• LA SETTIMANA

Il Patto del Nazareno messo alla prova

Dopo la comparsa e scomparsa del decreto "salva Berlusconi", la settimana entrante si caratterizza per i primi voti della riforma elettorale. I prossimi voti dimostreranno se reggerà o meno l'accordo fra Renzi e Berlusconi, che, ad oggi, è l'unico elemento di stabilità della legislatura.

Il voto per il Presidente

La discussione sulla nuova legge elettorale, il cosidetto “Italicum”, dovrebbe iniziare in Senato domani, e dopodomani si avranno le prime votazioni. Si comincerà allora a capire se - malgrado l’incidente della norma “salva-Berlusconi” apparsa e scomparsa nei giorni scorsi - continua a reggere quell’accordo di fondo tra Renzi e Berlusconi che attualmente, per strano che ciò possa sembrare, è il perno attorno a cui ruota quel che resta della vita pubblica del nostro Paese.  

La norma contestata era contenuta nel testo di un decreto legislativo in materia fiscale approvato lo scorso 24 dicembre da un  consiglio dei ministri comprensibilmente con le valige in mano. Essa prevedeva che non fosse punibile come reato bensì soltanto sanzionabile con una multa l’evasione accertata non superiore al 3% del reddito imponibile o dell’Iva dichiarati. Mirava insomma a ricuperare piccole evasioni deliberate o anche evasioni per errore. Il vantaggio per lo Stato sarebbe stato quello di ricuperare facilmente somme dovute da un gran numero di contribuenti; e in ogni caso nient’affatto dal solo Berlusconi (ammesso e non concesso che anch’egli rientrasse in tale ipotesi, cosa che tra l’altro non è certa). Il soprannome che gli è stato subito appioppato si spiega con la volontà di alcuni circoli politici di far saltare, adoperando qualsiasi mezzo, il patto di cui si diceva, in forza del quale i due leader si sono reciprocamente impegnati a giungere in modo concordato da una parte a una nuova legge elettorale e dall’altra all’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Ogni tanto si discute se alla nuova legge elettorale si debba giungere prima o dopo l’elezione presidenziale, ma non è qui che sta il nocciolo della questione. E in ogni caso, più che dalle alchimie delle varie forze politiche, ciò dipende in primo luogo da quanto ancora il presidente Napolitano resterà in carica: se fino alla metà del corrente mese, come pare sia nei suoi desideri, o se anche fino a maggio come Matteo Renzi non nasconde di sperare. 

Al di là dell’attuale polemica, che è evidentemente strumentale, i veri limiti del decreto venuto così alla ribalta sono poi ben altri. Voluto con l’intento di semplificare la materia, il decreto in effetti la complica rendendola ancora più macchinosa di quanto già sia. Il motivo è poi sempre quello: per semplificare davvero il nostro diritto occorre innanzitutto delegificare, abrogare inutili norme specifiche. Credendo invece a torto di fare più in fretta, senza toccare la normativa vigente se ne delineano delle eccezioni: un metodo il cui esito inevitabile è l’ulteriore burocratizzazione. Attualmente poi accade che il consiglio dei ministri venga chiamato ad approvare soltanto delle bozze di decreti, che vengono poi definiti nel quadro di un via vai tra l’ufficio giuridico di palazzo Chigi e quello del Quirinale. La crisi delle nostre istituzioni è anche questo: il dilagare al di là di ogni limite del ruolo delle  burocrazie del proverbiale Palazzo, ovvero di un potere privo di controllo e di responsabilità politica.

In tale quadro l’imminente elezione di un nuovo presidente della Repubblica assume un’importanza che è davvero senza precedenti. Occorre una personalità che combini il massimo dell’autorevolezza e del senso democratico con il massimo dell’autonomia personale. Il paradosso è che una personalità con questo profilo dovrebbe uscire dal voto di un’assemblea - quella dei 1008 tra membri delle due Camere e rappresentanti delle Regioni - che invece per natura sua è di ben altra pasta. Occorre insomma un miracolo, ma forse è il caso di chiederlo.