• CRISI DELLA SINISTRA

Ed ora la sopravvivenza del governo dipende da Renzi

La settimana che inizia sarà decisiva per le sorti del governo. Nella girandola di ipotesi ventilate negli ultimi giorni si fa strada quella di un Conte ter, ovvero dimissioni del premier, poi un suo re-incarico per formare un governo nuovo. Oppure un nuovo premier. Ma tutto dipende dal piccolo partito di Renzi, sempre più corteggiato.

Matteo Renzi

La settimana che si apre oggi sarà decisiva per la risoluzione della crisi di governo. Nella girandola di ipotesi ventilate negli ultimi giorni si fa strada quella di un Conte ter, subordinata alle dimissioni entro domani del premier e a un reincarico a Giuseppi per formare un governo con la stessa maggioranza che lo ha sostenuto per quasi un anno e mezzo.

Ma nel teatrino della politica la cosa più esilarante è il corteggiamento che sta subendo nelle ultime ore Matteo Renzi, trattato come un appestato e un guastafeste all’indomani del ritiro della delegazione di Italia Viva dal governo e ora considerato l’unico in grado di salvare il Paese dal baratro. Il Ministro degli affari regionali, il dem Francesco Boccia, ha riaperto le porte a Renzi, "purchè non faccia ricatti". Alcuni grillini si sono spesi in interviste con appelli accorati al leader di Italia Viva per provare a farlo ragionare, visto e considerato che il segretario del Pd, Nicola Zingaretti non può perdere la faccia nell’implorargli di appoggiare Conte e il leader dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio deve tenere a bada i suoi, sempre più inquieti di fronte all’ipotesi di un premier diverso da Conte. Il Ministro degli esteri, che è riuscito a sbagliare un congiuntivo anche ieri su Rai 3 alla trasmissione di Lucia Annunziata, ha detto che nelle prossime 48 ore si decide il destino del premier e che il voto su Bonafede è un voto sull’intero governo. Sono dunque le seconde linee delle due principali forze di governo a tentare di far tornare sui suoi passi l’ex premier, che nella votazione prevista in settimana (mercoledì o giovedì) sulla relazione del Ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, certamente voterà contro, rischiando di mettere in minoranza l’esecutivo.

Peraltro sia Pierferdinando Casini che Sandra Lonardo (moglie di Clemente Mastella), che pure hanno votato la fiducia al governo la settimana scorsa, hanno anticipato il loro voto contrario al guardasigilli. Dunque il senatore di Rignano, che molti consideravano ai margini dei giochi di palazzo, ritorna al centro. Ormai si è capito che senza di lui non si può fare nessun governo stabile e quindi lui si lascia corteggiare per alzare il prezzo. D’altronde uno che la sa lunga, il centrista Bruno Tabacci, che pure ha provato a radunare “responsabili” per sottrarre Conte ai ricatti di Renzi, si è dovuto arrendere e ora è il primo a spronare il premier a rassegnare le dimissioni per facilitare una rapida uscita dalla crisi.

Dal Quirinale trapela una certa insofferenza verso le manovre dei partiti di governo che, continuando di questo passo, rischiano di perdere i soldi del Recovery e quindi l’opportunità di agganciare il treno della ripresa post-Covid.

Rimangono dunque tre strade. Dando per scontato che Conte non ha i numeri per andare avanti con l’attuale esecutivo, occorre capire se si dimetterà tra oggi e domani con la promessa di venire re-incaricato di formare un esecutivo oppure se sceglierà il rischio del Vietnam in aula su Bonafede per poi lasciare la scena a un altro candidato premier.

Se Conte dovesse dimettersi e ricevere nuovamente l’incarico, gli risulterebbe decisamente più difficile rimettere tutte le caselle a posto e accontentare gli appetiti di M5s, Pd e Italia Viva, ma anche dei nuovi responsabili, che entrerebbero in maggioranza solo in cambio di poltrone di peso, non certamente quelle lasciate vacanti dagli esponenti renziani.

Oltre alla prima ipotesi, quella di un reincarico a Conte, si fanno strada anche altre eventualità. Una è quella di riproporre la stessa maggioranza attuale ma con un altro candidato premier. Si fa il nome di Dario Franceschini, con Luigi Di Maio vicepremier. In questo caso Matteo Renzi sarebbe della partita, perché potrebbe coltivare il suo disegno di costruzione di un’area di centro nel perimetro governativo, visto che i Pd si appiattirebbero sui pentastellati e quindi sulla sinistra nel tentativo di assorbirli. In questa seconda ipotesi, Conte uscirebbe completamente di scena. Fare un suo partito con la prospettiva di elezioni a scadenza naturale (marzo 2023) non avrebbe senso.

Infine, terza ipotesi, Mattarella prende finalmente in mano la gestione della crisi e propone una personalità neutrale e in grado di costruire una maggioranza coesa ed estesa, in grado di durare fino alla fine della legislatura. Potrebbero farne parte anche Forza Italia e perfino il Carroccio, visto che l’esponente leghista Giancarlo Giorgetti si sta molto adoperando per favorire l’ingresso del suo partito nel cortile “europeista”. Un governo del Presidente avrebbe il pregio di placare le polemiche politiche e di consolidare la posizione dell’Italia all’estero, rendendola più credibile e affidabile sui tavoli che contano. Ma chi potrebbe presiedere un governo del genere, visto che Mario Draghi appare indisponibile? E’ questo il vero rebus delle ultime ore.

Quanto alla prospettiva delle elezioni anticipate, nessuno ci crede più di tanto. E’ verosimile che i parlamentari cercheranno di allontanare il più possibile questa possibilità, sia per salvare la poltrona sia per contribuire, nel febbraio dell’anno prossimo, all’elezione del presidente della Repubblica.