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India controcorrente: stop alle unioni Lgbt

Per il governo esiste un «legittimo interesse dello Stato» a limitare il cosiddetto “matrimonio” fra persone dello stesso sesso, perciò il governo ha aperto un contenzioso che sarà giudicato dall'Alta Corte. A dire che l'opposizione alle istanze arcobaleno non è una questione confessionale. Anzi, come dice l’antico Codice penale indiano, si tratta di una questione universale di diritto naturale.

Controcorrente, l’India cerca di fermare la deriva verso la legalizzazione, in atto in gran parte del mondo, del “matrimonio” LGBT+ e delle unioni civili fra persone dello stesso sesso. Il 4 marzo il governo federale ha infatti presentato all’Alta Corte di Delhi un affidavit (una dichiarazione giurata) per contrastare una serie di petizioni aperturiste, provenienti dal mondo LGBT+, e ottenere la dichiarazione di quegli eventuali riconoscimenti omosessuali come incompatibili con la cultura, con l’identità e con la tradizione indiane. Il governo sottolinea infatti che esista un «legittimo interesse dello Stato» a limitare il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso e che quella che viene reputata la depenalizzazione dell’omosessualità, avvenuta nel Paese due anni e mezzo fa, non si traduca automaticamente nell’affermazione del “diritto” al “matrimonio” gay.

Il contenzioso verrà discusso in tribunale a breve, il 20 aprile: sarà il «Division Bench» dei giudici Rajiv Sahai Endlaw e Amit Bansal a occuparsene, laddove il «Division Bench» è un istituto del sistema giuridico indiano che prevede l’udienza di un certo caso davanti ad almeno due giudici, con la riserva però di poterne aumentare il numero qualora, durante il dibattimento, se ne mostrasse l’opportunità. Nulla è scontato, ma, visti i precedenti alla Corte Suprema, il governo di Delhi potrebbe ottenere soddisfazione.

In India i rapporti omosessuali sono stati vietati per più di 150 anni impugnando la sezione 377 del Codice penale del 1861, frutto dell’epoca coloniale britannica (la norma si ispirava del resto al Buggery Act, la legge contro la sodomia entrata in vigore in Inghilterra nel 1533). La sezione 377 del Codice penale indiano, riguardante le «trasgressioni innaturali», puniva infatti «i rapporti carnali con uomini, donne o animali contrari all’ordine naturale», comminando una punizione che poteva raggiungere anche l’incarceramento a vita.

Sulla spinta del mondo LGBT+, però, il 2 luglio 2009 l’Alta Corte di Delhi sospese quella norma per depenalizzare i rapporti omosessuali fra adulti consenzienti, giudicandone la criminalizzazione in contrasto con quanto stabilito dalla Costituzione federale, entrata in vigore il 26 gennaio 1950. Ma i numerosi ricorsi presentati contro questa decisione hanno portato la Corte Suprema del Paese a cancellare la sentenza l’11 dicembre 2013, rimettendo la questione al parlamento. Dove però, per effetto delle forti opposizioni politiche specchio della forte opposizione di ampi settori della società indiana, la questione si è di fatto arenata, dando il la alla ripresa della battaglia LGBT+ sul piano giudiziario.

Esposto dopo esposto, è stato così che la Corte Suprema ha maturato la storica decisione del 6 settembre 2018 che stabilì l’incostituzionalità dell’applicazione della sezione 377 ai rapporti fra adulti consenzienti, conservandone comunque la validità per i casi relativi ai minori, per gli atti sessuali non consensuali e per i casi di bestialità.

La questione è dunque davvero particolare, e parecchio interessante. Il divieto dei rapporti omosessuali è il retaggio di un mondo incentrato su princìpi e valori che non sono più quelli della modernità e di cui la cultura britannica si è fatta a lungo (prima di soccombere) portatrice in tutto il mondo che ha raggiunto, come evidenzia uno studio, British Colonialism and the Criminalization of Homosexuality: Queens, Crime and Empire, pubblicato nel 2018 da due accademici non certo favorevoli a quell’aspetto del colonialismo britannico, Enze Han e Joseph O'Mahoney. Ora l’India, che da tempo si è scrollata di dosso il retaggio del dominio britannico, chiede la reintroduzione di quel divieto coloniale in nome dei valori sociali, culturali e religiosi condivisi del Paese, ispirati anche alla spiritualità induista (seppure il governo indiano e l’induismo restino due cose diverse).

L’opposizione ai “matrimoni” LGBT+, insomma, non è affatto una questione confessionale né una fissa di certi “cattolici fondamentalisti”. È, come l’antico Codice penale indiano dice bene, una questione universale e oggettiva di diritto naturale.