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Ferrari vs. Ford: il logos contro la catena di montaggio

Il film Ford vs. Ferrari, mal tradotto in italiano con (Le Mans 66 - La grande sfida) è un film più importante di quel che sembri. Non è solo una rappresentazione storica della competizione che fu, ma il confronto fra due mondi: fra il logos italiano (la passione dell'artigianato) e il fordismo, modello di efficienza, catena di montaggio e profitto.

La Ford Gt-40 e la Ferrari

Quest’anno è uscito un film che considero particolarmente importante. Il titolo italiano è Le Mans 66 – La grande sfida, molto meno significativo di quello originale: Ford vs Ferrari. In questo secondo titolo c’è, la sfida; ed è una sfida tra due mondi.

Da una parte c’è il mondo Ford: il mondo dell’efficienza, della catena di montaggio, del profitto, del mercato. Dall’altra il mondo Ferrari: il mondo della passione, dell’artigianato, del Logos. Il nuovo mondo contro il vecchio. Un mondo nel quale «il cliente ha sempre ragione» contro un mondo in cui c’è «qualcosa che il denaro non può comprare».

Siamo negli anni Sessanta del secolo scorso. Il mondo WASP (white anglo-saxon protestant) sta vivendo un incubo: gli Stati Uniti rischiano di diventare un paese cattolico. Un cattolico, J. F. Kennedy è diventato Presidente degli Stati Uniti; il Concilio Vaticano II promette di dare uno slancio mai visto alla Chiesa cattolica; la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti ha varato il programma Catholic Campaign for Human Development (CCHD), che consiste nella raccolta di fondi nelle parrocchie per finanziare progetti per lo «sviluppo umano». In realtà JFK vivrà una presidenza molto breve; il CVII non manterrà le sue promesse; la CCHD darà origine al «new catholicism», un altro nome per il dissenso ecclesiastico che toccherà il suo vertice con l’appello intitolato Contro l’enciclica di Papa Paolo, pubblicato sul New York Times sei giorni dopo l’uscita dell’Humanae vitae. Ma tutto questo lo si capirà più tardi: per il momento la preoccupazione, negli ambienti che contano, nei confronti del cattolicesimo, è massimo.

In questo contesto, l’industria automobilistica Ford attraversa un momento di crisi; Henry Ford II (Tracy Letts, nel film) chiede ai suoi uomini un’idea per superare le difficoltà. L’idea la porta il manager italo-americano Lee Iacocca (John Bernthal): «La Ferrari ha vinto quattro delle ultime cinque gare a Le Mans. Dobbiamo pensare come la Ferrari». Il mondo cattolico è vincente: abbandoniamo il capitalismo e convertiamoci. «La Ferrari passerà alla storia come la più grande fabbrica di automobili di tutti i tempi. È perché ha costruito moltissime macchine? No. È per quello che le sue macchine rappresentano. La vittoria. La Ferrari vince a Le Mans e la gente vuole essere parte di questa vittoria. E se la Ford, con il suo marchio, rappresentasse vittoria? E la rappresentasse con il primo gruppo di diciassettenni della storia con le tasche piene di soldi? La Ferrari è in bancarotta. Enzo ha speso fino all’ultima lira a caccia della perfezione. E sa una cosa? C’è riuscito. Ma ora è al verde». Ecco l’idea: compriamo la Ferrari. Tutto è in vendita, giusto? Così Iacocca parte per l’Italia, per Maranello.

La Ferrari (l’Italia, il cattolicesimo, il paese del Logos) è agli antipodi della Ford, della catena di montaggio, dell’efficienza: «Il motore viene assemblato interamente da un unico uomo. Un altro operaio assembla la trasmissione. Tutto fatto a mano». Spreco, inefficienza. Cura, passione, orgoglio. Perfezione. Ma Ford e Ferrari sono come l’olio e l’acqua, incompatibili. Così Ferrari (Remo Girone) non firma: piuttosto che vendere alla Ford, vende alla Fiat. «La mia dignità di costruttore, di uomo, di italiano, è profondamente offesa dalla vostra proposta». Ford è offeso dalla risposta di Ferrari, e prende una decisione: «Io voglio i migliori ingegneri, i migliori piloti. Non mi interessa quanto costano. Costruiremo una macchina da corsa». Soldi contro dignità. Ford vs Ferrari. La sfida è lanciata.

Ford mette insieme la squadra, che comprende l’ex pilota Carrol Shelby (Matt Damon) e il meccanico-pilota Ken Miles (Christian Bales). Comincia la marcia di avvicinamento a Le Mans. A questo punto parte lo show holliwoodiano: amicizia (una bellissima scena di lotta), tradimento, riconciliazione, paternità, relazioni di coppia… E la competizione fratricida tra la squadra corse della Ford e la squadra di Shelby e Miles. Del resto, secondo il verbo liberista, non è la competizione che spinge a dare il meglio di sé?

Finalmente la squadra arriva in Francia: suore, chiese e ubriaconi. Il circuito. Parte la gara, adrenalinica, tensione alle stelle. Come va? Miles domina la gara, la Ferrari esce per incidenti e problemi meccanici. Vince il migliore, pare. Invece no. Il denaro, il marketing, non si accontentano di vincere: vogliono stravincere. Miles deve rallentare e tagliare il traguardo insieme alle due Ford. Ciò che resta dei valori (la sportività, il rispetto, la giustizia) deve essere immolato sull’altare del profitto. Miles capisce che è il vincitore morale della gara, e acconsente; tuttavia, pur tagliando il traguardo insieme alle due Ford, per un cavillo del regolamento si classifica terzo. Era un tranello: Shelby e Miles sono ingannati, umiliati, derubati. A loro resta soltanto l’omaggio di Enzo Ferrari, presente alla gara. Anche lui sconfitto dal denaro.

Così, un film sull’automobilismo, su una gara di cinquant’anni fa, diventa un ritratto del mondo attuale.