• L'UDIENZA

Il Papa: instaurare tutto in Cristo

Dio ha rivelato il suo disegno, che è la ragione per cui ci ha chiamati a esistere: instaurare tutto in Cristo. Sta all’uomo rispondere collaborando, o almeno non facendo ostacolo, a questo divino disegno.

Papa Benedetto XVI

«Instaurare omnia in Christo», instaurare tutto in Cristo. Questo motto del Papa san Pio X (1835-1914), inviso a tanti storici progressisti come manifesto di un «integralismo» reazionario, è stato riproposto da Benedetto XVI nell’udienza generale del 5 dicembre 2012, che ha proseguito le catechesi sull’Anno della fede. Il Papa è partito dalla «Lettera agli Efesini» di san Paolo, dove l’Apostolo parla di un «disegno di benevolenza» (1,9) di Dio per l’uomo.

Questa espressione, spiega il Pontefice, è straordinariamente importante. Si tratta di comprendere – né più né meno – perché noi uomini ci troviamo su questa Terra.  «Noi esistiamo, fin dall’eternità nella mente di Dio, in un grande progetto che Dio ha custodito in se stesso e che ha deciso di attuare e di rivelare “nella pienezza dei tempi” (cfr Ef 1,10)». Le nostre vite qui non sono «frutto del caso, ma rispondono ad un disegno di benevolenza della ragione eterna di Dio». In Dio «noi esistiamo, per così dire, già da sempre»: Egli ci contempla dall’inizio dei tempi.

Questa vertiginosa prospettiva sulla nostra esistenza umana subito fa sorgere una domanda: «Qual è lo scopo ultimo di questo disegno misterioso?». Perché Dio – un Dio benevolo – ha deciso di chiamarci a esistere? Qual è il suo scopo? Risponde ancora la «Lettera agli Efesini»: Dio vuole «ricondurre a Cristo, unico capo, tutte le cose» (1,10). Anche questo brano di san Paolo è decisivo: è qui infatti che riusciamo comprendere «il disegno di Dio», che consiste nel «“ricapitolare” tutta la realtà in Cristo». Questo disegno divino, a sua volta, è mirabilmente riassunto – spiega Benedetto XVI – appunto nella «formula usata dal Papa san Pio X per la consacrazione del mondo al Sacro Cuore di Gesù: “Instaurare omnia in Christo”, formula che si richiama a questa espressione paolina e che era anche il motto di quel santo Pontefice».

Questa autentica «ricapitolazione dell’universo in Cristo» sta a significare «che nel grande disegno della creazione e della storia, Cristo si leva come centro dell’intero cammino del mondo, asse portante di tutto, che attira a Sé l’intera realtà, per superare la dispersione e il limite e condurre tutto alla pienezza voluta da Dio». Dio dunque chiama ad esistenza l’uomo – ogni uomo, chiama all’esistenza «me» – perché vuole, ultimamente «instaurare omnia in Christo».

L’uomo, aggiunge il Papa, «con la sola intelligenza e le sue capacità» non avrebbe mai potuto conoscere questo grandioso disegno della benevolenza divina. Ma, come afferma il  Concilio Ecumenico Vaticano II nella Costituzione dogmatica «Dei Verbum», «piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso [“non solo qualcosa di sé, ma se stesso”, annota il Pontefice] e far conoscere il mistero della sua volontà», farci capire che instaurare tutte le cose in Cristo è lo scopo ultimo e la verità finale di tutto.

Questo disegno di benevolenza è difficile da capire, ma parla al nostro cuore e può essere – per così dire – «gustato». Benedetto XVI cita san Giovanni Crisostomo (ca. 344/354-407), il quale così «invita a gustare tutta la bellezza di questo “disegno di benevolenza” di Dio rivelato in Cristo»: «Che cosa ti manca? Sei divenuto immortale, sei divenuto libero, sei divenuto figlio, sei divenuto giusto, sei divenuto fratello, sei divenuto coerede, con Cristo regni, con Cristo sei glorificato. Tutto ci è stato donato e – come sta scritto – “come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?” (Rm 8,32). La tua primizia (cfr 1 Cor 15,20.23) è adorata dagli angeli […]: che cosa ti manca?». Sì, che cosa ci manca? Dio ci offre, rivelando il suo disegno – «Instaurare omnia in Christo» – «il compimento delle aspirazioni più profonde, di quel desiderio dell’infinito e di pienezza che alberga nell’intimo dell’essere umano, e lo apre ad una felicità non momentanea e limitata, ma eterna».

La fede è, propriamente, «la risposta dell’uomo alla Rivelazione di Dio, che si fa conoscere, che manifesta il suo disegno di benevolenza». Benedetto XVI cita, come fa frequentemente, la grande enciclica del beato Giovanni Paolo II (1920-2005) Fides et ratio: «La Rivelazione immette nella storia un punto di riferimento da cui l’uomo non può prescindere, se vuole arrivare a comprendere il mistero della sua esistenza; dall’altra parte, però, questa conoscenza rinvia costantemente al mistero di Dio, che la mente non può esaurire, ma solo accogliere nella fede». A Dio si deve, dunque, come insegna ancora san Paolo «l’obbedienza della fede» (Rm 16,26), che la citata costituzione conciliare «Dei Verbum» definisce come l’atteggiamento con il quale «l’uomo liberamente si abbandona tutto a Lui, prestando la piena adesione dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli da».

Si tratta di una vera conversione della mente e del cuore, dopo la quale «tutto appare in una nuova luce». Dio ha rivelato il suo disegno, che è la ragione per cui ci ha chiamati a esistere: instaurare tutto in Cristo. Sta all’uomo rispondere collaborando, o almeno non facendo ostacolo, a questo divino disegno.
Ma vale, purtroppo, anche il reciproco. Dio parla così al profeta Isaia: «Se non crederete – cioè se non vi manterrete fedeli a Dio – non resterete saldi» (Is 7,9b). Il Papa vede qui «un legame tra lo stare e il comprendere»: «è proprio il comprendere secondo Dio, il vedere con i suoi occhi che rende salda la vita, che ci permette di “stare in piedi”, di non cadere». Senza la fede, invece, cadiamo. Sono le tenebre a vincere se poniamo ostacoli all’«Instaurare omnia in Christo», se non permettiamo a Dio di «far risplendere la sua luce nella nostra notte».