• IL PAPA

«Il lavoro ci riempe di dignità»

Il Papa raccomanda a San Giuseppe lavoratore chi ha perso il lavoro, e invita a non perdere la speranza né tempo dietro inutili lamenti, ma ad impegnarsi a compiere il proprio dovere perché «il vostro avvenire dipende anche da come sapete vivere questi preziosi anni della vita».

Gesu Bambino nella bottega di San Giuseppe

Interrompendo il ciclo di catechesi sul Credo e l’Anno della fede, Papa Francesco ha dedicato la catechesi dell’udienza generale del Primo Maggio alla festa liturgica di san Giuseppe lavoratore e all’inizio del mese mariano.

La prima meditazione è stata dunque dedicata al lavoro. Quando Gesù è ormai noto per la sua predicazione e torna a Nazaret, i suoi compaesani si pongono con stupore la domanda: «Non è costui il figlio del falegname?» (13,55). Questa domanda, osserva il Papa, sottolinea fortemente il carattere storico, concreto della vita di Gesù. «Gesù entra nella nostra storia, viene in mezzo a noi, nascendo da Maria per opera di Dio, ma con la presenza di san Giuseppe, il padre legale che lo custodisce e gli insegna anche il suo lavoro. Gesù nasce e vive in una famiglia, nella santa Famiglia, imparando da san Giuseppe il mestiere del falegname, nella bottega di Nazaret, condividendo con lui l’impegno, la fatica, la soddisfazione e anche le difficoltà di ogni giorno». Ogni tanto, ha suggerito il Pontefice, tendiamo a dimenticarci di questo particolare.

Viene in mente – non lo ha citato Papa Francesco, ma l’episodio mi sembra pertinente – lo scandalo di uno scrittore come Charles Dickens (1812-1870) quando fu esposto a Londra nel 1850 il quadro «Gesù nella casa dei suoi genitori» di John Everett Millais (1829-1896), la prima significativa manifestazione pubblica della corrente artistica dei Pre-Raffaelliti. Per il borghese Dickens, abituato a raffigurazioni oleografiche del ragazzo Gesù, era scandaloso che Millais lo mostrasse sudato e sporco di segatura mentre Giuseppe si affaticava nel lavoro. Oggi «Gesù nella casa dei genitori» è considerato un capolavoro profondamente religioso. Dickens aveva torto: il Papa ci ricorda che il lavoro di Gesù nel laboratorio di Giuseppe non era simbolico, ma vero, faticoso, difficile.

Il richiamo del Pontefice, più in generale è «alla dignità e all’importanza del lavoro» che per il cristiano ha una dimensione teologica. «Il libro della Genesi narra che Dio creò l’uomo e la donna affidando loro il compito di riempire la terra e soggiogarla, che non significa sfruttarla, ma coltivarla e custodirla, averne cura con la propria opera (cfr Gen 1,28; 2,15). Il lavoro fa parte del piano di amore di Dio; noi siamo chiamati a coltivare e custodire tutti i beni della creazione e in questo modo partecipiamo all’opera della creazione!».

Questa valenza teologica del lavoro – una grande novità del cristianesimo, come Benedetto XVI aveva ricordato nel celebre discorso del 12 settembre 2008 a Parigi al Collège des Bernardins – fonda anche il suo valore nella vita degli uomini. «Il lavoro, per usare un’immagine, ci “unge” di dignità, ci riempie di dignità; ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre (cfr Gv 5,17)». Sta qui, e non in semplici analisi economiche o sociologiche, la radice dell’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, la quale condanna chi non rispetta il valore e la dignità intrinseca del lavoro e «a causa di una concezione economicista della società, cerca il profitto egoista, al di fuori dei parametri della giustizia sociale».

A chi nell’attuale crisi economica internazionale soffre per avere perso il lavoro, il Pontefice vorrebbe «dire di non perdere la speranza; anche san Giuseppe ha avuto momenti difficili, ma non ha mai perso la fiducia e ha saputo superarli, nella certezza che Dio non ci abbandona». E ai giovani che si preoccupano perché forse un lavoro non lo troveranno Papa Francesco suggerisce di non perdere tempo in lamentele sterili, ma d’impegnarsi intanto a compiere il loro dovere, con fiducia nella Provvidenza: «impegnatevi nel vostro dovere quotidiano, nello studio, […] nei rapporti di amicizia, nell’aiuto verso gli altri; il vostro avvenire dipende anche da come sapete vivere questi preziosi anni della vita. Non abbiate paura dell’impegno, del sacrificio e non guardate con paura al futuro; mantenete viva la speranza: c’è sempre una luce all’orizzonte».

Naturalmente, quello che la Chiesa valorizza è il lavoro dignitoso e onesto. Diverso è «quello che potremmo definire come il “lavoro schiavo”, il lavoro che schiavizza», spesso gestito da criminali con veri e propri fenomeni di «tratta delle persone». «Quante persone, in tutto il mondo, sono vittime di questo tipo di schiavitù, in cui è la persona che serve il lavoro, mentre deve essere il lavoro ad offrire un servizio alle persone perché abbiano dignità».

La seconda meditazione del Papa è stata dedicata a maggio, il mese di Maria. Così, ha rilevato, non stiamo cambiando discorso perché Giuseppe e Maria si presentano a noi insieme. «Giuseppe, insieme a Maria, hanno un solo centro comune di attenzione: Gesù. Essi accompagnano e custodiscono, con impegno e tenerezza, la crescita del Figlio di Dio fatto uomo per noi, riflettendo su tutto ciò che accadeva».

L’atteggiamento che il Vangelo di Luca riferisce a Maria lo possiamo senz’altro attribuire anche a Giuseppe: «Custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Per meditare le cose del Signore nel cuore occorre fare spazio con il silenzio alla preghiera. «Per ascoltare il Signore, bisogna imparare a contemplarlo, a percepire la sua presenza costante nella nostra vita; bisogna fermarsi a dialogare con Lui, dargli spazio con la preghiera».

Dovremmo tutti chiederci in questo mese di maggio: «quale spazio do al Signore? Mi fermo a dialogare con Lui? Fin da quando eravamo piccoli, i nostri genitori ci hanno abituati ad iniziare e a terminare la giornata con una preghiera, per educarci a sentire che l’amicizia e l’amore di Dio ci accompagnano. Ricordiamoci di più del Signore nelle nostre giornate!».

Fra tante preghiere, maggio c’invita a privilegiarne una. Papa Francesco richiama «all’importanza e alla bellezza della preghiera del Santo Rosario. Recitando l'Ave Maria, noi siamo condotti a contemplare i misteri di Gesù, a riflettere cioè sui momenti centrali della sua vita, perché, come per Maria e per san Giuseppe, Egli sia il centro dei nostri pensieri, delle nostre attenzioni e delle nostre azioni». Per questo mese di maggio, ci chiede uno sforzo per recitare ogni giorno «assieme in famiglia, con gli amici, in Parrocchia, il santo Rosario» o almeno qualche preghiera «a Gesù e alla Vergine Maria». Ne risulterà «più salda la vita familiare, l’amicizia! Impariamo a pregare di più in famiglia e come famiglia!». E nel Rosario a maggio mettiamo, chiede il Papa, questa intenzione: «chiediamo a san Giuseppe e alla Vergine Maria che ci insegnino ad essere fedeli ai nostri impegni quotidiani, a vivere la nostra fede nelle azioni di ogni giorno e a dare più spazio al Signore nella nostra vita, a fermarci per contemplare il suo volto».