• LETTERA

Daniela, un sorriso che ha cambiato la scuola

La morte di una appassionata e tenace insegnante di religione in una scuola superiore di Forlì, non solo ha rivelato l'ampiezza della sua testimonianza, ma anche la risposta alla crisi educativa del nostro paese.

Daniela Baraghini

“Non abbandonate mai l’amore alla bellezza, è la ferita che ci spalanca il cuore”. In queste poche parole, scritte alcuni giorni prima di morire (in risposta a uno dei numerosissimi sms ricevuti dai suoi amati alunni e riportate nel retro dell’immaginetta funebre) è forse racchiuso il mistero della vita – e della morte, avvenuta nel giorno della Sacra Famiglia – di Daniela Baraghini.

Cinquantacinque anni, ancora bella e radiosa, appassionata e tenace insegnante di religione in una scuola superiore di Forlì, non ha cessato, sino all’ultimo esilissimo respiro (il tumore alla pleura le causava pesanti difficoltà di respirazione, tanto da portarla vicino al soffocamento) di testimoniare – lei per prima – l’amore alla bellezza dell’incontro che le ha spalancato il cuore e illuminato il cammino della vita: l’incontro con Gesù attraverso il carisma di Don Giussani.

Un’agenda telefonica, sul suo cellulare, fitta all’inverosimile di numeri dei suoi studenti; una processione continua di visite di giovani all’ospedale, sin dal primo ricovero avvenuto all’inizio dell’estate. E, per tutti, quel sorriso certo e luminoso che ora splende, immutabile, dall’immaginetta funebre, quasi a ricordarci per un’ultima volta che tanta luce non arrivava dalle sue personali e incontestabili doti, ma da un grande amore che l’aveva afferrata. Per sempre. Certa sino all’ultimo fragilissimo respiro, ha usato le residue forze per dire agli amici che le sono stati sempre accanto (insieme al marito e ai tre figli): “Vivere è semplice, ed è semplice anche morire: basta affidarsi”.

Eppure, nello stesso tempo, non ha mai smesso di chiedere il miracolo della guarigione, teneramente grata ai tanti che la sostenevano in questa battaglia con le loro preghiere. Una vera testimonianza, dicevano in molti, persino il funerale. Come un quadro del Caravaggio, nel quale la luce irrompe violenta e decisiva a scolpire i volti e le vicende della vita e si contrappone alle ombre e al buio della miseria umana, facendo emergere – pur nella drammaticità - una misteriosa bellezza.
Almeno un migliaio di persone ha partecipato all’ultimo saluto: tanti giovani e colleghi di scuola, alunni ed ex alunni, credenti e non, tutti accomunati dal riconoscimento di una personalità eccezionale, capace di incontrare le persone, ascoltarle, accoglierle nel loro bisogno e accompagnarle nel loro cammino. Capace anche di insegnare, nel vero senso della parola, come raccontato – fra le lacrime - da una sua studentessa prima dell’ultima benedizione del feretro:

“Sapeva tante cose, con lei era bello imparare e scoprire un senso nelle cose, perché ci sentivamo sempre voluti bene e accolti. Ci ha insegnato ad amare e ad approfondire la realtà, ci ha dato speranza, quella con la “s” maiuscola, quella capace di dar senso alla vita”. Un punto di riferimento, pur nella sua semplicità (non guidava l’auto, non era esperta di questioni sindacali né di organizzazione scolastica, solo dell’umano), anche per i colleghi e persino per la preside, che chiedeva affranta: “Come faremo senza di lei, adesso?”.

Impossibile resistere alla tentazione di porsi una domanda: di fronte alla spaventosa crisi educativa che stringe alla gola il nostro paese, davanti ai perpetui e pressoché inefficaci tentativi di riforma del nostro sistema di istruzione, non sarà forse che la soluzione è molto semplice? Perché quello che cambia la scuola, come del resto ciò che cambia la storia (e la vicenda di Daniela lo dimostra una volta di più), non sono le riforme strutturali o le nuove regole, ma delle persone vive. Persone semplici, cioè la cui vita è ricondotta a unità da un incontro che le ha restituito senso e bellezza. Come Daniela, appunto.