• INTERVISTA AL PRESIDENTE

I Lincei: «Covid, perché i verbali sono secretati?»

Prudenza sui vaccini, diversa modalità di analisi dei dati, ritorno alla didattica in presenza nelle scuole e una domanda sui verbali del Cts ancora inspiegabilmente secretati. Lo chiede Giorgio Parisi, presidente dell’Accademia dei Lincei, in questa intervista alla Bussola. «Senza trasparenza si alimenta il complottismo».

Prudenza sui vaccini, diversa modalità di analisi dei dati, ritorno alla didattica in presenza nelle scuole, attenzione ai “superdiffusori” e ai luoghi a rischio contagio. È quanto auspicato da Giorgio Parisi, fisico, docente di Meccanica Statistica all’Università “La Sapienza” di Roma e presidente dell’Accademia dei Lincei, istituto che, dall’inizio della pandemia, ha prodotto vari dossier sul Covid-19, di volta in volta aggiornati. Interpellato sull’argomento dalla Nuova Bussola Quotidiana, Parisi non risparmia critiche all’operato del governo e delle regioni, a partire dalla trasparenza sui verbali del Comitato Tecnico-Scientifico.

Professor Parisi, in un suo recente documento, l’Accademia dei Lincei si è pronunciata a favore del vaccino anti-Covid, manifestando tuttavia prudenza riguardo ad una “valutazione accelerata” delle sperimentazioni. Cosa vi rende perplessi?

Abbiamo avuto forti dubbi che non sia etico inoculare il virus alle persone vaccinate. Il vaccino si verifica somministrandolo a determinati soggetti e sperimentando se non si ammalano di Covid in maniera naturale. Una cosa del genere sarebbe stata quasi giustificabile se non esistesse alcun posto al mondo in cui la malattia è frequente e il tasso di infezione elevato. Abbiamo tante zone e tanti paesi in cui la pandemia è così diffusa che è chiaro che diventa molto facile, in questa situazione, verificare se sia efficace o meno. Se si incomincia a trovare a dei volontari in Texas, in Florida, in Brasile o in India e si prendono come volontari persone particolarmente esposte alla malattia, come i lavoratori sanitari, l’effetto del vaccino dovrebbe essere facilmente verificabile.

I tempi per la realizzazione del vaccino si prospettano piuttosto lunghi: c’è chi parla di due anni…
C’è da augurarsi che si possa arrivare a un vaccino molto prima, anche già quest’inverno. Il problema è che nulla ci assicura che il primo vaccino sperimentato sarà quello idoneo. Bisogna quindi avere un piano B alternativo ai vaccini, visto che certamente, per il prossimo autunno, quando ricominceranno a circolare le malattie invernali, un vaccino su ampie basi ancora non sarà disponibile.

Su quali cure puntare allora?
A livello di cura della malattia, stanno emergendo pian piano un certo numero di farmaci che non sono completamente risolutivi ma tendono a diminuire i casi gravi, quindi gradualmente si sta cominciando a comprendere meglio la natura della patologia. Ci sono tutta una serie di antivirali, vi sono antiinfiammatori estremamente potenti, quindi c’è una buona speranza che possa esserci una forte riduzione della mortalità.

Lei ha dichiarato che l’analisi dei dati sui contagiati andrebbe fatta in maniera diversa, ovvero presentandoli scorporati. Inoltre andrebbero analizzati “a monte” e non solo nelle loro conclusioni. Ci può fare degli esempi concreti?
Faccio un esempio, riferendomi alla presentazione del nuovo rapporto, avvenuta alla fine della settimana scorsa, in cui si affermava che il numero dei focolai in Italia sarebbe aumentato del 30-40%. Per valutare l’andamento dell’epidemia, sarebbe utile sapere dove esattamente siano localizzati tutti questi focolai, dove si verifichino precisamente i nuovi contagi. Ho notato che, ad esempio, nella Provincia Autonoma di Bolzano, per ogni comune e per ogni presidio medico, viene data informazione di quanti siano i nuovi casi, di quanti siano stati nel passato, se vi siano stati morti e così via. Non tutte le province e regioni danno le stesse informazioni, pertanto diventa complicatissimo fare uno studio di livello nazionale su come si sia propagata l’epidemia o come si siano sviluppati i casi: analizzare questi aspetti sarebbe molto utile ai fini di bloccare l’epidemia, identificare i malati, ecc.

L’opinione pubblica italiana è molto polarizzata tra “allarmisti” e “negazionisti”. Come riportare il dibattito lungo binari di correttezza scientifica e di buon senso?
Innanzitutto, affinché l’epidemia non si rimetta in moto, è fondamentale che non emergano grandi focolai. Penso a quanto avvenuto nella zona di Orvieto e poi anche in Emilia-Romagna, dove nell’ambito di agenzie di spedizioni si sono verificati fino a 50 casi, in una anche 80. Per prevenire questi episodi, è opportuno vigilare tantissimo sui luoghi di lavoro: ve ne sono alcuni più pericolosi di altri, come, ad esempio, i mattatoi. Un mese fa, soltanto in Germania, si sono avuti 1300-1600 casi, tutti capitati in mattatoi: può darsi che sia dovuto al fatto che siano luoghi dove si lavora al freddo, in ogni caso è fondamentale individuare i luoghi più a rischio. Va poi tenuto conto dei “superdiffusori”, ovvero di persone che, se affette da alta carica virale, possono contagiare da sole anche 15-20 persone, proprio perché svolgono attività che li pongono in contatto con un gran numero di persone.

Attenersi alle indicazioni del governo e del Comitato Tecnico-Scientifico per molti è estremamente faticoso, anche perché i parametri spesso cambiano: si pensi a quando l’OMS ha cambiato posizione sull’uso dei guanti o ai dubbi riguardo la contagiosità degli asintomatici…
Il punto è che siamo di fronte a una malattia nuova su cui la scienza ancora non ha tutte le risposte. Sulla questione degli asintomatici si è fatta una confusione terribile. Un conto sono i presintomatici, ovvero coloro che hanno contratto il virus, di cui, però, ancora non mostrano i sintomi: costoro sono sicuramente in grado di infettare. Altro conto è parlare degli asintomatici che rimangono tali per tutto il tempo della malattia: su questi ultimi non vi è certezza se sono in grado di contagiare o no. Bisogna quindi ricavare più informazioni su questi aspetti, avere più certezze. Uno dei motivi per i quali vi sono tutti questi dubbi, comunque, risiede nel fatto che vi sono tutta una serie di dati inaccessibili al pubblico…

Ad esempio?
Ad esempio, mi è difficile capire per quale motivo i verbali del Comitato Tecnico-Scientifico non siano disponibili, nonostante il TAR abbia disposto diversamente. Dopo il ricorso del governo, sarà fondamentale vedere come deciderà il Consiglio di Stato a settembre. Io mi auguro che questi dati diventino disponibili semplicemente per un discorso di trasparenza. Continuare a mantenere la segretezza contribuisce ad alimentare i sospetti, il complottismo e la polarizzazione dell’opinione pubblica sul tema.

Quali errori, a suo avviso, non andrebbero più ripetuti?
Sicuramente il non avere mascherine, tute o caschi in scorte sufficienti per fronteggiare la pandemia. Uno stock era stato messo da parte nel 2009, poi, a poco e poco, le scorte erano state eliminate e tutti i governi che si sono succeduti, non hanno certo avuto come primo obiettivo il reperimento un nuovo stock di mascherine. La cosa importante, nel caso di nuova pandemia, è che il Paese sia preparato e il governo abbia un piano preciso. Andrà assolutamente evitato che succeda come a fine febbraio, quando i morti già c’erano e si discuteva ancora il da farsi, se chiudere o no, ecc.

Un tema all’ordine del giorno riguarda la riapertura delle scuole. Qual è la sua posizione in merito?
È un tema molto delicato. Bisogna fare ogni sforzo possibile per riaprire le scuole e consentire di nuovo una didattica in presenza. Non possiamo permettere che una generazione di studenti perda un intero anno scolastico. Per farlo, bisognerà evitare che le scuole diventino fonte di focolai, pertanto, nel caso in un istituto scolastico si verifichi un contagio, quella scuola andrà chiusa per 10-15 giorni. Un’ipotesi potrebbe essere l’introduzione di medici che monitorino la situazione, facendo tamponi, qualora un alunno o un insegnante mostrino dei sintomi. È fondamentale che questi interventi siano rapidi e immediati. Siamo comunque fortunati che le nostre scuole aprono a metà settembre, quindi un paio di settimane dopo la Francia e un mese dopo la Germania. Queste 2 o 4 settimane saranno utili per osservare quanto succede in altri paesi, vedere cosa funziona e, se fanno errori, cercare di evitarli.

Imporre le mascherine agli studenti è una soluzione ammissibile?
Sfortunatamente ci sono pochissimi studi sull’argomento. Tentativamente non le farei mettere agli alunni delle elementari: a quel livello mi sembra difficile ci siano grossi focolai. Diverso è il discorso per le scuole medie o per le superiori, dove l’infettività è maggiore: in quel caso credo siano opportune.