• STRATEGIA ABORTISTA

El Salvador: storia di una gravidanza strumentalizzata

La storia di una ventiduenne salvadoregna, affetta da lupus sistemico e incinta di un figlio anencefalico, evidenzia lo schema propagandistico degli abortisti: strumentalizzare un caso particolare, stravolgere la verità dei fatti, introdurre l'aborto come diritto.

la mano di un bimbo

A pochi mesi dalla vicenda di Savita Halappanavar (la Nuova Bussola Quotidiana ne ha parlato a fine aprile), la cui morte è stata sfruttata dagli abortisti irlandesi e di tutto il mondo per iniziare a discutere di modifiche in senso permissivo alla legge che regola l’interruzione volontaria di gravidanza in Irlanda, El Salvador ha rischiato di diventare lo scenario di un caso analogo.
Lo schema propagandistico degli abortisti è sempre il medesimo: strumentalizzare un caso particolare, stravolgere la verità dei fatti, introdurre l’aborto come diritto, presentarsi come coloro che hanno a cuore la salute femminile.

La storia di Beatriz, questo lo pseudonimo della ventiduenne protagonista, è in tal senso perfetta: affetta da lupus sistemico e incinta di un figlio anencefalico, la donna, oggi alla ventiseiesima settimana di gravidanza, chiede di poter procedere ad un aborto terapeutico, che le viene rifiutato. Un’occasione troppo ghiotta da lasciarsi sfuggire. Amnesty International – il cui impegno pro aborto è ormai tristemente noto – ha seguito da vicino l’evolversi della gravidanza di Beatriz. A metà aprile, in un comunicato, invocava a gran voce «trattamenti salvavita», cioè l’aborto per la donna. L’attesa a cui era costretta sarebbe stata «crudele e disumana»: l’organizzazione internazionale metteva sul banco degli imputati il codice penale di El Salvador e il Governo del piccolo Stato centroamericano, rei di non consentire l’aborto. Non era più possibile esitare, visto che «il dottore dice che Beatriz potrebbe morire». Una diagnosi un po’ generica e poco documentata, quella di Amnesty International, ma sufficiente a creare la trama desiderata: una donna in pericolo di vita, una gravidanza difficile, una legislazione poco permissiva in tema di aborto, i buoni da una parte (gli abortisti), i cattivi dall’altra (i prolife).

A braccetto di Amnesty International viaggia la Ippf (International Planned Parenthood Federation), che fa della pianificazione familiare attraverso contraccezione ed aborto la propria ragion d’essere. La Ippf ha infatti aderito ad una petizione, rivolta al Presidente e alla Corte suprema di El Salvador, che chiede l’aborto immediato per Beatriz. Nelle richieste della Ippf, così come nella petizione, si fa ancora riferimento insistentemente a «trattamenti salvavita», a sottolineare implicitamente che chi si oppone all’aborto non ha a cuore la salute delle donne.
Secondo quanto riportato sul sito della Ippf, molti attivisti avrebbero chiesto l’intervento delle autorità in modo che non si verificasse il fatto di una donna morta o arrestata «a causa della mancanza del riconoscimento dei più basilari diritti umani». Anche l’Onu non ha voluto mancare all’appello. Un team di esperti si è espresso il 26 aprile nei seguenti termini: «Questo caso esemplifica il bisogno urgente di intraprendere un dialogo internazionale sulla legislazione in materia di aborto, per considerare l’introduzione di eccezioni alle proibizioni generali, specialmente in casi di aborto terapeutico e gravidanze frutto di stupro o incesto». Tra coloro che hanno redatto il documento delle Nazioni Unite figura anche Juan E. Méndez, già noto per aver stilato un rapporto ufficiale dell’Onu in cui si affermava che opporsi all’aborto significa torturare le donne (la Nuova Bussola Quotidiana ne aveva parlato nel marzo scorso).  

A rovinare i piani degli abortisti è arrivata però la decisione della Corte suprema di giustizia, che il 29 maggio ha definitivamente detto no all’uccisione del figlio che Beatriz porta in grembo. La Corte si è basata sulle conclusioni dell’Istituto di medicina legale (ILM), che in un report ha evidenziato come la donna fosse clinicamente stabile e non soggetta ad imminente rischio di morire. La salute di Beatriz, sempre secondo quanto ha stabilito la Corte suprema, non sarebbe minacciata dalla prosecuzione della gravidanza e la garanzia circa la sua sopravvivenza verrebbe garantita dal costante monitoraggio medico a cui è sottoposta. Amnesty International ha definito «vergognosa e discriminatoria» la decisione della Corte, che violerebbe i «diritti umani» di Beatriz.
Già due mesi fa la giovane salvadoregna, secondo la propaganda abortista, sarebbe stata sul punto di morire (fatto smentito dalla conclusioni dell’ILM). Ma né il mancato verificarsi delle profezie più nefaste, né quanto stabilito dalla Corte suprema sulla base delle evidenze mediche pare in grado di arrestare il rullo compressore messo in moto per introdurre l’aborto legale laddove è proibito.

Il Ministro della salute Maria Isabel Rodriguez ha aperto alla possibilità di eseguire un taglio cesareo qualora le condizioni della donna dovessero peggiorare, specificando che Beatriz è nelle mani dei migliori medici di El Salvador. Da quanto si apprende sui media, la ragazza aveva avuto problemi anche durante un’altra gravidanza, conclusasi anch’essa con un cesareo alla trentaduesima settimana. Un esito che potrebbe ripetersi anche stavolta.
Sul caso è infine intervenuta la Corte interamericana dei diritti umani, che ha riportato le conclusioni dell’Istituto di medicina legale già utilizzate dalla Corte suprema salvadoregna («non esiste un rischio imminente di morte», «non c’è al momento giustificazione medica per interrompere la gravidanza»). La Corte interamericana ha chiesto che entro il 7 giugno si adottino tutte le misure necessarie per tutelare la salute della giovane ragazza. Nel testo della risoluzione, inoltre, quando si parla del diritto alla vita di Beatriz, si fa riferimento anche agli articoli 4 e 5 della Convenzione americana per i diritti umani, dove si parla di tutela della vita umana «fin dal momento del concepimento».
Qualsiasi sia la conclusione della vicenda di Beatriz, appare chiaro una volta di più come la causa abortista si basi esclusivamente sull’unico strumento che può far sembrare ragionevole l’eliminazione volontaria di un essere umano innocente: la menzogna.