• GOVERNO INEFFICIENTE

Gli altri Paesi stanno intervenendo e noi diamo "mancette"

Uno Stato così fortemente indebitato come l’Italia non può pensare di ripartire dopo un’emergenza epocale come questa soltanto distribuendo mancette e facendo beneficenza a chi non lavora.

Le notizie incoraggianti sul rallentamento del virus si affiancano a quelle, caotiche e tutt’altro che rassicuranti, sulle ricette messe in campo dal governo per fronteggiare l’emergenza sociale.

Mentre il presidente uscente della Banca centrale europea, Mario Draghi, aveva suggerito politiche espansive per sostenere il mercato del lavoro ed evitare di alimentare perversi circuiti assistenzialistici con milioni di persone che prendono il sussidio senza lavorare, il governo italiano ha deciso di puntare tutto sul soddisfacimento dei bisogni immediati dei cittadini in difficoltà, senza preoccuparsi del dopo. Ma questo “dopo”, stando ai calcoli attendibili degli economisti, potrebbe materializzarsi già fra due settimane, quando i 400 milioni stanziati dall’esecutivo e assegnati ai servizi sociali dei singoli comuni italiani termineranno e la situazione sarà ancora quella attuale, anzi sarà peggiorata per via della prolungata chiusura delle attività fino al 17 aprile (decisione ormai certa).

Ci sono milioni di imprenditori, commercianti, artigiani, lavoratori autonomi che non sanno come faranno a pagare l’affitto degli uffici, le bollette di luce e gas, le fatture dei fornitori. Mentre negli Usa, ma anche in Francia e in altri Stati europei, l’erogazione di liquidità è immediata e non esistono ostacoli di natura burocratica, in Italia, tra l’annuncio e l’effettivo esborso delle somme da parte dello Stato trascorrono giorni preziosi, che declinano un’attesa snervante per i potenziali beneficiari.

Ma non è solo questo il tema. Uno Stato così fortemente indebitato come l’Italia non può pensare di ripartire dopo un’emergenza epocale come questa soltanto distribuendo mancette e facendo beneficenza a chi non lavora. Il Movimento Cinque Stelle, sperando di recuperare consensi, propone un reddito di emergenza di 800 euro mensili per 6 milioni di cittadini, nonostante il documentato fallimento del reddito di cittadinanza, che si è rivelato un parcheggio retribuito ma infruttuoso per centinaia di migliaia di persone che il lavoro non l’hanno comunque trovato. E, ciliegina sulla torta, Beppe Grillo ha rotto il silenzio per arrivare addirittura a proporre il reddito universale per tutti. Per ragioni di sicurezza nazionale, infatti, si fa strada la possibilità che i sussidi governativi possano andare anche ai lavoratori in nero, dai parcheggiatori agli ambulanti abusivi, che altrimenti – si paventa da più parti - finirebbero per venire arruolati dalla malavita.

Sul fronte, invece, delle aziende decotte e improduttive, che in una logica di mercato avrebbero dovuto essere risanate o chiuse dieci o vent’anni fa, come Alitalia, ecco profilarsi, sempre sull’onda dell’emergenza, una massiccia opera di nazionalizzazione, a spese dei contribuenti.

Per completare il quadro, basterebbe leggere l’intervista rilasciata due giorni fa dal senatore dem Luigi Zanda, tesoriere del Pd, nella quale si prospetta l’eventualità che l’Italia dia in pegno i suoi immobili più prestigiosi, perfino Montecitorio e Palazzo Chigi

Se questi timori dovessero materializzarsi nei prossimi giorni, l’eventuale avvento di una figura prestigiosa e autorevole come quella di Mario Draghi servirebbe soltanto per raccogliere le macerie dello Stato italiano, che finirebbe sepolto dalle sue contraddizioni e dalle sue inadempienze.

L’Europa ha certamente dimostrato scarsa coesione e stucchevole indifferenza alle sorti dell’Italia, particolarmente colpita dal Covid-19, ma è altrettanto innegabile che le scelte compiute fin qui dal governo nazionale in ambito economico-sociale non contribuiscono di certo a trasmettere in Europa l’idea di un Paese che punta sul merito, sulle competenze, sulla voglia di rinascita degli italiani.

Non è un messaggio educativo e lungimirante quello di dare sussidi a pioggia solo sulla base di una disperazione che, peraltro, potrà essere silenziata temporaneamente ma, in mancanza di una seria politica di salvataggio delle imprese, finirà per esplodere in tutta la sua incontrollabile virulenza.

Assistenzialismo e nazionalizzazioni, condite da conflittualità politica e burocratizzazione esasperata, non rappresentano il miglior biglietto da visita per un Paese che chiede di essere aiutato dall’Europa e dichiara di volersi rilanciare.

Fare promesse al vento ed elargire prebende per illudere la gente sposta solo più in là i problemi ed è come nascondere la polvere sotto il tappeto. Ma la realtà post-pandemia ci presenterà il conto. E sarà salatissimo per tutti.