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Egitto, e ora la contro-rivoluzione

Il 27 gennaio la coalizione dell’opposizione egiziana guidata da al-Baradei ha annunciato di rifiutare l’invito, lanciato dal presidente Morsi, al dialogo nazionale a seguito dei disordini di piazza e delle proteste nei confronti del governo guidato dai Fratelli musulmani.

Egitto

Il 27 gennaio la coalizione dell’opposizione egiziana guidata da al-Baradei ha annunciato di rifiutare l’invito, lanciato dal presidente Morsi, al dialogo nazionale a seguito dei disordini di piazza e delle proteste nei confronti del governo guidato dai Fratelli musulmani, con queste parole: “Il dialogo al quale il presidente ci ha invitato ha a che fare con la forma non con la sostanza. Sosteniamo il dialogo solo nel momento in cui esiste un’agenda chiara che può condurre la nazione alla sicurezza”.

Parole chiare e decise, indice di qualcosa che sta cambiando. In primo luogo dimostrano che l’opposizione inizia a contrattaccare, inizia a organizzarsi e a non tacere. Dimostrano anche che i Fratelli musulmani non sono più così forti come due anni fa. Dimostrano che qualcuno, in questo caso l’opposizione, inizia ad aprire gli occhi.
Se analizziamo i dati elettorali dal 2011 a oggi non si può che costatare non solo una flessione del loro elettorato, ma anche un calo di afflusso alle urne degli egiziani. Ebbene in occasione del primo referendum costituzionale del marzo 2011, indetto per votare alcuni emendamenti alla costituzione preesistente, ha votato il 41% degli egiziani, con una vittoria schiacciante del sì corrispondente al 77% dei votanti ovvero a 14.192.577 di egiziani. Il sì in questo caso era appoggiato sia dai Fratelli musulmani e dai movimenti islamisti, sia dall’esercito e del Partito Nazional Democratico, cui afferiva Mubarak.

Alle legislative svoltesi tra il novembre e il gennaio 2012 il Partito della Libertà e della Giustizia, legato ai Fratelli musulmani, ha ottenuto il 37,5% ovvero 10.138.134 voti ai quali si sono aggiunti i 7.534.266 (27,8%) del partito salafita al-Nur, la cui somma ha garantito all’estremismo islamico la maggioranza in parlamento. Le elezioni parlamentari del maggio-giugno 2011 hanno assistito alla vittoria, oserei dire risicati, di Mohamed Morsi con 13.230.131 voti contro i 12.347.380 di Ahmed Shafiq.
La vittoria di Morsi, non va dimenticato, si è realizzata anche con il sostegno di elementi liberali che lo hanno votato pur di non schierarsi con un rappresentante del vecchio regime.

L’esperienza elettorale egiziana più recente è stata il referendum che ha visto gli egiziani esprimersi a favore o contro la nuova costituzione di stampo fortemente islamico. Il primo dato che è emerso è stato uno scarso afflusso alle urne poiché solo il 32,9% ha partecipato. Se è vero che si è ottenuta anche in questo caso una vittoria del sì, con il 63%, questo è avvenuto solo con l’assenso di soli 10.693.9111 egiziani su un totale di 83.688.164.
Se si dà per scontato che i salafiti hanno votato a favore della costituzione “islamica” è evidente che i Fratelli musulmani hanno perso consenso e lo sanno.

Non è un caso che a fine 2012 durante il sermone del venerdì presso l’università di al-Azhar Yusuf Qaradawi, il mentore spirituale dei Fratelli musulmani, abbia chiamato all’unità nazionale appellandosi anche ai laici e ai liberali che “non sono infedeli. Credono tutti in Dio. Dobbiamo cooperare.” Lui che ha da sempre etichettato i laici, i liberali come persone, e i regimi laici come infedeli tanto da scrivere un volume intitolato “L’estremismo laico” ora chiede aiuto ai suoi nemici di sempre. Lui che ha scritto che “la laicità non potrà godere di piena approvazione in una società islamica”, che “l’accettazione della laicità significa abbandonare la sharia” (Qaradawi, al-Hulul al-mustawrada wa-kayfa gaat ‘ala ummatina, pag. 113) ora diventa possibilista.

Non solo, ma nel sermone del venerdì del 25 gennaio scorso sempre presso al-Azhar ha anche ribadito che “la rivoluzione è un dono di Dio” e che “questa rivoluzione non è una rivoluzione musulmana, cristiana o del movimento del 6 aprile, è una rivoluzione di tutti gli egiziani”.
Sono parole che indicano la difficoltà dei Fratelli musulmani a governare un paese che hanno in mano solo in parte e che piano piano si sta risvegliando. Ora tocca all’Occidente a risvegliarsi e a capire che l’Egitto è fatto dagli egiziani ovvero da quasi novanta milioni di persone che non hanno certo migliorato la loro condizione con l’abbattimento del regime di Mubarak, che sono passati da un regime laico a un regime islamico che non perde occasione per rafforzare il proprio potere e per mantenere la popolazione nella povertà e nell’ignoranza che garantiscono ai Fratelli musulmani di potere esercitare la loro funzione sociale e umanitaria, rafforzando il potere politico.

Ma quanto sta accadendo oggi per le vie del Cairo dimostra che l’opposizione si sta organizzando e che gli egiziani non staranno certamente a guardare e che se non riusciranno a scalzare il movimento fondato da Hasan al-Banna, senza dubbio non gli renderanno facile la vita.