• L'ANTIDOTO

GIOBERTI E LE MALELINGUE

Il prete guelfo accreditò i pettegolezzi sulla liason tra la marchesa Giulia Colbert e Silvio Pellico insinuando che dietro la presunta dote matrimoniale ci fosse l'interesse dei gesuiti.

Gioberti

L’opera della marchesa Giulia Colbert di Barolo a favore delle detenute piemontesi sostanzialmente fallì per colpa del governo liberale: gli istituti da lei creati (le prime carceri esclusivamente femminili e gestite da suore) avevano «disgraziatamente un carattere soverchiamente religioso e tale che era in perfetta disarmonia coi bisogni del tempo». Nel 1851 la marchesa, vedova, e il suo segretario, Silvio Pellico, andarono a Napoli per aprire una nuova casa delle suore «maddalene» fondate dalla Colbert. Due giornali, uno di Torino e uno di Genova, scrissero che i due si erano sposati. Ma era solo il meglio delle chiacchiere che circolavano. Pellico smentì e la stessa marchesa scrisse ai giornali che, malgrado i pettegolezzi, non si sarebbe privata «della compagnia di un utile e buon amico per soddisfare la sciocchezza dei cattivi o la cattiveria degli sciocchi».

Così scrisse il prete Vincenzo Gioberti
a Giorgio Pallavicino Trivulzio: «Il maritaggio della Marchesa di Barolo con madamigella Pellico dee far ridere e dolere a chi stima e ama l’autrice della Francesca da Rimini. Io sarei inclinato a crederlo irregolare, atteso l’identità dei sessi». Dopo la pesante insinuazione, il prete «guelfo», già autore del velenoso Il gesuita moderno, calò il suo solito asso: «A ogni modo il pasticcio dee essere opera dei Padri, affinché la pingue eredità barolina divenga dote di Silvio, e controdote della Compagnia». Il Pellico aveva infatti un fratello, Francesco, gesuita.

L’autore de Le mie prigioni morì due anni dopo, altrimenti, chissà, sarebbe stato costretto dalle malelingue a sposare davvero la sua datrice di lavoro. Maldicenze del genere colpirono anche il b. Bartolo Longo, che fu indotto a sposare la sua principale benefattrice, e il b. Faà di Bruno, che dovette farsi prete a oltre cinquant’anni perché aveva fondato una comunità di suore. Il bello è che, quando si sparse la diceria, la Barolo aveva sessantasette anni e Pellico sessantatré. Sulla tomba di quest’ultimo lei fece scrivere: «Sotto il peso della croce imparò la via del cielo e l’insegnò» (cfr. Simona Trombetta, «Una cooperazione per il bene: la marchesa di Barolo e Silvio Pellico», in I cattolici che hanno fatto l’Italia, Lindau, a cura di Lucetta Scaraffia).