minima fibra dei muscoli della nostra anima anela ad un al di là a misura di santo, perché tutti noi, in fondo in fondo, vogliamo arrivare primi. Dopo decenni di addomesticamento a suon di pluralismo, ecumania, kerygma e risonanze dello Spirito che, per amor di chiasmo, richiama lo Spirito dei tempi, noi ne siamo usciti frastornati, così frastornati che ci siamo dimenticati che ogni nostra più piccola e insignificante azione getta o un’ombra lunghissima o un raggio di luce altrettanto lungo in quel mondo che ci attende dopo la morte.

Ci ripetono, tanti nostri pastori, che il cielo è sempre più blu perché Dio è sempre più grande di ogni nostro peccato, eppure sopra le nostre teste perché vediamo addensarsi solo nere nubi? Solo noi vediamo gli oceani di sangue di decine di milioni di aborti, le dense infelicità di innumerevoli matrimoni falliti, la pletora di condannati alla pena capitale da leggi e giudici amanti della morte, dolce come lo zucchero avvelenato, i grandi magazzini dei bimbi prodotti in provetta, il diffuso nomadismo sessuale, l’inverno delle coscienze che tutto si concedono?

Tutti affogano e solo lieti di farlo e chi lancia loro un salvagente viene affogato lui stesso nel mare dell’odio della tolleranza e della parità dei diritti. Forse oggi è arrivato il tempo di obbedire al comando di Cristo: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti». Alcuni, forse tanti e sicuramente troppi sono i malati terminali dell’anima senza speranza perché hanno occhi ma non vogliono vedere, hanno la dottrina ma non vogliono credere, hanno la Tradizione ma non vogliono per sé e per gli altri un futuro, hanno i santi ma non vogliono che diventare Vip, hanno il Magistero ma non vogliono che ascoltare gli influencer.

Allora si salvi chi può e noi possiamo: abbiamo la Grazia, la Chiesa di sempre, la Bibbia, la carità di parenti e amici, la santità di un sottobosco di uomini in talare. Abbiamo Cristo. Costruiamo piccole arche di Noè e imbarchiamo chi vuole non affondare nel tedio delle prediche domenicali sempre uguali a se stesse, nei piani pastorali davvero piani e mai slanciati in verticale, nei documenti di alcuni dicasteri che paiono essere un copia incolla di certi programmi politici, nell’ossessione del gender, perché più gender di così oggi non si può e non se ne può più.

Sì, lasciamo che i morti seppelliscano i morti e noi, invece, moriamo a noi stessi per risorgere già oggi dal noiosamente corretto, dalla – tanto per parlare di sostenibilità – insostenibilità del conformismo, dal luogocomunismo, dal prevedibile spirito del Vangelo e dallo stereotipato del dialogo perenne che è in realtà un monologo scritto da altri – i soliti pennaioli – ma che dobbiamo recitare noi a comando e non a soggetto. Possiamo trovare un’uscita di sicurezza aprendo le porticine dei tabernacoli – i nostri rifugi antiatomici – per scappare da questo frusto e monotono e scontato e banale pressapochismo pseudocattolico fatto di «scambi di sguardi di pace» a messa e della melassa tossica dell’accoglienza scriteriata. Si salvi chi può e noi, grazie a Dio, possiamo.

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