• IL PIANO DI TRUMP

Gerusalemme “indivisibile”, un buon punto d'inizio

Il piano di pace proposto dal presidente americano Trump per il Medio Oriente andrebbe preso molto sul serio, superando posizioni preconcette. Un segnale interessante arriva da Egitto e Arabia Saudita, che non lo hanno subito rigettato. Ma la novità più interessante è il principio dell’indivisibilità di Gerusalemme, che riconosce una realtà di fatto. Anche se siamo ancora molto lontani dal necessario riconoscimento della “sovranità divina” su Gerusalemme, città sacra alle tre religioni monoteiste.

Gerusalemme

Un nuovo piano di pace nel tentativo di riattivare il negoziato più ostico degli ultimi decenni, sulla controversia tra israeliani e palestinesi, è stato presentato dagli Stati Uniti come frutto di uno studio meticoloso sviluppato in ben 80 pagine. Può mai essere preso sotto gamba, e tanto meno liquidato dal vento delle posizioni preconcette delle varie leadership palestinesi, sorrette da scontate proteste popolari? E delle strategie politiche egemoniche di Iran e Turchia? Eppure così sta accadendo. Quando invece consiglierebbe una lettura attenta, un esame senza preconcetti, dal quale far emergere  una valutazione dei singoli punti e, alla fine, una impressione generale, da confrontare in una auspicata trattativa.

Almeno, queste sono le speranze, coltivate da una comunità internazionale che non si arrende alle evidenze. Che, purtroppo però, si deteriorano sempre di più. La paralisi del negoziato di pace israelo-palestinese si trascina dal 2014 – sono ormai quasi sei anni – e il 23 gennaio scorso, pochi giorni prima della presentazione del piano del presidente americano Donald Trump, una cinquantina di capi di stato e di governo convenuti a Gerusalemme per commemorare  i 75 anni della liberazione del campo di sterminio nazista di Auschwitz hanno constatato come l’antisemitismo, a scapito di ogni prospettiva di pace,  persista, cresca, si approfondisca.  

E ancor di più in seno alla comunità palestinese, dove l’antisemitismo è ormai endemico: sia perché restano assenti – anzi sono disprezzati e rifiutati – degli antidoti, soprattutto nel sistema educativo; sia per la manipolazione della verità nella comunicazione quotidiana.  La letteratura che è stata diffusa per la ricorrenza di Auschwitz fa impressione, e anche l’Autorità Nazionale Palestinese è stata chiamata in causa per la diffusione di un video, prodotto dal suo gruppo politico più rappresentativo, Al Fatah, che accusa gli ebrei “di essere  loro a tirarsi addosso l’antisemitismo”, “del progetto di schiavizzare l’umanità”, “della creazione di ghetti per l’arroganza e il disgusto verso i non ebrei”.

Ce ne sarebbe abbastanza per scoraggiarsi. Ma d’altra parte si deve anche notare che non sono più sporadici gli episodi di comprensione, solidarietà e amicizia tra persone delle due comunità, specie in Galilea. Segno che sta anche crescendo la consapevolezza, e non soltanto fra i palestinesi, che la strada dell’odio, della contrapposizione a oltranza, della violenza verbale  e delle aggressioni, della degenerazione in scontri armati, dei lanci di razzi e di ogni sorta di ordigni da Gaza sul territorio israeliano non porti  a nulla.

Ciò premesso balzano evidenti alcune circostanze meritevoli di riflessione. La prima delle quali è l’attenzione che l’iniziativa di Trump ha suscitato al “vertice” di alcuni  paesi arabi, Egitto e Arabia Saudita, che giocano il ruolo di protagonisti sullo scenario medio-orientale. E sono interessati a tenersi stretti gli Stati Uniti – e  il loro alleato Israele – nell’atavica rivalità tra sunniti e sciiti.

Non facciamoci illusioni: tutti i musulmani considerano “intruso” lo stato di Israele. Né possono accettare, per convinzione religiosa, che un’entità nazionale non islamica esista sulla terra da essi considerata propria.  E’ risaputo che dopo aver bocciato a fine 1947 il piano ONU di spartizione  in due stati – israeliano e arabo – del territorio sotto Mandato britannico dal Mediterraneo al fiume Giordano,  e uno statuto internazionale per la città di Gerusalemme, i paesi arabi confinanti fecero guerra al proclamato stato ebraico. Sconfitti, ne mossero altre due di guerre, nel 1967 e nel 1973, perdendole ancora. Solo Egitto e Giordania hanno poi fatto pace con Israele; i palestinesi – in anni di negoziati – non hanno mai accettato che la nazione ebraica  abbia stabilito in Gerusalemme la propria capitale politica e amministrativa  e costruito centri residenziali per i suoi cittadini nelle regioni della Giudea e Samaria, dalle quali esigono una totale ritirata.  

Oggi i due paesi più importanti del fronte sunnita del Medio Oriente non bocciano subitamente il piano di pace regionale – è questo un evento politico rilevante –,  certo per compiacenza verso il proponente statunitense, ma anche perché interessati alla parte finanziaria – luccica un piatto di aiuti per 50 miliardi di dollari – e soprattutto perché tengono nella dovuta considerazione le “superiori ragioni strategiche” del momento.

L’esame del piano di Trump richiede certo buona disposizione, diremmo “buona volontà” e soprattutto tempo. Oggi la nostra attenzione si ferma sul problema di Gerusalemme per una novità avanzata, per una proposta attesa, realistica e ragionevole insieme: la città viene proclamata “indivisibile”. Riconosce cioè la effettiva impossibilità di separare e gestire in un tessuto urbano consolidato i servizi essenziali (acqua, gas, raccolta rifiuti, trasporti). E supera con un compromesso l’ostinazione palestinese di accogliere le strutture istituzionali delle capitali di due stati, mantenendo nella città quelle israeliane e proponendo che quelle dello stato palestinese siano in un suo quartiere orientale, oltre l’attuale barriera di separazione che verrebbe mantenuta.

Il piano americano riconosce a Israele la continuità nella protezione dei Luoghi santi di Gerusalemme, nella garanzia della libertà di culto per ebrei, cristiani e musulmani e nel rispetto dello status quo sul Monte del Tempio. L’indivisibilità di Gerusalemme è un principio importante da porre, e va sostenuto. Nello stesso tempo siamo però ancora lontani, molto distanti, dal necessario riconoscimento della “sovranità divina” su Gerusalemme, città sacra alle tre religioni monoteiste, aperta a tutte le genti perché in essa “là tutti siamo nati” .