a cura di Anna Bono
  • Repubblica democratica del Congo

I racconti drammatici degli sfollati, sopravvissuti ai massacri

Non ci sono tende, solo povere capanne per gli sfollati del campo di Rukoro, nel Rutshuru, Nord Kivu, una delle province senza pace della Repubblica democratica del Congo. Da mesi nessun operatore umanitario ha raggiunto il campo. In un altro campo profughi poco lontano, nella parrocchia di Kiwanja, più di 100 famiglie vivono in capanne fatte di foglie di palma seccate e teli di plastica. Ma la maggior parte degli sfollati del Rutshuru vivono fuori dai campi, ospiti di famiglie di cui coltivano i campi in cambio di un po’ di farina di cassava e di fagioli o l’equivalente di un dollaro al giorno. Chi non paga l’affitto delle abitazioni viene cacciato via: “sono stato costretto a cambiare casa cinque volte da quando sono qui – dice un profugo – e in famiglia siamo in otto”. I bambini sono malnutriti. Le strade mal tenute e i rischi a causa dei combattimenti limitano l’accesso agli aiuti umanitari. In certe aree bisogna consegnare gli aiuti in elicottero. Da due anni gli scontri etnici devastano la regione. I miliziani di due gruppi armati uccidono i civili, incendiano le case, arruolano i minori. I racconti dei sopravvissuti sono drammatici: storie di sevizie, massacri, persone sepolte vive, stupri. Tutti vorrebbero tornare a casa, ma disperano di poterlo mai fare se i combattimenti continuano e il governo non interviene. In realtà la maggior parte degli sfollati non ha una casa a cui tornare perché i miliziani l’hanno bruciata. Gli sfollati del Rutshuru non sono che una piccola parte di una emergenza umanitaria di proporzioni mai viste in Congo. Nel paese i profughi sono ormai 4,5 milioni e si stima che 13 milioni di congolesi abbiano bisogno di assistenza umanitaria.