a cura di Stefano Fontana
  • MORALE

La legge naturale secondo C. S. Lewis

La dottrina della legge morale naturale non gode di buona stampa nella Chiesa di oggi. Molte università cattoliche la guardano con sospetto quando va bene e con odio quando va peggio. La teologia morale cattolica di oggi ne rifiuta lo stesso concetto. Fino a Benedetto XVI se ne parlava, dopo di lui non se ne parla (quasi) più, nonostante la Dottrina sociale della Chiesa si fondi anche su di essa. 

Ho sempre ritenuto che una delle più chiare e più semplici presentazioni della legge naturale ci sia stata data da un anglicano convertito, Clive Staple Lewis, quello di Berlicche e delle Cronache di Narnia. L’autore anche di un libro molto bello: “Il cristianesimo così com’è”.

Questo libro comincia proprio con “La legge della natura umana”. L’autore riporta alcune espressioni di uso comune: “Ti piacerebbe che qualcuno facesse lo stesso a te?”; Questo posto è mio, sono arrivato prima”; “Lascialo in pace, non ti fa niente di male”; “Perché dovresti passarmi avanti?”; “Dammi uno spicchio della tua arancia, io ti ho dato uno spicchio della mia”. In questi casi, fa notare Lewis, ci si rifà a delle norme di comportamento di cui si presuppone che anche l’altro sia a conoscenza, cercando di dimostrare che quanto si fa non è contrario alle norme o, se lo è, lo è per qualche motivo particolare. Ciò significa che abbiamo in mente delle regole di correttezza. Se gli uomini non le avessero, si azzufferebbero come gli animali, ma non litigherebbero: si litiga perché si pensa che l’altro abbia torto. Questa, per Lewis, è la legge della natura umana, o del giusto e dell’ingiusto.

Questa legge, dice Lewis, si chiama “naturale” perché “ognuno la conosce naturalmente, senza bisogno che gli sia insegnata”. San Tommaso diceva che si conosce per “connaturalità”. Non si vuol negare che qui e là alcuni individui non la conoscano o che altri l’abbiano dimenticata, ma si intende sostenere che il genere umano nel suo insieme condivida come ovvia una certa idea di comportamento, altrimenti “tutto quello che è stato detto riguardo all’ultima guerra sarebbe assurdo”. Se non esistesse una legge naturale avremmo magari combattuto lo stesso i nazisti, “ma accusarli di iniquità sarebbe stato come incolparli per il colore dei capelli”.

Qualcuno dice che nelle diverse culture le leggi di comportamento cambiano, ma Lewis non ci crede: “tra una morale e un’altra ci sono differenze, ma mai una diversità totale”.  Nessuna morale ammira chi fugge in battaglia, o chi inganna coloro che gli hanno fatto del bene: “tanto varrebbe immaginare un luogo dove due più due fa cinque”. Eppoi, colui che nega che esiste il giusto e l’ingiusto, stai sicuro che un attimo dopo averlo fatto, “se tu non mantieni una promessa fatta a lui protesterà all’istante che non è giusto”.

Giusto e ingiusto sono quindi cose reali. A volte ci possiamo sbagliare nell’interpretarle, come talvolta ci sbagliamo nel fare i conti, ma esse non sono una pura questione di gusto o di opinione.

Ma la prova più certa che esiste la legge naturale è che, quando la violiamo – e la violiamo spesso – ce ne scusiamo: “sei stato ingiusto con i figlioli perché eri molto stanco”; “quella faccenda è capitata quando eri con l’acqua alla gola”, “non hai mantenuto la promessa ma quando l’hai fatta non potevi sapere che saresti stato occupatissimo”. Se comportarsi bene o male è lo stesso, perché ci affanniamo a scusarci di non avere fatto questo o quello?

Ecco la conclusione dei ragionamenti di Lewis: “Conosciamo la legge naturale, e la violiamo. Questi due fatti sono la base di ogni chiara riflessione su noi stessi e sull’universo in cui viviamo”.

Lewis non sapeva ancora cosa volesse dire discernimento, storicità dell’etica, centralità della coscienza, priorità del pratico, sedimentazione ermeneutica della norma, confronto dialogico, fondazione dei giudizi morali ed altre diavolerie dei teologi di oggi. Per questo poteva esprimere le cose in modo così chiaro e convincente. Così vero.