• AL DI LÀ DEI MITI

Ecco perché l’Amazzonia è un territorio di morte

Nel documento finale del Sinodo si accenna ai drammi e crimini orribili diffusi in Amazzonia, ma dando spiegazioni generiche e imprecise per una realtà che interessa ben 9 Paesi. La terra si sta sì “dissanguando”, ma la colpa non è proprio delle multinazionali, come sostiene la vulgata socialista, bensì dell’azione impunita di gruppi criminali locali (Farc comprese). Che controllano non solo le miniere illegali ma tutta una serie di traffici, spesso sfocianti in bagni di sangue.

Il Sinodo sull’Amazzonia è finito, ma la situazione è tutt’altro che positiva. Paradossalmente, dopo un mese nell’occhio del ciclone, la foresta amazzonica appare ancora oggi come un territorio abbastanza sconosciuto, solcato da tanti miti e leggende urbane che da questa parte dell’oceano rendono difficile la sua comprensione. E, giustamente, il documento finale approvato dai Padri sinodali ha fatto appello per la difesa di questo “cuore biologico” (paragrafo 2), considerando che contiene una delle biosfere geologicamente più ricche al mondo; tuttavia, è altrettanto importante capire che si tratta anche di un “luogo di dolore e violenza” (paragrafo 10).

Nonostante l’immagine romantica del territorio che il Sinodo ha voluto vendere, il documento finale non ha potuto nascondere il dramma umano lì presente: “malattie derivate dall’inquinamento, traffico di droga, gruppi armati illegali, alcolismo, violenza contro le donne, sfruttamento sessuale, tratta di esseri umani, vendita di organi, turismo sessuale, e assassinii” (paragrafo 10).

Quali sono le cause di questo inferno? “Dietro ci sono gli interessi economici e politici dei settori dominanti, con la complicità di alcuni governanti e alcune autorità indigene”, si legge nel documento finale (paragrafo 10). Una risposta alquanto generica e imprecisa, per una realtà così complessa e grande che comprende nove Paesi sudamericani (6.7 milioni di km²), per cui è bene presentare un elenco dei problemi più gravi che affrontano gli abitanti dell’Amazzonia e le loro cause. Una chiave di lettura obbligata per capire perché l’Amazzonia è un territorio che genera morte.

La quotidianità in Amazzonia è, in gran parte, una cronaca di orrore. L’11 giugno è stato ucciso il sindacalista Carlos Cabral Pereira a Rio María, nel sud dello Stato di Pará (Brasile), dopo che aveva denunciato pubblicamente le minacce contro di lui. È il terzo presidente dell'Unione dei lavoratori rurali di Rio María assassinato. Lo scorso luglio, è stato trovato morto il “cacique” Emyra Waiapi, dopo che i minatori illegali armati avevano invaso un villaggio indigeno nello Stato di Amapá (nord del Brasile). La terra dell’etnia Waiapi, che si trova a circa 200 km dalla Guyana Francese, è ricca di oro, manganese, ferro e rame.

Il Brasile comprende il 70% dell’Amazzonia e non a caso occupa il primo posto nella lista dei Paesi con il più alto numero di omicidi causati da conflitti rurali nel mondo, con una cifra di 1.678 cittadini uccisi tra il 1985 e il 2003 e 57 solo nell’anno 2017. Il rapporto della Commissione pastorale della Terra di Brasile (CPT) mette in evidenza la lotta per la terra amazzonica: il 49% dei 1.489 conflitti registrati nel 2018 nelle campagne del Brasile si è verificato nella regione amazzonica e, delle 960.630 persone coinvolte, il 62% (599.084) sono abitanti dell’Amazzonia.

In questa lotta, i “garimpeiros” emergono come saccheggiatori della foresta alla ricerca dell’oro. L’attività mineraria illegale ha distrutto migliaia di ettari dal Perù, passando attraverso l’Ecuador, la Colombia, il Brasile e arrivando fino al Venezuela. In alcuni territori cercano l’oro manualmente, in altri usano persino macchine industriali, lasciando veri crateri in mezzo al bosco.

Oltre alla devastazione ambientale, c’è anche l’inquinamento per il mercurio e l’arsenico, usati come amalgama per separare l’oro dagli elementi di scarto, che contaminano l’acqua e i frutti della natura, causando gravi danni neurologici e malformazioni ai bambini. Lo ha confermato uno studio realizzato nel 2016 dalla Fondazione Oswaldo Cruz (Fiocruz) e dall'Istituto Socio-Ambientale (ISA): in alcuni villaggi della etnia “Yanomami” il tasso di contaminazione da mercurio raggiunge il 92%.

In Brasile, ci sono almeno 453 miniere illegali, secondo la mappa presentata dalla Rete Amazzonica di Informazione Socio Ambientale Georeferenciada (RAISG). Ma in Venezuela, dove si trova l'85% dell’attività mineraria illegale, la RAISG ha conteggiato almeno 1.781 miniere all’inizio di quest’anno. Da evidenziare che ogni miniera può comportare la devastazione da due fino a dieci ettari e, al tempo stesso, porta con sé violenza, narcotraffico, prostituzione, malattie e tanto degrado sociale.

Tutto ciò sotto la protezione della guerriglia colombiana. Il governatore dello stato “Amazonas”, Liborio Guarulla, membro dell’etnia “Baniva”, lo ha confermato all’agenzia Reuters, sottolineando che le Farc si nascondono in territorio venezuelano, con il beneplacito delle forze armate venezuelane. “Quando gli indigeni si lamentano, vengono immediatamente repressi”, ha affermato Guarulla e ha spiegato che i 20.000 indigeni “Yanomami” che abitano nella foresta venezuelana sono diventati schiavi dei “garimpeiros”.

C’è una vasta rete di crimine organizzato che controlla non solo le miniere illegali, ma anche il taglio illegale del legno, venduto poi all’Europa. Così la foresta primaria viene tagliata e deturpata, aprendo la strada a ulteriori attività di allevamento e di agricoltura estensiva. L’aveva denunciato nel 2015 Greenpeace e lo scorso settembre lo ha confermato il rapporto della Human Rights Watch. “Queste reti criminali hanno la capacità logistica di coordinare tutte le fasi, dall’estrazione del legname su larga scala alla lavorazione e consegna ai mercati nazionali ed esteri”, si legge nel documento di 169 pagine. Secondo l’indagine, i gruppi criminali che operano nel territorio amazzonico sono riusciti a creare un esercito di miliziani che garantiscono impunità e lasciano una lunga scia di sangue che nell’ultima decade ha prodotto almeno 300 morti. Sono i dati ufficiali dei registri della Commissione pastorale della Terra e della Procura generale del Brasile. La realtà potrebbe essere ancora più macabra.

Quindi la colpa non è proprio delle multinazionali, come ha voluto evidenziare la vulgata sinodale: «La terra ha sangue e si sta dissanguando, le multinazionali hanno tagliato le vene alla nostra “Madre Terra”. Vogliamo che il nostro grido indigeno venga ascoltato da tutti», si legge nell’Istrumentum Laboris (paragrafo 17). Quindi è vero, la terra si sta “dissanguando”, ma per l’azione impunita di gruppi criminali locali, che si avvalgono della corruzione, spesso governativa, per controllare il vasto territorio amazzonico.

Così l’Amazzonia naviga tra la vita e la morte, tra la sua esuberante bellezza naturale e i soliti discorsi socialisti contro le multinazionali. Infine, l’Amazzonia è un territorio stigmatizzato dalla disinformazione: “In Europa, pochi sanno che l'Amazzonia è altamente urbanizzata. Che la luce elettrica è arrivata prima a Manaus che a Rio de Janeiro. Che si fabbricano i microchip. Che i bambini sono collegati ai social network. Che l’elemento urbano, le strade, le magliette, le bottiglie di soda, sono presenti in quasi ogni angolo. Il mito dell'esotismo, di quell’angolo di tribù vergini e biodiversità, è solo quello, un mito”, ha affermato in un’intervista il giornalista Bernardo Gutiérrez, autore del libro “Calle Amazonas”.