• NUOVO GOVERNO

Islam e identità europea, il dilemma tedesco

Horst Seehofer, nuovo ministro dell'Interno tedesco, in una intervista rilasciata al quotidiano Bild ha fatto scandalo perché ha detto: «I musulmani che vivono con noi  ovviamente fanno parte della Germania, ma questo non significa che per un qualche malinteso senso di deferenza dovremmo sacrificare le nostre tradizioni e le nostre usanze».

Il ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer

La Germania ha un nuovo ministro dell’interno. È Horst Seehofer, leader dell’Unione cristiano-sociale, Csu, il partito che governa la Baviera ed è affiliato alla Cdu, l’Unione cristiano-democratica guidata dal premier Angela Merkel. In una intervista rilasciata al quotidiano Bild, il neoministro ha dichiarato che l’islam non fa parte della Germania, il paese è stato plasmato dal Cristianesimo e non deve rinunciare alle proprie tradizioni, incluso il riposo domenicale, la celebrazione delle festività ecclesiastiche, le ricorrenze come la Pasqua, la Pentecoste e il Natale. «I musulmani che vivono con noi – ha aggiunto – ovviamente fanno parte della Germania, ma questo non significa che per un qualche malinteso senso di deferenza dovremmo sacrificare le nostre tradizioni e le nostre usanze».

Sono affermazioni che a prima vista sembrano in contrasto con quelle del cancelliere Angela Merkel che nel gennaio del 2015, all’indomani dell’attentato alla rivista Charlie Hebdo, aveva detto «l’islam fa parte della Germania», ribadendo una dichiarazione dell’ex presidente federale Christian Wulff. Richiesta di spiegarsi meglio, Angela Merkel aveva precisato: «naturalmente poggiamo sulle fondamenta delle tradizioni giudaico-cristiane dei secoli scorsi. Siamo passati attraverso una storia comune in Europa».

Nell’intervista pubblicata sulla pagina web del quotidiano La Repubblica, il cancelliere tedesco aveva aggiunto: «Se oggi diciamo che nel frattempo anche l'islam appartiene alla Germania, ci riferiamo alla realtà della nostra società attuale». Infine, alla domanda se ritenesse fondata la paura dell’islamizzazione della Germania, aveva risposto: «No. I musulmani e la loro religione, l'islam, sono parte del nostro Paese. Non vedo alcuna islamizzazione. Piuttosto – aveva aggiunto – vedo la necessità dei cristiani di parlare di più e in modo consapevole dei loro valori, e di approfondire le loro conoscenze sulla loro religione. Con il progressivo processo di secolarizzazione, la conoscenza del cristianesimo lascia sempre più a desiderare. Ognuno dovrebbe chiedersi cosa può fare per consolidare la propria identità, a cui appartiene in gran parte anche la religione cristiana».

Sia il ministro Seehofer che il cancelliere Merkel dunque sostengono l’identità e le tradizioni tedesche, europee, e riconoscono l’essenziale ruolo formativo del cristianesimo. Se differenza esiste tra loro, e sarebbe determinante, potrebbe essere sulla possibilità che un musulmano condivida i valori occidentali. «Per me – aveva detto Merkel – tutte le persone che condividono il nostro sistema di valori appartengono anche al nostro Paese, insieme alla loro religione».

Ma la religione islamica non riconosce il sistema di valori occidentale. Non tanto si tratta di compatibilità con il modello democratico parlamentare. La democrazia di Westminster non è che un sistema per applicare i principi fondanti della civiltà occidentale ed è l’adesione a quei principi che l’islam non garantisce, anzi in gran parte respinge: l’universalità della condizione umana, i diritti ad essa inerenti, inalienabili, primo fra tutti alla libertà. L’islam rispecchia i valori delle società arcaiche in cui è nato, nelle quali i diritti dipendono dallo status, deciso a sua volta in gran parte da fattori ascritti. La frase più rivoluzionaria della storia della cultura – ci ricorda don Luigi Giussani in una sua memorabile riflessione su quanto i valori cristiani abbiano modellato l’Occidente – è quella di San Paolo: “ogni creatura è bene”, all’origine della trasformazione antropologica che ha portato al concetto di persona e all’attribuzione di valore alla persona, in un modo assolutamente inconcepibile prima e altrove nel mondo.

Memorabili, e fondamentali per capire l’islam e l’inevitabile scontro dei suoi principi con quelli cristiano occidentali, sono anche le pagine di Bernard Lewis, forse il più grande studioso del mondo islamico, eppure quasi dimenticato, non perché il suo contributo alla conoscenza sia superato, bensì perché le sue analisi sono, secondo i vigenti criteri di valutazione, in gran parte “politicamente scorrette”. Con la straordinaria chiarezza che lo contraddistingue, Lewis già 30 anni fa descriveva le divergenze tra cristianesimo e islam, i rispettivi, inconciliabili caratteri distintivi. Con lui sono stati banditi dalle accademie Samuel Huntington, colpevole di aver osato parlare di “scontro di civiltà”, Samir Khalil Samir, Ayan Hirsi Ali, per citarne alcuni, e, a maggior ragione, gli autori che hanno raccontato la forza, la superiorità morale, culturale, economica, militare dell’Occidente cristiano: Paul Johnson, Paul Kennedy, Victor Hanson, Rodney Stark…

Quasi nessuno più li legge ed è perciò che il cancelliere tedesco Merkel fa confusione, non si rende conto che i musulmani possono diventare parte della Germania e dell’Europa proprio grazie al progressivo processo di secolarizzazione in atto, secolarizzandosi a loro volta come in effetti succede. Invece di una Europa con un’identità e un attaccamento forti alla tradizione, al proprio sistema di valori l’islam non può far parte.