• IMMIGRAZIONE

La mafia islamica tiene in ostaggio le città svedesi

Da giorni Göteborg e Malmö sono teatro di gravi violenze provocate da bande criminali islamiche. Una situazione ingovernabile, figlia di decenni di politiche immigrazioniste e multiculturali. Dall'inizio dell'anno in tutta la Svezia ben 200 sparatorie di questo genere e 24 morti.

Criminali intenti a costruire posti di blocco a Göteborg come a Malmö; una ragazzina di dodici anni uccisa da proiettili in un fuoco incrociato; un'ondata di crimini, di nuovo, senza precedenti; la famiglia di islamici, Ali Khan, che ha deciso, come la mafia di una volta, che ci sono territori che vanno interdetti allo Stato. Poi bombe, auto incendiate, città messe a ferro e fuoco, incendi appiccati solo per impedire l'intervento delle autorità, e nel frattempo il coro 'Allah Akbar' a fare da sottofondo alle sparatorie. Göteborg è l'epicentro di conflitti interni tra bande criminali di immigrati islamici e la famiglia Ali Khan.

È la Svezia di fine estate. Quella che è finita in prima pagina sul Financial Timesche ha voluto intervistare anche Mattias Karlsson, leader parlamentare dei Democratici svedesi, il terzo partito politico del Paese. "Le nostre leggi sono troppo morbide, la polizia non ha i mezzi per indagare su questo crimine molto grave". C’è una "seconda pandemia", lamenta così lo stato delle cose l'opposizione al governo Löfven II.

Solo nei primi sei mesi dell’anno ci sono state duecento sparatorie e ventiquattro morti legati a rivolte di questo tipo.
Il governo, la polizia e gli svedesi sono in apprensione per l'ennesima dimostrazione di forza di una famiglia islamica nel sobborgo di Angered, Göteborg. È la famiglia Ali Khan all'origine delle tensioni. L’ultima relazione della polizia del quartiere recita: "un’area particolarmente vulnerabile che comprende anche, in una certa misura, strutture sociali parallele".

La famiglia Ali Khan ha occupato in particolare Hammarkullen, una vasta area fortemente multiculturale di Göteborg. Qui la famiglia islamica controlla praticamente tutto. Un articolo pubblicato su uno dei più importanti quotidiani svedesi, nell’analizzare le rivolte di questi giorni si chiede come mai si sa tutto delle famiglie mafiose italiane a New York, per esempio, ma nessuno sa nulla della nuova mafia svedese.
Johanna Bäckström Lerneby, cronista di  lunga data, pluripremiata giornalista investigativa e ora direttrice della SVT Sport, è in libreria da poco con "La Famiglia, storia del collasso". Per  scrivere il libro ha seguito la famiglia Ali Khan, di origini libanesi, per undici anni. Il volume è il racconto di un momento storico di cui sono i protagonisti, e di una zona della Svezia di cui sono diventati i padroni. 

Gli Ali Khan, 120 persone, ormai riescono a dominare un'area con oltre 50.000 abitanti. Il pater familias è un imam, gli altri membri della famiglia sono tutti coinvolti in attività criminali - omicidio, droga, minacce, possesso illecito di armi, ecc. – e con il terrore tengono sotto scacco la città: tutti in Svezia li paragonano alla mafia. Si definiscono “risolutori di problemi”. 

E lo facevano già anni fa.  In un reportage del 2017, il capo della famiglia, Hashem Ali Khan spiegava, “Se qualcuno vuole ucciderti, la polizia non può aiutarti. Perché non sei solo tu. Hai figli e nipoti, fratelli e sorelle. La polizia non può salvare l'intera famiglia. Potresti avere ristoranti, negozi. Quando c’è un litigio la polizia interviene arrestando qualcuno e portando qualcun altro in ospedale: invece di chiamare le autorità intervengo io che parlo con tutti, ma proprio tutti, i membri della famiglia”. E addirittura la giornalista è stata anche contattata da un avvocato, appena dopo la pubblicazione del libro, perché non era piaciuto alla famiglia Ali Khan.

La giornalista Johanna Bäckström Lerneby racconta che quel che resta della popolazione locale stremata, ma nessuno osa denunciare. Secondo la giornalista svedese la famiglia Ali Khan assomiglia semplicemente a tante altre famiglie di immigrati che nel resto d’Europa hanno costituito società parallele e sono ormai troppo forti per essere distrutte. Non è un unicum. E nel frattempo la Svezia brucia.

La Lerneby s'è detta poco sorpresa dei blocchi stradali e degli incendi di questi giorni. E nel farlo ha  raccontato anche un aneddoto di alcuni anni fa, quando un ragazzo di 17 anni, della famiglia Ali Khan, fermò un poliziotto che installava telecamere di sorveglianza per strada domandandogli, "perché installi telecamere a casa mia?". Quel territorio è casa loro. E così succede spesso che quando qualcuno di poco noto entra nel quartiere viene fermato.
Il rischio di ulteriori violenze è imminente. Ed è sicuramente una società parallela quella che la famiglia Ali Khan ha creato là fuori. 

Come in Francia, anche la Svezia sta gradualmente perdendo il controllo di tante zone del suo territorio. Oggi per gestire solo la parte nord-orientale di Göteborg è stata organizzata una cooperazione governativa e si stanno riunendo ogni due settimane, l'Agenzia delle Entrate svedese, il Servizio Pubblico per l'Impiego Svedese, i servizi sociali, le Dogane svedesi, il Servizio penitenziario svedese. 

Ma è pur vero che la Svezia si è coltivata in casa il nemico quando, più o meno dagli anni '70, è diventata un tabù politico la sfida dell'immigrazione. Gli analisti - e quello che i fatti ci hanno mostrato negli anni - concordano che il Paese, come del resto gran parte dell'Europa, hanno subito un'immigrazione da società claniche e con strutture statali deboli e culturalmente incompatibili con quella svedese, nello specifico. Quando nel 1975 il governo dichiarò la Svezia una società multiculturale, gli immigrati poterono scegliere la misura in cui essere integrati: da quel momento venne incoraggiato il relativismo culturale e iniziò l'iter delle richieste dell'islam importato in Svezia. 
Il fatto che le società parallele islamiche oggi creino enormi problemi, e siano pericolose al punto da esser riuscite a penetrare nel sistema giudiziario svedese, è la prova della tenacia di tradizioni culturali che non intendono integrarsi, ma solo trasferirsi ad altre latitudini e occuparle.