• Il caso in Parlamento

Firenze: lotta a fiabe e giocattoli, il credo queer a scuola

Le chiavi della città” è un progetto educativo per le scuole fiorentine promosso dall’Assessorato all’educazione e al welfare del Comune di Firenze, dall’Ufficio Regionale Scolastico Toscana, dall’Ufficio Provinciale Scolastico Firenze e dalla Fondazione CR Firenze. All’interno di questo progetto troviamo l’iniziativa «Un laboratorio sugli stereotipi di genere, intercultura e bullismo omofobico» promosso da  Ireos Onlus - Centro Servizi Autogestito Comunità Queer in collaborazione con la Direzione Istruzione - Servizio Attività Educative e Formative - Ufficio Progetti Educativi.

Vediamo quali sono gli obiettivi di questa iniziativa per le scuole primarie: «Individuare gli stereotipi di genere presenti in fiabe, racconti, personaggi dei cartoni animati, giocattoli, mass media e nella realtà della vita quotidiana, in base quindi a come e quanto sono diffusi nel contesto culturale di appartenenza». Dunque saranno bollati come personaggi stereotipati la principessa rinchiusa nel castello che attende di essere liberata e il prode cavaliere che corre in suo soccorso. La versione politicamente corretta avrebbe ovviamente visto la principessa salvare il cavaliere. E infatti si chiederà ai bambini delle elementari di inventare una favola che «sovverta gli stereotipi di genere». Insomma sarà una caccia alle streghe e pure alle principesse, una vera e propria epurazione dall’immaginario collettivo di personaggi cari a tutti come Cappuccetto rosso e Cenerentola.

Inoltre, come attività suggerita, «i bambini svolgeranno un gioco sugli stereotipi in cui sceglieranno alcuni personaggi con cui formare un nuovo pianeta». Il mondo nuovo, utopico, ossia quello abitato da persone con tutti gli orientamenti sessuali e tutte le “identità di genere” che la fantasia umana potrà mai partorire.

Altro obiettivo: «Comunicare ai bambini come le qualità positive o negative delle persone reali e dei personaggi della finzione dovrebbero essere tipiche di una personalità e non di un genere». Ciò a dire che non esistono alcune qualità e caratteristiche proprie delle donne e degli uomini, non esiste una psicologia prettamente maschile e una femminile.

Ulteriore finalità del progetto: «Favorire la libera espressione di ruoli di genere flessibili nel rispetto delle diversità individuali ed educare i bambini a un atteggiamento aperto verso i generi e i ruoli di genere». Tradotto: caro bambino, puoi essere maschio ma sentirti donna e viceversa, puoi transitare da un “genere” ad un altro come quando si fa il cambio stagionale dell’armadio, puoi sentirti né maschio né femmina. Passiamo ad un altro obiettivo: «Prevenire ogni manifestazione di bullismo, favorendo un atteggiamento critico verso ogni forma di discriminazione e favorendo un atteggiamento di accoglienza nei confronti delle differenze individuali». Guai quindi se un bambino di 6 anni ammette che gli sembra un po’ strano che il suo compagno di scuola abbia due papà.

Infine, «favorire l’integrazione delle diversità culturali e di genere e promuovere una formazione dell’identità più libera e autentica». In realtà questo progetto distrugge l’identità del bambino, perché la sua identità - che si esprime in giochi, vestiti, scelte, atteggiamenti, etc. - è per gli organizzatori di questa iniziativa un’identità stereotipata da annichilire.

Per gli studenti delle medie gli obiettivi, tra i molti, sono i seguenti: «Promuovere il superamento degli stereotipi di genere, fornendo strumenti critici di analisi che permettono di superare i modelli normativi di maschilità e femminilità». Maschio e femmina sono quindi realtà da combattere, da annientare. Altro scopo del progetto è quello di «promuovere un atteggiamento flessibile e aperto verso i generi e i ruoli di genere»: come già detto, tu bambino puoi scegliere a quale sesso appartenere oppure te ne puoi inventare uno. E infatti successivamente si consiglia di «incoraggiare la formazione e la libera espressione di sé e della propria identità sessuale».

Infine citiamo quest’ultimo obiettivo: «Analizzare le diverse manifestazioni dell’omofobia e del bullismo omofobico, educando ad un uso corretto e non discriminatorio del linguaggio». Ossia: indottrinare sin da piccoli gli studenti anche sull’uso del linguaggio.

In definitiva lo scopo di questa iniziativa, come di altre simili, è quella di rendere inutile in futuro una legge sull’“omofobia” come il Ddl Zan. Infatti i piccoli Balilla con casacca arcobaleno si saranno abbeverati per anni alla fonte della teoria del gender e, ormai adulti, non servirà più una legge per catechizzarli al credo omo e trans. In altri termini la riprovazione verso condotte cosiddette omofobe sarà così estesa e capillare che tutti chineranno il capo entusiasti ai dettami dell’ideologia Lgbt senza nemmeno più bisogno del pungolo della legge. Chi proverà ad uscire dal seminato sarà subito ammonito e ripreso dall’intera collettività, senza bisogno di giudici e gendarmi. Semmai la legge Zan rimarrà vigente per uno sparuto gruppo di irriducibili cattolici. Preziosissime vittime da offrire sull’altare della gender theory.

A motivo di tutto ciò il deputato fiorentino di FdIGiovanni Donzelli, ha deciso di portare il caso in discussione in Parlamento.