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Ecco l'asilo unisex, l'ultima trovata svedese

Si chiama Egalia, è una scuola dell'infanzia dove gli alunni vengono considerati neutri per esser liberi di "scegliere" il sesso.

Asilo svedese


I bambini li chiamano friend, «amico», termine inglese valevole per maschi e femmine. Ma si guardano bene dall’usarlo, l’inglese, per indicare quel che fanno. Infatti, asylum, in inglese, vuol dire manicomio. Perciò ricorrono (come anche i preti, quando torna comodo) al latino: Egalia. Questo il nome dell’«asilo» infantile che pare sia l’ultimo grido della solita Svezia.

Un posto esclusivo
(max 33 iscritti) del distretto Sodermalm, dalle parti di Stoccolma. Non a caso, come ogni esperimento sociale che si rispetti, sorge su un’isoletta (la repubblica di Utopia stava su un’isola ma, essendo stata concepita al tempo del mandrillo Enrico VIII, i sessi vi erano, ahimè, distinti). Le maestre (tutte femmine o lsgtb?) sono supervisionate da un esperto di differenze di gender (maschio? e perché?). Lo scopo è quello di impedire che le povere creature siano condizionate dall’anatomia che una sorte crudele ha loro affibbiato all’atto della nascita e che i genitori per decine di millenni hanno, nella loro ignoranza, favorito. Infatti, ricordo bene quando, da piccolo, chiedevo un orsacchiotto con cui dormire e mio padre mi rimbrottava: «Ma tu sei un maschietto!». Così, crebbi con una frustrazione che non vi dico e mi chiedo: chissà come sarebbe stata la mia vita se mio padre mi avesse accontentato.

Perciò, condannato
fin dall’infanzia a essere maschio ed etero, sono finito, per forza di cose, papista. Che è quanto di peggio uno svedese possa immaginare. Infatti, pare che la lista d’attesa per far ammettere i pargoli a Egalia sia molta lunga. A occhio, direi che i richiedenti sono tutti autoctoni, perché non ce li vedo, gli immigrati musulmani, a far la fila al traghetto per Sodermalm coi loro infanti. Tornando ad Egalia, la bambole con cui i piccoli vi giocano sono «di colore». Suppongo siano vietati Barbie e Ken, famigerati eterosessuali (mi chiedo come risolveranno il problema dell’unisex i creativi della Mattel, che pur hanno escogitato la bambola col burka). Leggo, ancora, che gli alunni vengono apostrofati col pronome neutro «hen», che non è svedese ma pare sia in uso nei circoli femministi.

E qui ci sarebbe da aprire
una dotta e problematica parentesi sul «femminismo» il cui nome stesso confligge con l’esperimento portato avanti in Egalia. Ma non la apriamo, perché ci fumerebbe il cervello (come sempre accade quando cerchi di “ragionare” con gli ospiti dell’asylum; ospiti, per di più, paganti: i più difficili). Certo, però, che il destino è cinico, baro e beffardo: la prima volta che la Chiesa dovette confrontarsi con gli svedesi si trovò di fronte alti e robusti guerrieri con le corna in testa, belve assetate di sangue e di saccheggio che andavano alla guerra ebbri di sidro e di idromele, seguaci di Wotan e Thor, tavolta vestiti da orsi o da lupi, talaltra seminudi, gli occhi iniettati di sangue e la bava alla bocca. Talmente machos e spietati che tutti li volevano come guardie del corpo, dall’imperatore bizantino fino ai califfi islamici.

La Chiesa riuscì ad addomesticarli e far loro accettare la religione dell’amore al prossimo. Si badi che i truci massacratori del Nord conoscevano bene l’islam, religione guerriera come la loro. Ma la Chiesa riuscì a farli entrare nel suo, di ovile. E là rimasero. Ora la Chiesa vede la loro terra trasformata nella punta avanzata della rivoluzione nel costume. Nel secolo scorso era il bengodi degli sciupafemmine italici, che ci andavano in viaggio-premio. Adesso l’attrazione turistica nazionale è un po’ più “avanzata”. Riuscirà la Chiesa a convertire questi bisognosi di rievangelizzazione? Certo. Il diavolo (titolo di un film con Alberto Sordi e avente come oggetto proprio la Svezia) sa fare solo coperchi.