• CALCIO E BLASFEMIA

In campo con la Madonna contro le bestemmie

Una squadra veneta ricorre a un poster per arginare i bestemmiatori. Ma già dai tempi di Nerone lo stadio era frequentato da belve.

La Madonna in campo

Oggi, 29 settembre (2011), seduto in quel caffè io non pensavo a te. Poi d’improvviso Lei sorrise. Sul Corriere della Sera.it, a firma di Grazia Maria Mottola. «Lei» è la Vergine Assunta, la cui gigantografia adesso campeggia sul campetto di calcio del quartiere Mussetta di San Donà (Venezia). L’iniziativa è partita (nel senso di scaturita) dai dirigenti della società sportiva Mussetta 2010, che gioca al calcio in terza categoria.

Domenica scorsa, contro il City Jesolo, prima partita di campionato, tra gli spettatori c’era anche la Madonna. Alta due metri, a bordo campo. Si spera che la sua presenza faccia da calmiere alle bestemmie. Il piccolo stadio «Lillo Burigotto» era dunque l’anticamera dell’Inferno? Beh, i veneti, si sa, hanno da sempre un rapporto particolare col Sacro. Si può definire eccesso di confidenza. Ma sì, è noto che i popoli più “bestemmiatori” sono quelli più cattolici. Nel premiato film dei primi anni Sessanta Italiani brava gente, sulla ritirata di Russia, un soldato italiano chiedeva a un russo: «E’ vero che voi siete atei?». Alla risposta affermativa, replicava: «Ma allora, quando bestemmiate, con chi ve la prendete?». In effetti, i sovietici, c’era da compatirli. L’unico nume contro cui potevano imprecare era il Grande Fratello, il compagno Stalin. E immancabilmente l’Nkvd piantava una pallottola nella nuca allo spazientito.

Il vantaggio, per i credenti in Cristo, è evidente: Gesù, agli insulti e agli sputi nemmeno rispondeva. E poi, è noto che il campetto di calcio è come la caserma di una volta, dove se non smoccolavi non eri macho. E il calcio, si sa, scatena passioni, disinibisce più dell’alcool, ubriaca di adrenalina. Già ai tempi di Nerone, lo stadio di Pompei venne multato con ben dieci anni di chiusura perché i tifosi locali se le erano date di santa ragione con gli avversari nocerini in trasferta, e c’era scappato pure qualche morto. Molti di più erano gli ammazzati a Bisanzio, quando si affrontavano le opposte tifoserie dei Verdi e degli Azzurri. Gli Aztechi risolvevano in radice l’eccesso di agonismo sacrificando sugli altari i giocatori di pelota che perdevano.

Mi si consenta un ricordo personale. Da ragazzino anch’io collezionavo le figurine dei calciatori, quantunque la loro fotogenia non fosse granché. Ma mi avvidi presto che non era un gioco come gli altri. I miei compagni, con una palla tra i piedi, si trasformavano in Mr. Hyde. Non era un gioco, per loro, ma una questione di vita e di morte.

«Sin da quando è nata
la nostra società abbiamo pensato non a vincere il campionato ma a passare del tempo piacevole, sia in campo che in pizzeria, dove ci ritroviamo anche con gli avversari», dice uno dei fondatori della S.S. Mussetta 2010, Davide Finotto. La data di fondazione della società sportiva (si badi: di terza categoria) parla da sola. Anche lì, tutti amici. Fino al momento in cui si sono ritrovati con una palla tra i piedi. Come i miei antichi compagni di giochi. Eh, il calcio tira fuori la bestia che è in te e, quando sei lì, non capisci più niente. Potrà la Madonna rasserenare gli animi? O non si piglierà qualche rabbiosa pallonata pure Lei? Ricordiamoci che non pochi santuari sono nati attorno a un’immagine mariana colpita dalla furia di uno che aveva perso al gioco. La Madonna del Sangue della piemontese Re sanguinò, appunto, per una stizzita pietrata. Lo stesso fece quella del milanese Bramantino, che fu addirittura aggredita a pugnalate.

Non vorrei essere pessimista, ma io l’Assunta di Mussetta la riporterei in chiesa. Sì, è vero che non di rado vediamo goleador ringraziare il Cielo o farsi la croce o inginocchiarsi devoti in campo. Ma bisogna ricordarsi che il calcio non è un gioco come gli altri. E se non ce ne ricordiamo, ci penserà la cronaca, (nera), del campionato maggiore, con i suoi soliti scontri con le forze dell’ordine, i cassonetti incendiati, i fermi e gli arresti. Tutto, ahimè, déjà vu.