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La Sud Corea torna al voto e vince un dissidente del Nord

Due ottime notizie dalla Corea del Sud. In quello che era il primo Paese (al di fuori della Cina) in cui si era diffusa l’epidemia, si sono tenute mercoledì le elezioni parlamentari. La seconda ottima notizia è che, per la prima volta in un collegio maggioritario, un dissidente anticomunista del Nord, Thae Yong-ho, è stato eletto

Elezioni in Corea del Sud ai tempi del Covid-19

Due ottime notizie dalla Corea del Sud. In quello che era il primo Paese (al di fuori della Cina) in cui si era diffusa l’epidemia, si sono tenute mercoledì le elezioni parlamentari. La seconda ottima notizia è che, per la prima volta nella storia democratica della Corea del Sud, un dissidente del Nord è stato eletto in un collegio maggioritario.

Le elezioni sono la dimostrazione di quanto il Paese asiatico sia in grado di coesistere con il virus e di garantire la vita più normale possibile ai suoi cittadini. Già considerato, ormai all’unanimità, come il miglior esempio di lotta all’epidemia, il governo sudcoreano ha limitato al minimo indispensabile le misure restrittive e ha concentrato gli sforzi nei test, nel tracciamento dei contagi e nella quarantena riservata solo ai malati e ai loro contatti, con tecnologie (applicazioni per i cellulari e mappe in tempo reale del contagio) che l’Italia non è ancora riuscita a imitare. Attualmente, con poco più di 10mila casi totali, 2.627 attualmente positivi, 229 morti e 7757 guariti, Seul può dire di aver domato l’epidemia. Lo si vede anche dal tasso di partecipazione al voto: l’affluenza è del 66%, molto alta rispetto alla media. Anche i risultati denotano la soddisfazione nei confronti del governo e del presidente, il democratico Moon Jae-in: la coalizione di sinistra, formata da Democratici e Liberaldemocratici ha conquistato 180 seggi, contro la coalizione di destra che ne ha presi 103.

Fra questi 103 oppositori c’è la vera novità di questa elezione parlamentare: Thae Yong-ho, dissidente nordcoreano, ha vinto con il 58,4% il seggio del collegio di Gangnam, ricco quartiere di Seul reso famoso nel 2012 dal rapper Spy con il record di ascolti Gangnam Style. Non è in assoluto il primo dissidente della Corea del Nord ad entrare in parlamento. Prima di lui era entrato Cho Myung-chul, sempre del partito conservatore, ma era in un listino proporzionale. Thae Yong-ho, invece, era nel collegio maggioritario, quindi ha dovuto far campagna elettorale spendendosi personalmente e conquistando voto per voto.

Ex diplomatico di alto rango nell’ambasciata nordcoreana a Londra, è fuggito dal regime eremita nel 2016. La motivazione è sia politica che personale: prima di tutto non voleva che i figli crescessero in condizioni di miseria a Pyongyang. “Una volta che hai visto com’è il resto del mondo – aveva dichiarato nel 2016 – poi è difficile abituarsi di nuovo alla schiavitù nella Corea del Nord”. Giunto a Seul, ha cambiato nome in Ku-min (colui che salva persone), si è dato alla politica per sensibilizzare i sudcoreani e il mondo alle condizioni della Corea comunista, condizioni che, a detta sua, è anche difficile immaginare se non vengono vissute in prima persona. Si è unito al partito conservatore, perché ritiene che la politica di appeasement di Moon sia sbagliata, irrealistica. Mira alla riunificazione della penisola coreana in un unico Stato democratico, obiettivo per conseguire il quale deve necessariamente cadere la dittatura di Kim Jong-un. Nel suo blog, Thae spiega di essere “certo che l’unificazione della penisola coreana inizi con una vera comprensione della realtà del Nord e del Sud”

Dopo la sua defezione, il regime comunista di Pyongyang gli ha cucito addosso accuse infamanti: violenza su minori, furto di soldi pubblici, diffusione di segreti di Stato. Con la sua candidatura, Thae ha voluto lanciare un messaggio soprattutto all’élite comunista del suo Paese di origine: se si riesce ad abbandonare la tirannia di Kim, il futuro è più roseo. Come ha dichiarato in un’intervista prima del voto: “Voglio dir loro che esiste un’alternativa nel loro futuro”. Ha spiegato che a Pyongyang la divisione della Corea è considerata una questione di vita o di morte, in caso di riunificazione sotto uno Stato democratico, i dirigenti comunisti pensano di essere epurati. “Io sono sicuro che, una volta che avremo cambiato le menti del gruppo dirigente nella Corea del Nord, sarà più facile rovesciare il sistema di Kim”.

Impegnato in una campagna elettorale per conquistare una maggioranza del 58,4%, Thae ha fatto il confronto impietoso con le “elezioni” del Nord, con un unico partito e un unico candidato nel seggio: “Il Partito dei Lavoratori mantiene una presa ferrea sul potere e ogni cinque anni tiene delle elezioni per inaugurare una nuova legislatura, identica alla precedente, conosciuta come l’Assemblea Suprema del Popolo. L’affluenza nelle ultime elezioni, tenute nel marzo 2019, era del 99,9%, stando a quanto riportato dall’agenzia stampa ufficiale nordcoreana e il 100% dei voti erano per i candidati unici”. Secondo Thae, le autorità comuniste “vogliono mostrare al mondo che la Corea del Nord è un sistema democratico. Ma in realtà è un sistema dinastico. Le elezioni nordcoreane sono decise dal vertice. Se conquisti il favore di Kim Jong-un, entri in parlamento”.