• PROGETTO FALLITO

Il flop della Superlega e l’unica via d’uscita

L’idea elitaria di 12 top club calcistici europei è naufragata in due giorni. Decisivo l’abbandono degli inglesi, troppe le resistenze di organi politici (sportivi e non), media e tifosi. Al di là dei giochi di potere, l’unico modo per “salvare il calcio” è evitare le spese folli per cartellini e stipendi. Sia da parte dei promotori della Superlega che dei suoi critici.

Sono bastate 48 ore per far naufragare la Superlega, 48 ore in cui i dodici club scissionisti sono stati investiti dal muro di critiche, proteste e paventate sanzioni dei massimi organi della politica del calcio europeo e mondiale (Uefa e Fifa), delle istituzioni comunitarie, della gran parte dei media e dei tifosi. In alcuni casi, gli stessi allenatori (vedi Klopp e Guardiola) e giocatori delle squadre interessate hanno manifestato la loro contrarietà al progetto.

Si è scritto da più parti che la Superlega sarebbe stata la fine del calcio, e significativamente la fine di questa idea è iniziata in quella che del calcio moderno è la patria: l’Inghilterra. Qui, alla fermezza della Premier League e della storica Football Association, si è unita da subito la linea dura del Governo Johnson, che sarebbe stato deciso a «fare qualsiasi cosa per proteggere il nostro gioco nazionale» fino a usare una «bomba legislativa». È sempre in Inghilterra che le proteste dei tifosi sono state più forti e colorite, con cartelli che parlavano di «tradimento» e «Super Greed» (Super Avidità). E così, nella notte tra martedì e mercoledì, il Manchester City è stato il primo club fondatore a defilarsi dalla Superlega, seguito a ruota dal Chelsea e dalle altre quattro società inglesi coinvolte. Tra i primi effetti del mezzo terremoto: il vicepresidente del Manchester United, Ed Woodward, ha annunciato che si dimetterà a fine 2021; il patron del Liverpool, l’americano John W. Henry, si è scusato in un video con il suo tecnico e soprattutto con i tifosi; e anche l’Arsenal ha fatto altrettanto con i propri sostenitori.

L’abbandono dei club inglesi, nel solco del classico principio del divide et impera, ha rappresentato la pietra tombale su un progetto partorito male e iper-elitario, che ha visto sfilarsi poco dopo anche Inter e Atletico Madrid. Alla fine, oltre al Milan, pure Andrea Agnelli, il grande regista dell’operazione insieme a Florentino Perez, ha dovuto alzare bandiera bianca, riconoscendo (al di là della disputa con Downing Street su influsso della Brexit sì o no) come irrealistica la possibilità di proseguire dopo il ritiro dei sei team della Premier.

Già nella nottata decisiva era circolata una bozza di comunicato in cui la Superlega, accennando tra l’altro alle «pressioni» che hanno causato l’uscita dei club inglesi e ricordando le difficoltà finanziarie causate dalla pandemia, precisava: «Una nuova competizione serve perché il sistema non funziona, la nostra proposta è pienamente conforme alle leggi. Ma alla luce delle circostanze attuali valuteremo i passi opportuni per rimodellare il progetto». Dunque, è possibile che un giorno i suoi fautori tornino alla carica.

C’è chi ha ipotizzato (come Arsene Wenger) che il tutto sia stato una strategia dei 12 club per avere più soldi dall’Uefa, forse - aggiungiamo - attingendo a parte dei quasi 300 milioni trattenuti da Nyon per i costi organizzativi delle proprie competizioni. Non si può escludere, certo, che questo gioco d’opportunità (sufficiente oggi?) sia stato preso in considerazione, ma va aggiunto che è difficile pensare a una Superlega in funzione di mero ballon d’essai, per saggiare le reazioni, anche perché lo scontro è apparso frontale e i protagonisti ne escono con l’immagine a pezzi. Gli aspetti finanziari (con il coinvolgimento della JPMorgan) e legali erano stati considerati in partenza, mentre evidentemente Agnelli&Co non si sono premurati (o non sono riusciti) a coprirsi le spalle politicamente e non solo. Emblematico quanto aveva detto il 20 aprile Aleksander Ceferin, presidente dell’Uefa, esortando gli scissionisti a fare marcia indietro: «Tutti i governi sono con noi, tutti i tifosi, tutti i media». E, forse, l’opposizione perfino dei propri tifosi non era stata messa in conto dai promotori della Superlega.

Ora, non pochi commentatori hanno osservato che l’Uefa e la Fifa sono le ultime a potersi appellare ai “valori” del calcio, uno sport che è diventato un’industria con eccessiva importanza al denaro anche a causa di alcune discutibili gestioni e politiche adottate a livello sovranazionale (la scelta dei prossimi Mondiali in Qatar ne è un esempio). Inoltre, si può dire che le formule delle attuali competizioni europee tra club non sono un dogma di fede, ma l’alternativa non poteva certo essere un’oligarchia con tre quarti di membri permanenti - manco fosse il Consiglio di Sicurezza dell’Onu - senza considerazione per il merito e la stessa storia calcistica europea: impensabile, per dirne due, iniziare senza Ajax e Bayern Monaco, detentrici insieme di 11 Champions/Coppe dei Campioni, contro le zero di quattro squadre della Superlega. Ma anche al netto di questi casi-limite, un sistema chiuso così concepito avrebbe avuto l’effetto non solo di cannibalizzare la Champions ma di mettere a rischio regolarità ed esistenza degli stessi campionati nazionali.

Prima del naufragio, Perez aveva dichiarato che la Superlega nasceva «per salvare il calcio»: in realtà, per salvare il suo e gli altri grandi club da sé stessi. E non sarebbe nemmeno bastato, perché più che nuovi ricavi (i fatturati sono già enormi) serve un uso saggio del denaro. In termini di bilanci, scrive la Gazzetta dello Sport, «tra le 12 “sorelle”, ben 7 sono tra le peggiori del continente». Non è certo l’unico responsabile del circolo vizioso, ma era stato Perez, ritornato nel 2009 alla guida del Real, a (re)inaugurare la serie di spese folli con l’acquisto record, per 94 milioni di euro di allora, di Cristiano Ronaldo (preceduto da quello di Kakà), fatto che impresse un’accelerazione alle decisioni dell’Uefa sul fair play finanziario. Pochi anni dopo quel record è stato frantumato (vedi i 222 milioni del Psg per Neymar) e non si vede la fine della spirale autolesionista, che interessa tanto il costo dei “cartellini” quanto le cifre esorbitanti di certi stipendi di calciatori e tecnici.

In questo senso, poiché la Superlega è figlia - come già osservato sulla Bussola - di un’esasperazione del mercato calcistico, non solo i dirigenti suoi fautori dovrebbero abbandonare delle dissennate gestioni economiche ma anche agenti-allenatori-calciatori-star (compresi i critici della stessa Superlega) dovrebbero tornare con i piedi per terra. Non si tratta di chiedere stipendi “poveri”, ma meno abnormi e più sostenibili per il sistema che non funziona proprio per questa mancanza di buonsenso. E questo lo si potrà recuperare, contestualmente, se si tornerà a prendere il calcio più alla leggera, senza cadere nell’idolatria del risultato, del prestigio o del grande trofeo, assurti a nuovi vitelli d’oro.