• IL LIBRO

Incontro fra Kirill e Francesco: frutto del lavoro di Benedetto XVI

L’11 febbraio 2016 avvenne lo storico incontro tra il papa di Roma e quello di Mosca. In "Vaticano e Russia nell’era Ratzinger", Nico Spuntoni precisa che senza il lavoro del pontificato di Benedetto XVI nulla sarebbe avvenuto. Nel libro si parla di Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede, del suo amore per la liturgia che lo avvicina agli ortodossi e del suo richiamo alle radici cristiane.

L’11 febbraio 2016, in campo neutro (L’Avana), avvenne lo storico incontro tra il papa di Roma e quello di Mosca. Era la prima volta in assoluto nella storia. Francesco e Kirill si videro in un giorno consacrato alla Madonna di Lourdes, non sappiamo se per una coincidenza. Poiché tale evento epocale era stato fortemente voluto e sollecitato da Putin, forse sarebbe stato meglio scegliere il 13 maggio (Madonna di Fatima), perché fu in quell’apparizione che fu profetizzata la conversione della Russia.

Forse Karol «totus tuus» Wojtyla l’avrebbe scelto. Ma Wojtyla aveva, come sappiamo, un altro compito nei riguardi della Russia, perciò l’incombenza toccò a Bergoglio. Al quale riuscì quello che a nessun altro papa prima era riuscito. Ovviamente, il direttore della "Civiltà Cattolica" ne diede tutto il merito alla «diplomazia della misericordia» inaugurata dal papa argentino. Tuttavia, la nostra firma Nico Spuntoni precisa che senza il lungo lavoro preparatorio del pontificato precedente nessuno incontro ci sarebbe stato, «misericordia» o meno.

E spiega con un intero libro, "Vaticano e Russia nell’era Ratzinger" (Tau edizioni, pp. 204, €. 16) che il cammino di avvicinamento tra le due Chiese era cominciato più di dieci anni prima, con la perestrojka, che aveva aperto la diga da cui era scaturita la valanga che avrebbe portato in poco tempo al revival religioso attuale dopo settant’anni di plumbeo ateismo obbligatorio. E in quei dieci anni un ruolo di primissimo piano lo ricoprì il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Ratzinger. L’attimo era da cogliere. La Chiesa ortodossa, erede della tradizione bizantina, aveva bisogno della protezione statale per tornare perno della società e dello spirito russo; il Cremlino abbisognava di una legittimazione agli occhi del popolo che poteva venirgli solo dall’unica istituzione rimasta credibile dopo il collasso dell’Urss. A stretto giro di ruota, ecco l’instaurazione di relazioni diplomatiche tra Roma e Mosca e la ripresa della Commissione per il dialogo tra le due Chiese.

Ratzinger, ora Benedetto XVI, aveva qualche marcia in più rispetto alla sensibilità russa: non era polacco come il predecessore e mostrava un amore per la liturgia tradizionale che lo avvicinava al gusto ortodosso. Misure concrete come un freno ai missionari polacchi in terra russa e morali come la condanna del relativismo e l’insistenza sulle radici cristiane dell’Europa ne fecero, agli occhi degli ortodossi, un alleato di fronte alle sfide contemporanee. Nel cammino dell’ecumenismo gli ortodossi restano pur sempre i primi interlocutori, perché più vicini alla Chiesa latina.

La critica di Benedetto XVI alla globalizzazione intesa come ideologia e la contrarietà storica a un mondo unipolare, nonché la posizione più cauta sull’espansione dei greco-cattolici in Ucraina (questione che permane sensibile) convinse Putin ad appoggiare con tutto il suo peso la «santa alleanza» (definizione del vaticanista Sandro Magister) tra le due Chiese e rilanciare quel dialogo che sotto il pontefice polacco rischiava di diventare «gelo ecumenico». Non si dimentichi lo stretto legame tra Chiesa e Stato in Russia. Con il nuovo clima creato da papa Ratzinger il Cremlino avallò lo scambio di ambasciatori tra Federazione Russa e Vaticano. Vedremo quali sviluppi avrà questa storia.