a cura di Stefano Fontana
  • il punto

E nemmeno la Chiesa è un corpo sociale intermedio

Nel precedente blog si è sostenuto che la famiglia non deve essere intesa come una formazione sociale e un corpo intermedio. Su questo punto un recente libretto di Mons. Franco Giulio Brambilla [I corpi intermedi, figure del noi sociale, Vita e Pensiero, Milano 2019] risulta problematico in quanto, appunto, considera la famiglia in questo modo. Si pone però anche un altro problema. Lo stesso libretto colloca nei corpi sociali intermedi anche la Chiesa. È vero che la sociologia la considera così, ma bisogna vedere di quale sociologia si tratta e se i suoi presupposti sono condivisibili. La Chiesa cattolica non può assolutamente essere considerata un corpo intermedio, una espressione di socialità umana, una aggregazione di cittadini che perseguono propri scopi comuni, una opinione tra le altre nel dialogo pubblico. La Chiesa non può essere equiparata ad una ONG, ad un’associazione di categoria o ad un centro culturale. I suoi rapporti con la comunità politica sono ben diversi e diverse sono le sue pretese. La Chiesa non può barattare il proprio “diritto di cittadinanza” con questi riduzionismi. Essa deve pretendere di essere nella società secondo la sua piena natura.

Oggi molti indizi inducono a pensare che la Chiesa sia un corpo sociale intermedio, una espressone della società civile. Poniamo il caso della convenzione dello Stato con la Chiesa cattolica sull’8 per mille, estesa poi ad altre religioni presenti in Italia. Accettando questa convenzione la Chiesa ha anche accettato di essere considerata dallo Stato una formazione sociale religiosa che vanta rispetto allo Stato  meriti non esclusivi ed estendibili ad altre presenze sociali delle aggregazioni religiose, meriti che, diminuendo nel tempo la presenza sociale dei cattolici, potrebbero anche essere rimessi in discussione.

Oppure pensiamo al sistema scolastico paritario. Le scuole cattoliche non si concepiscono più come aventi un dovere/diritto sopra-eminente derivato da Dio di educare cristianamente e pubblicamente, ma si intendono come delle agenzie sociali educative, espressione di gruppi sociali di interesse che forniscono un servizio sociale all’interno dei parametri educativi stabiliti dallo Stato. Per questo sono anche costrette a nascondere l’educazione espressamente cristiana dietro il paravento di una educazione per lo sviluppo della persona. Esse, quando rivendicano una loro libertà, lo fanno appellandosi al principio della libertà educativa sancito dalla Costituzione, senza più riferirsi ad un dovere/diritto della Chiesa in questo campo.

Infine pensiamo alla presenza della Chiesa nelle attività di solidarietà sociale nei confronti degli immigrati o del disagio in genere. In questi ambiti quasi sempre le realtà cattoliche svolgono un’azione orizzontale di aiuto nel bisogno, quasi sempre in convenzione con amministrazioni locali o con lo Stato centrale, di cui seguono quindi le regole, come delle ambulanze sociali che intervengono, insieme a tanti altri soggetti, nei casi di necessità.

Questi esempi ci dicono che sia la considerazione della Chiesa all’esterno della Chiesa sia quella all’interno della stessa confluiscono nella tendenza a considerarla una agenzia sociale e, quindi, ad inserirla nei corpi intermedi o formazioni sociali. Viene meno, in questo modo, il rapporto essenziale e fondativo della politica con la religione e la presenza religiosa diventa accidentale, occasionale, utile ma non indispensabile per la comunità politica: etsi Deus non daretur. La politica può farne a meno, salvo magari utilizzarla nell’ambito dei propri principi come agenzia di lubrificazione sociale dato che il solidarismo cattolico poi tanto male non fa. Basta che la Chiesa non torni a pensare, come faceva in passato, di aver qualcosa di decisivo di dire alla politica, senza del quale la politica non riesce ad essere se stessa. Ma per questo bisognerebbe recuperare qualcosa di molto profondo che sta andando perduto: come diceva Gilson, “La natura informata dalla grazia è più perfettamente natura. La ragione naturale illuminata dalla fede diventa più integralmente ragionevole. Accettando la giurisdizione spirituale e religiosa della Chiesa, l’ordine sociale e politico si fa più felice  e più saggio sul piano temporale”.