• IL BELLO DELLA LITURGIA

La Pala di Brera, in ginocchio davanti al Mistero

Nella Pala Montefeltro - capolavoro custodito nella Pinacoteca di Brera - sei santi, quattro angeli e il committente abitano la casa del Signore, così come l’immaginò Piero della Francesca. La presenza di Gesù Bambino, sulle ginocchia di Sua Madre, dà senso a tutta la scena. Davanti a tanta innocenza e maestà, il duca di Urbino non fa altro che inginocchiarsi, manifestando la sua fede nell’Eterno.

Piero della Francesca, Pala Montefeltro, Milano – Pinacoteca di Brera

“Beato chi abita la tua casa, Signore” [cfr. Sal 83 (84), 5]

È un capolavoro assoluto del Rinascimento italiano, e non solo. Eppure la fortuna della Pala di Brera, che porta il nome del museo in cui è custodita, è relativamente recente, come lo è, del resto, quella del suo autore, Piero della Francesca (†1492), indiscusso protagonista del secondo Quattrocento nostrano, pittore dal linguaggio straordinariamente moderno.

Il dipinto deve la sua esistenza a una concatenazione di affetti: il dolore di Federico da Montefeltro, signore di Urbino, per la prematura perdita dell’amata moglie, Battista Sforza, e la sua contestuale gioia dovuta alla nascita dell’atteso figlio maschio, Guidobaldo, suo futuro erede. Il duca, che pure fu tra i più audaci e temerari capitani di ventura del XV secolo, sentì il bisogno di affidarsi a Maria, Madre di Dio e degli uomini nonché figura della Chiesa.

Sei santi, quattro angeli e il committente abitano la casa del Signore, così come l’immaginò Piero della Francesca in un lasso di tempo che gli storici dell’arte ritengono ragionevole collocare tra il 1472 e il 1474. La Vergine e il Bambino, addormentato sul suo grembo, sono al centro dello spazio sacro, fulcro attorno al quale si sviluppa tutta la composizione.

Da sinistra a destra riconosciamo san Giovanni Battista, san Bernardino, san Girolamo - qui in veste di penitente eremita e non di autorevole Dottore della Chiesa - san Francesco, san Pietro Martire e l’altro Giovanni, l’Evangelista. La concentrazione che si evince dalle loro fisionomie induce a pensare che stiano tutti meditando sul Mistero che, in quel Bimbo addormentato, si è fatto carne. Alle loro spalle vigilano quattro angeli con indosso abiti finemente descritti su cui risaltano pietre di preziosi gioielli, simbolo di purezza: i loro sguardi, che seguono diverse traiettorie, sembrano fissi in una contemplazione infinita.

La sensazione di un’atmosfera metafisica è amplificata dalla perfezione del tempio in cui sono distribuite le figure: un coro monumentale, dal sapore classico, sormontato da volta a botte a lacunari. La conca absidale è a forma di conchiglia, motivo che rimanda alla natura generatrice di Maria. Da essa pende un uovo di struzzo, o una perla, secondo altri esegeti: in entrambi i casi, l’enigmatico oggetto alluderebbe all’Immacolata Concezione della Vergine, essendo credenza diffusa che le uova dell’animale - simbolo, oltretutto, della casata dei Montefeltro - venissero fecondate dai raggi del sole. Sull’inquadratura prospettica dell’architettura, definita con rigore matematico, scivola la luce che, radente, fa vibrare i colori dei marmi alle pareti, creando un magistrale effetto di chiaroscuri dalle molteplici e incantevoli tonalità.

L’armonia del silente contesto scenografico sembra essere la condizione ideale per il sonno profondo del Bambino, disteso sulle ginocchia di Sua Madre che, salda sul trono, è raccolta in preghiera. Gesù indossa solo un ciondolo di corallo che allude alla Sua Passione e alla Resurrezione. La Sua Presenza, di Figlio apparentemente inerme e indifeso, a ben guardare è la sola a dare senso a tutta la scena, all’atteggiamento corale degli astanti, alla grandiosità del luogo in cui si trovano.

Davanti a tanta innocenza e maestà, il duca, in cui ciascun uomo di fede può riconoscersi, non fa altro che inginocchiarsi, offrendo a Cristo e a Maria gli strumenti del suo mestiere, depositando al loro cospetto l’elmo, l’elsa della spada e parti della sua scintillante armatura. Esprimendo, così, il desiderio di essere accolto anche lui, un giorno, nella casa del Signore.